Gli strumenti umani di Vittorio Sereni: ‘’un girotondo di prigionieri”

Gli strumenti umani di Vittorio Sereni: ‘’un girotondo di prigionieri”

Pensate ad un uomo, un uomo come tanti. Pensate al ragazzo che è stato, agli studi classici e alla laurea in lettere. Immaginatelo nel 1943, negli anni della Guerra e del fascismo, caduto prigioniero nelle mani degli alleati in Sicilia e poi nei campi di prigionia tra il Marocco e l’Algeria. Pensatelo dopo, terminato il conflitto, trascinarsi stanco alla ricerca di una promessa di pace. Pensate ad una poesia che nasce dal tentativo di risarcire una ferita che gli anni non saneranno. Pensate alla resa, al crollo delle disillusioni e alla speranza di una salvezza umile, quotidiana e fatta di strumenti e parole semplici. Pensate. Pensate a questo, all’esistenza e alla sofferenza di quell’uomo prima ancora del poeta. Incontrerete Vittorio Sereni e la sua raccolta edita da Einaudi nel 1965: Gli strumenti umani.

“[…] I morti non è quel che di giorno
In giorno va sprecato, ma quelle
Toppe di inesistenza, calce o cenere
Pronte a farsi movimento e luce.
Non
Dubitare, – m’investe della sua forza il mare –
Parleranno.”

(La spiaggia)

 

Sereni e l’esperienza della Storia

Il fondo che sorregge la parola di Sereni è costituito dall’inestricabile intreccio della dimensione storica in senso stretto e la sua sensibilità di uomo. Questa raccolta si colloca nella maturità della produzione dell’autore, nel periodo di uscita dalla Seconda guerra mondiale e in quello del tentativo di reinserirsi nelle pratiche della vita famigliare.

Se Il porto sepolto di Ungaretti, dato alla prima stampa nel 1916, è da molti considerato la testimonianza letteraria che più di tutte è stata capace di restituire il dramma della Prima guerra mondiale, Diario d’Algeria, che Sereni pubblica nel 1947, in maniera analoga rappresenta quello della Seconda. Gli strumenti umani è l’opera che la succede di circa vent’anni. Quella che smarca il poeta dal silenzio di questo arco temporale, quella che vive nella tensione tra un sistema di mancanze e improvvisi squarci di luce che irrompono, senza preavviso, tra la nebbia fumosa delle pratiche quotidiane.

La sua è infatti una poesia di oggetti e atti minimi, di briciole che vengono gettate nel vuoto, sul precipizio dei secoli. Sono elementi che ingombrano e rassicurano, appesantiscono e animano le giornate. Sono strumenti che emergono dal fondale di un passato di battaglie, vengono raccolti per poi essere inghiottiti dall’oblio.

Per cominciare a delineare il dramma, l’angoscia e i modi con cui essi si declinano possiamo porre la nostra attenzione su alcuni aspetti della poesia Comunicazione interrotta.

“                                 Il telefono

tace da giorni e giorni.

Ma l’altro nel quartiere più lontano

 ha chiamato a perdifiato, a vuoto 

per intere settimane […]”

(Comunicazione interrotta)

La dislocazione del termine ‘telefono’ diventa emblema dell’interruzione, dell’impossibilità di una comunicazione che restituisce ad una lontananza, a una malinconia che non lascia spazio alla melodia delle rime. “Un’emorragia di giorni” .

L’oggetto semplice e comune che apre questa poesia permette di evidenziare due aspetti. Il primo riguarda le scelte rappresentative dell’autore: la materialità del quotidiano e delle azioni che in esso si compiono. Il secondo, come accennavo sopra, è invece di ordine metaforico: il telefono come oggetto della comunicazione che dalla dimensione quotidiana passa a quella poetica. A guerra finita Sereni a lungo si è interrogato sulle possibilità di ascolto, di ricezione e comprensione del suo messaggio di uomo e di poeta.

Il tentativo di instaurare un dialogo rimanda infatti ad uno dei temi centrali dell’opera: il riconoscimento e lo sdoppiamento dell’io nell’altro. La ricerca di uno sguardo capace di verificare il suo stesso esistere. Il rispecchiamento problematico di un uomo che ha taciuto per anni restando in silenzio nella scena letteraria ed esistenziale, che ha messo in dubbio anche le modalità e le possibilità del comunicare.

Non è un caso allora che la parola di Sereni sia pudica, essenziale e piana. Essa diventa progressivamente l’unico tramite per aprire una piccola breccia, per sfidare la paura e il silenzio degli anni.

“Se ne scrivono ancora.
Si pensa ad essi mentendo
ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri
l’ultima sera dell’anno.
Se ne scrivono solo in negativo
dentro un nero di anni
come pagando un fastidioso debito
che era vecchio di anni.
No, non era più felice l’esercizio.
Ridono alcuni: tu scrivevi per l’arte.
Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.
Si fanno versi per scrollare un peso
e passare al seguente. Ma c’è sempre
qualche peso di troppo, non c’è mai
alcun verso che basti
se domani tu stesso te ne scordi.”

(I versi)

Una poesia che può essere un augurio, un riscatto e anche oggetto di scherno “Ridono alcuni: tu scrivi per l’arte”. Ma più di tutto uno strumento di accettazione del reale che procede in negativo. Non nasce dalla necessità di un’aggiunta, di uno slancio estetico o da un impellente desiderio esternazione. La sua è piuttosto una parola mossa dal desiderio di sottrazione e riscatto.

Prestiamo attenzione: “se ne scrivono solo in negativo”, “pagando un fastidioso debito”, “per scrollare un peso”, “non c’è mai alcun verso che basti”. Non è una scrittura di affermazione, coinvolgimento disinteressato o di diletto. Questa è piuttosto una parola che mira ad alleggerire dal peso del tempo, della brutalità e della storia. Gli ultimi versi in particolare non lasciano spazio alle illusioni: “non bastano mai se domani te ne scordi”. Ecco però quel “se”, quel valore ipotetico che porta al “domani te ne scordi”: la memoria e la possibilità del ricordo fanno capolino mentre portano una prospettiva e una piccola luce (di cui a breve parleremo).

Il sentimento di distacco e smarrimento è sempre velato da una musica che rende la separazione simile ad una danza per cui non resta altra possibilità all’infuori del lasciar fluire, scorrere. Il poeta non si riconosce più in ciò che è stato, ha consumato l’età del disincanto e si fa largo tra i suoi giorni nuovi, faticosi e ingrigiti, con una poesia che da lontano arriva come una melodia. ‘’La mia sola musica e mi basta’’. Una musica che va ascoltata ancora prima di essere capita, che richiede silenzio ancora prima che esigere una risposta.

‘’[…] Il distacco, l’andarsene

Sul filo di una musica che è già d’altro tempo

Guardando in ogni volto

 e non sei tu […]”

Leggere e assimilare Gli strumenti umani significa prima di tutto accostarsi all’umanità nuda e autentica di un uomo che si è mostrato attraverso una poesia senza veli. Ciò che resta accanto al dolore è il vago e dolce riecheggiare ‘’ dell’estate dei miei anni’’ . Ciò che invece permette di convivere con questa ferita è la ripetizione, il riuso, l’iterazione, il semplice stare alla realtà di una vita concreta.

“[…] i minimi atti, i poveri
strumenti umani avvinti alla catena
della necessità, la lenza
buttata a vuoto nei secoli,
le scarse vite che all’occhio di chi torna
e trova che nulla nulla è veramente mutato
si ripetono identiche,
quelle agitate braccia che presto ricadranno,
quelle inutilmente fresche mani
che si tendono a me e il privilegio
del moto mi rinfacciano…[…]”

(Ancora sulla strada di Zenna)

Gli strumenti avvinti alla catena di una necessità che è tale nell’ambivalenza e nel rapporto che Sereni instaura con la continuità dei ‘’minimi atti’’, capaci di garantire protezione, e in quello con l’orrore per questa stessa dimensione di contingenza. Il movimento si gioca tra le lontananze, i continui ritorni e le peregrinazioni. L’essere di passaggio è condizione permanente. La transitorietà diventa l’ossimorica costante di un travaglio.


“[…]non ancora oleandri dalla parte del mare.
Caldo, ma poca voglia di bagnarsi.
Ventilata domenica tirrena.
Sono già morto e qui torno?
O sono il solo vivo nella vivida e ferma
nullità d’un ricordo?”

(Di passaggio)

 È caldo, ma non c’è il desiderio di acqua, pare estate ma gli oleandri non sono ancora fioriti. A parlare è l’incapacità di abitare una stagione, di trovare coerenza tra lo scorrere del tempo e i propri ritmi interiori. Tutto pare legato, o forse potremmo dire re-legato ad una condizione di stasi che molto spesso non permette al poeta di capire dove passi il confine tra la dimensione del sogno e quella della realtà.

“Andrò a ritroso della nostra corsa
di poco fa
che tanto bella mai ti sorprese la luna.
Mi resta una città prossima al sonno
di prima primavera. […]”

(Viaggio di andata e ritorno)

È proprio dentro questa ambiguità, questo indeterminato tentativo di aderenza all’oggi che Sereni riconosce una breccia. Un piccolo spiraglio capace di dilatarsi fino a diventare un abbagliante chiarore e l’ipotesi di una futura possibilità.

[]Ha vinto. E già mi sciolgo: “Non
arriverò a vederla” le rispondo.
(Non saremo
più insieme dovrei dire.) “Ma è giusto,
fai bene a non badarmi se dico queste cose,
se le dico per odio di qualcuno
o rabbia per qualcosa. Ma credi all’altra
cosa che si fa strada in me di tanto in tanto
che in sé le altre include e le fa splendide,
rara come questa mattina di settembre…..
giusto di te fra me e me parlavo:
della gioia.”
Mi prende sottobraccio.
“Non è vero che è rara, – mi correggo- c’è,
la si porta come una ferita
per le strade abbaglianti […]

(Appuntamento a ora insolita)

“Giusto di te fra me e me parlavo della gioia” .

Il verso si apre ad ospitare dialoghi tra un io e l’altro che è causa di un sentimento che si espande poco a poco. Una dolcezza che include per poi rendere ‘’splendide’’ tutte quelle altre ‘’cose’’ della personalità del poeta.

Questi abbagli che si susseguono in tutta l’opera non chiedono permesso, non lasciano nemmeno lo spazio al margine di un dubbio o all’interrogazione.

‘’[….] è rimasta una chiazza una pozza di luce

Non convinta di sé un pozzo di lavoro con attorno

Un girotondo di prigionieri (dicono) sulla parola:

sanno di un bagliore che verrà

con dentro, a catena, tutti i colori della vita

-e sarà insostenibile […]”

(Pantomima terrestre)

I soggetti di questa poesia sono dei “prigionieri” e in quanto tali rimangono perfettamente inseriti nel registro linguistico e tematico della raccolta. Ciò però non basta: osserviamo meglio. Sono uomini che fanno un girotondo e che “sanno di un bagliore che verrà”. La catena di cui parla, in quello che in questa trascrizione appare come il penultimo verso, non li condanna a una condizione, a un lavoro o a una sofferenza. Questo termine deve essere considerato nella su interezza “a catena” quindi a significare una continuità.

Quella luce che attendono possiede al suo interno proprio l’ininterrotto susseguirsi ditutti i colori della vita”. Non sarà solamente presente ma “sarà inesorabile”.

Ciò che mi preme restituire è proprio questo: lo sguardo di ricerca, timida ma costante, dei barlumi luminosi, della luce che senza preavviso viene rappresentata nei versi de Gli strumenti umani. Non è questione di mantenere necessariamente una prospettiva illusa  e capace di garantire un lieto fine, è osservazione di una parola che è stanca ma non arresa, che vive nel travaglio ma non è paga di riconoscere che:

“quando la gioia c’è basta da sola”.

(Le ceneri)

Nell’instabilità di una gioia totalizzante ma mai abbastanza durevole per consentire il tentativo di sanare quella ferita che muove la poesia di Sereni riecheggia una condizione che supera la  distanza temporale tra gli anni Duemila e il 1965.

Riecheggia la paura, il dolore, la speranza e anche la mancanza. Oltre alle guerre della storia e a quelle personali c’è una parola capace di renderci uguali. C’è un messaggio che brilla chiaro tra i versi di Sereni: siamo impotenti, nudi e inermi davanti a una vita che, dolorosa o  lieta che sia, ci attraversa ancora prima del nostro tentativo di comprenderla. Un’esistenza intrecciata al dramma di altre che nella ripetitività del quotidiano trova una speranza di salvezza.

Gli strumenti umani non curano la ferita ma permettono la rappresentazione di un’umanità nella quale riconoscersi.

Riconoscersi fratelli.

 

 

Collegamenti: negli articoli precedenti  di Giovanni Caccialanza  potete trovare un’altra lettura e altre esperienze della guerra: la guerra  partigiana del partigiano Johnny e quella del partigiano Raoul, protagonisti indiscussi di due delle più importanti opere di Beppe Fenoglio.

 

Sara Rainoldi

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