Una realtà fuggevole: Italo Calvino in un contrasto

Una realtà fuggevole: Italo Calvino in un contrasto

L’intenzione che sorregge queste righe (per quanto una dichiarazione programmatica possa aver valore di realtà) è quella di presentare una succinta analisi dei due racconti di Italo Calvino Paura sul sentiero e Campo di mine, letti nell’edizione Mondadori (Milano) de I Racconti, pubblicata nel 1993 (dunque pp. 65-77). Tale percorso analitico risulterà inevitabilmente manchevole, in una con la sua brevità. Analogo rammarico dobbiamo esprimere circa la sua superficialità: ci si limita ad evidenziare una pista di lavoro, ad additare quel limitare incerto e progressivo di studio e di passione (gli etimi, non a caso, coincidono semanticamente) che ci auguriamo possa portare a nuove prospettive, in questo senso.

 

La realtà incerta

 

Il fuoco dell’analisi intende centrarsi sulla dinamica di incertezza che, a nostro avviso, caratterizza la realtà descritta entro le narrazioni. Una fuggevolezza, un tremore, quasi, che sconvolge per certi versi quel panorama di rigido realismo apparentemente appropriato dallo stile calviniano. È fondamentalmente altra, pare dirci l’autore, la verità che adombra la dura manifestazione della realtà. L’alterità di una verità profonda, enigmatica, pare essere il nero sole che dall’interno scava, lacerante, la nitida prosa della narrazione.

 

Qualcosa che, per una singolare proprietà transitiva accade si trasmetta allo sguardo di chi scrive: un’indubbia impressione di vaghezza, una fondamentale indeterminatezza contraddistinguono questo tentativo d’analisi. Ci lascia forse con l’amaro in bocca non poter dare una formulazione ultima, reperire un’immagine definita (o definitiva) per ciò che pare potersi additare. Ma, ben al di là del rigore concettuale, può essere questo aereo spazio di libertà a darci, adesso, la possibilità che intendiamo fissare.

Quasi ci trovassimo ad attraversare anche noi l’accidentato territorio di quel meraviglioso soliloquio immaginato da Michel Foucault in una delle sue opere più affascinanti:

 

“‹‹Non è sicuro di quello che dice? Si prepara a cambiare di nuovo, a spostarsi in ragione delle domande che le fanno […]? Si prepara a dire ancora una volta di non essere mai stato quel che le rimproverano di essere?››

‹‹Ma voi pensate davvero che io ci metterei tanta fatica e tanto piacere a scrivere, credete che mi ci sarei buttato ostinatamente a testa bassa, se non preparassi – con mano un po’ febbrile – il labirinto in cui avventurarmi, in cui spostare il mio discorso, aprirgli dei cunicoli, sotterrarlo lontano da lui stesso […] in modo da perdermici e comparire finalmente davanti a occhi che non dovrò più incontrare?” (M. Foucault, L’archéologie du savoir, Gallimard, Paris, 1969; tr. it. BUR, Milano, 2017; p. 24).

 

La vicenda

 

Lo spazio della vicenda del primo dei due racconti è facilmente precisabile. Binda, intrepida staffetta partigiana (“era un duro e solitario compito il suo”, I. Calvino, op. cit., p. 65), è il suo protagonista. Incaricato di avvisare i dispersi combattenti di un subitaneo quanto inatteso rastrellamento fascista, marcia lungo il sentiero che si snoda fra imprecisate cime autunnali. È un ragazzo ormai temprato alla guerra, Binda, conosce la sua cruda, imperscrutabile realtà di morte, come conosce, e conosce a fondo, i mille, diverticolari sentieri che per ogni dove tracciano il dorso infinito delle sue montagne natie.

 

“Andava forte, Binda, a corpo morto giù per le scorciatoie, senza sbagliarsi mai alle svolte tutte uguali, riconoscendo nel buio i sassi, i cespugli […] era anche il suo compito naturale, di lui che non si perdeva nei boschi, che conosceva tutti i sentieri, percorsi fin da bambino conducendo le capre” (pp. 65-66).

 

Il racconto costituisce lo spaccato del tragitto compiuto nella notte tra il comando centrale, dove Binda riceve la notizia, e il primo dei distaccamenti partigiani, cui la staffetta deve recare la comunicazione. Binda corre veloce i noti sentieri della sua terra natia, Tumena, una montuosa regione partorita dall’immaginazione di Calvino. Che con la sua natura incollocabile e vaga costituisce già, forse, il primo tratto di quell’incertezza, incertamente sospesa fra le pagine di questo notturno. Binda trascorre veloce le sue montagne, “la lena delle gambe spinte come da stantuffi” (p. 65) traendolo innanzi.

 

Prosecuzione

 

Per quanto riguarda Campo di mine (pp. 72-77), la vicenda è consimile. Qui un uomo, un lacero viandante anch’egli smarrito tra gli incollocabili pendii della fantasia calviniana, si sente dare da un vecchio la notizia della presenza di mine lungo il percorso che lo separava dalla sua meta, un valico posto al termine del vallone che avrebbe dovuto traversare.

La narrazione si apre sulle sardoniche battute del vecchio, e sul meraviglioso dialogo tra i due, imperscrutabile l’uno, nella sua misteriosa comparsa, preoccupato l’altro, facile preda d’un’ansia malcelata.

 

“‹‹Minato›› così il vecchio aveva detto, facendo girare una mano aperta davanti agli occhi […]. ‹‹Tutto per lì, non si sa bene dove. Sono venuti e hanno minato. Noi stavamo nascosti››.

[…] ‹‹Ma dalla fine della guerra ad ora›› aveva detto [l’uomo – il protagonista, n.d.c.] ‹‹c’era tempo di provvedere. Pure il passaggio ci deve essere. Qualcuno lo saprà bene››. – Tu, vecchio, lo sai bene – aveva anche pensato” (p. 72).

 

Anche qui, dunque, una marcia, un cammino montano verso una meta. Certo, non più il casone partigiano, ma un solingo valico pietroso, e pure anche qui, come per Binda, un sentiero tra le montagne, schiuso in perfetta solitudine.

 

Una realtà molteplice

 

Del resto, a livello di analogie, i due racconti sono scopertamente similari: si osservi il movimento dinamico della narrazione, che entrambi li caratterizza. In ambedue i casi, infatti, la vicenda, pur rimanendo spazio unico ed ultimo della narrazione, ne costituisce, per così dire, un pretesto. Si tratta, cioè, di una sorta di piano alternativo, lungo il quale innestare una serie di considerazioni divergenti, e, per certi versi, tangenziali.

In ambedue i racconti, infatti, il piano intenzionato è quello della relazione con la realtà, prima che quello della realtà medesima. Un fuoco necessariamente bipartito, capace come di scavalcare la statura reale dei due protagonisti, attingendo a ben altre fonti di verità.

 

Realtà psicologica?

 

La notte tenebrosa, per Binda, pullula di pericoli, di fruscii misteriosi, di vaghi, terribili presagi circa la presenza dei tedeschi lungo il cammino. La sua è una marcia ostinata, spedita, determinata, matematica, si direbbe; che avviene, però, nel tumulto del suo cuore, nella tempesta della sua anima, nella contrastante elettrificazione del suo cervello.

Una prospettiva duplice risulta dunque essere quella in cui Binda è come incapsulato. Una luce nitida, chiara, scientifica, staglia il Binda che marcia lungo il piano puramente descrittivo. L’albore lattiginoso ed incerto della penombra disegna i confini contorti ed incerti di un mondo diverso, lontano, incomparabile. Del suo “mondo interiore”, indecidibilmente immerso in una dinamica di verità, in tutto e per tutto paragonabile al metro da applicare all’universo montuoso, “là fuori”.

 

Che non si tratti di piani compossibili, o finanche componibili, è del resto indicato dal singolare parallelismo che tra di essi si può tracciare, anche a livello spaziale. Da un lato, una marcia lineare, diretta al proprio scopo senza indugi. Lungo un sentiero di certo asperrimo, il passo di Binda è regolare, come attraversasse un pianoro. Ma dentro di lui è tempesta: si stravolge, incerta, la sua stessa percezione della realtà. Sono corse improvvise, riconoscimenti lampanti, precipizi improvvisi, brusche interruzioni, il lento, costante gocciare di un’angoscia che cresce, che cresce e che monta a penetrare fin l’estetica della sua esperienza.

 

“Si stupì di quel luogo dove si trovava, gli sembrava di aver percorsa poca strada in molto tempo: forse aveva rallentato senz’avvedersene, forse s’era fermato. Non cambiò andatura, però: sapeva bene che il suo passo era sempre uguale e sicuro”. (p. 68).

 

Una duplicità di realtà, dunque

 

D’altronde, simile bivalenza si scorge anche nel secondo dei racconti in esame. Certo, la considerazione da compiere è qui più sfumata. Un parallelismo rigido come quello che può essere reperito con Binda viene sconfessato dalla stessa natura incerta ed incostante dell’angosciata marcia dell’uomo; e pure qualcosa di simile può essere individuato, e di lì descritto.

Anche qui, cioè, la dimensione spaziale e quella “psicologica” (per quanto inadeguato sia il termine: non si tratta affatto di una sfera “soggettiva”) incarnano la scissione duplice del piano narrativo che si è descritta in Paura sul sentiero.

 

“L’uomo camminava adesso per i rimasugli dei sentieri che salivano il versante, mangiati di anno in anno dai cespugli e battuti solo dal passo dei contrabbandieri, passo selvatico che lascia poca traccia […]. Lì, per esempio, si vedeva subito che non potevano esserci mine. Non potevano? E quella lastra di ardesia sollevata? E quella striscia nuda in mezzo al prato? E quel tronco abbattuto sul passaggio? S’era fermato. Ma il passo era ancora distante, non ci potevano essere mine, ancora: proseguì” (p. 73).

 

Certo, qui più che una duplicità di attitudini, come avviene in Binda (dove si distinguono chiaramente, un Binda partigiano ed un Binda uomo, indecidibili quanto a realtà e verità), può essere descritta una dualità “dimensionale”: all’impassibile, silenziosa, muta realtà naturale, fa da contraltare l’angoscioso, disperato, stentato passo del malconcio viandante.

 

In realtà, un’opposizione

 

Ed in effetti, più che di analogie, varrebbe qui la pena parlare di simmetrie di natura oppositiva. Una condizione che può ottenersi solo là dove possono tracciarsi indubbie somiglianze (che simmetria ci sarebbe, tra due figure del tutto diverse?), ma dove, pure, la relazione più forte risulta fuor di dubbio quella contrastante.

Non a caso, infatti, alla notturna tenebra di Paura sul sentiero si oppongono le apriche, larghe vallate di Campo di mine, alla sicurezza del passo di Binda sulle terre natie, l’andatura incerta dell’uomo, lacero e forestiero in una terra rammemorata a stento (certo, un passaggio c’è stato, ma quanto tempo prima? Per quali sentieri?).

 

D’altronde, quell’inquietudine che contraddistingue in ultimo la materia dei due racconti si dà in forme divergenti ed opposte. Con Binda, essa segretamente monta, cresce, scorrendo frenetica o gocciando lenta in lui, fino ad annunciare, pure in una certa qual onirica lentezza, la statura nitida e chiara di quel “grande tedesco che è in fondo a tutti noi, chiamato Gund, carico d’elmi, bandoliere, bocche d’armi puntate, che apre sopra a tutti noi le mani enormi e non riesce ad afferrarci mai” (p. 70). Con il viandante di Campo di mine, invece, accade diversamente. Qui il dubbio esplode come il sole, disorienta, lacera (come farà la mina con il suo corpo), la sua coscienza sin dall’inizio. Qui non c’è spazio per una dimensione altra rispetto al dubbio, l’intera realtà è divorata dallo spazio di un’angoscia che non si può celare in alcun modo.

 

Realtà e differenza

 

È come se il polo dell’angoscia, la “reazione psicologica” o, meglio “psicotica” dei due personaggi smaterializzasse quella realtà da cui pure prende le mosse. La quale però, è, nei due racconti, l’una l’opposto dell’altra: la mente di Binda e il terreno montuoso per il viandante.

Così accade in Binda, quel ragazzo saldo, sicuro, profondo conoscitore delle sue montagne, che sente sorgere in sé il principio di un timore che finisce per scinderne la coscienza. Che finisce, cioè, per proiettarlo in quel delirio, assolutamente parallelo alla realtà “altra” del Binda diretto alla meta con passo deciso. Delirio culminante nella definitiva lacerazione tra terrore e desiderio, tra angoscia agghiacciante e tepore di desiderio, tra le “mani enormi” (p. 70) di Gund e la “pelle liscia e sottile” di Regina.

 

“Per cacciare Gund bisogna pensare a Regina, a scavarci una nicchia con Regina, nella neve, ma la neve è dura e ghiacciata, non si può farci sdraiare Regina […] neanche sotto i pini si può […], il terriccio raggiunto è un formicaio e Gund è già sopra di noi, abbassa la mano sulla nostra testa, sulla nostra gola, sul nostro petto, l’abbassa ancora: urliamo. Bisogna pensare a Regina, la ragazza che è in tutti noi e per cui vorremmo scavare una nicchia in fondo al bosco” (p. 70).

 

Così accade anche con il viandante, dove l’elemento ansiogeno è collocato nella realtà “là fuori”, che, come in Binda la sua certezza, cessa di esser tale, e nella sua impenetrabilità si scopre invece pervasa da una tensione angosciosa, da un singolare, imprevedibile, sussulto di terrore.

 

“‹‹ […] Le marmotte enormi si precipitano contro di me e mi sbranano a morsi››.

Ma mai uomo era stato morsicato dalle marmotte, mai lui sarebbe saltato in aria sulle mine. Era la fame, a suggerirgli quei pensieri”.

 

Soggettività letteraria

 

Lo si è detto, dunque, e lo si ripete: questi racconti forniscono la chiave per una profonda comprensione del reale, che mette in ultimo a capo di una prospettiva straniante. Contro la datità chiara e certa di un’evidenza granitica, si scava, e nello stesso suo seno, una nicchia inquietante di dubbio. Come un’ansa d’incertezza e d’angoscia, che dirama le sue nodose linee di forza fra le pieghe serrate di una verità a tutta prima inamovibile. “L’uomo fu creato per essere inizio”, diceva Agostino, e inizio di novità, s’intende: quel “neorealismo” calviniano tanto elogiato pare qui spaccarsi in due tronconi. Di “realismo”, l’uno, prossimo ad affondare, e “neo”, “di novità”, l’altro, che emerge dal fondo della narrazione.

 

“La realtà, dunque – che pareva così semplice e immediata al tempo dei miei primi racconti – diventava sempre più una sfuggente balena bianca”.

 

Così Calvino, in una frase riportata sulla quarta di copertina dell’edizione citata.

 

Sotto lo sguardo dello scrittore, dell’“ultimo uomo” di Camus, la realtà schiude il segreto che gelosamente serba al suo seno, mostrando le inquietanti direttrici di un’oscurità più profonda e più affascinante. E perciò stesso più vera.

 

E se è vero, come nei fatti è vero, che ogni esperienza letteraria non è scindibile dalla valenza “esemplare”, paradigmatica, dimostrativa, che essa incarna nella propria statura occorre confessare anche qui quest’improvvisa meraviglia. Quella meraviglia sconcertata di Palomar sull’erba, del Platone di Hannah Arendt, degli assurdi personaggi di Borges di fronte all’infinito dell’esistenza, per cui è l’assoluto stesso (se ancora questo vuol dire qualcosa) a rendersi presente, e vivo, nella propria immensità.

 

Fino a che, forse, e il Cielo sa quanto ce ne sarebbe bisogno, potremo trovarci davvero, stupefatti e un po’ straniti, di là dal campo di mine della nostra esistenza. Là, “di fronte ad occhi che non [dovremo] più incontrare”.

 

Collegamenti:

Sui temi del neorealismo vedi anche i due articoli su Beppe Fenoglio

Una presentazione dell’autore e delle tematiche approfondite nella sua opera è reperibile a quest’indirizzo.

Giovanni Caccialanza

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