Letteratura sotto l’albero di Natale

Letteratura sotto l’albero di Natale

Nei giorni precedenti alla tanto attesa festa del Natale, andando in giro per la città illuminata, ci s’imbatte in una gran folla di persone alla ricerca di regali da donare alle persone care. Facendosi strada a fatica in mezzo a tutta questa gente indaffarata, tra i vari negozi addobbati e inghirlandati delle vie del Centro, si può scorgere una grande libreria. E avvicinandosi a questa grande libreria, un attento osservatore può notare un libricino, tanto piccolo da rischiare di non esser visto! Si tratta di Racconti di Natale, edito da Graphe.it, il quale racchiude due racconti, come suggerisce il titolo, molto diversi tra loro e scritti a 150 anni di distanza.
Il primo si chiama Una festa di Natale ed è un’opera nata nell’Ottocento da Carlo Collodi, il secondo invece, Un Natale come tanti altri di Eleonora Mazzoni, è stato pubblicato per la prima volta nel 2013.

 

E chi l’ha detto che la letteratura per l’infanzia è solo per bambini?

Una festa di Natale di Collodi è una fiaba, ma diversa da tutte le altre.
Se pensiamo alle fiabe la memoria ci riporta alla nostra infanzia, a quando i nostri genitori o i nostri nonni ci leggevano alcune storielle i cui protagonisti erano re, regine, principesse e cavalieri, che si trovavano ad affrontare feroci orchi, malefiche streghe e spietatissimi maghi. Di tutto ciò nel nostro racconto non c’è alcuna traccia. Tuttavia è ben identificabile una quête: vi è infatti un eroe protagonista, il piccolo conte Alberto, che grazie ad un aiutante, l’ortolana Rosa, salva un personaggio in difficoltà, il disgraziato figliolo, da una triste fine. Infatti il bimbo, di origini assai umili (diversamente da quanto ci si aspetti da una fiaba), è maltratto da suo zio Bernardo, il quale certamente non per caso è definito l’Orco.

«Zio Bernardo ho fame!…», ripeté dopo pochi minuti il bambino, con un filo di voce che si sentiva appena.
«Insomma vuoi finirla?» gridò l’uomo dalla barbaccia rossa. «Lo sai che in casa non c’è un boccone di pane: e se tu hai fame, piglia questo zoccolo e mangialo!»
E nel dir così, quell’uomo bestiale si levò di piede uno zoccolo e glielo tirò.

Il personaggio dello zio Bernardo, eco del Mangiafoco collodiano, con la sua barbaccia rossa è anche incarnazione dei pericoli a cui molte persone sono sottoposte nella loro quotidianità. E risulta per noi lettori un ammonimento a prestare attenzione e conforto anche a coloro che si trovano sotto i nostri occhi e di cui non cogliamo la miseria, avviluppati come siamo nelle spire dell’indifferenza.

Collodi ormai quasi due secoli fa invitava i suoi lettori a sgusciar fuori dall’inautenticità in cui mediamente si vive, per raggiungere un atteggiamento più sincero e profondo nei confronti del prossimo. L’altro infatti, nonostante possa sembrare diverso all’apparenza, è in realtà esattamente come noi. Uomo.

Una festa di Natale ci impartisce questo insegnamento tramite la storia di un bimbo di soli sette anni, Alberto, che si dimostra disposto a dar via tutti quanti i suoi risparmi, accumulati pazientemente per un anno intero, per vestire di panni nuovi e freschi un disgraziato figliolo che egli ha visto piangere per la fame pochi giorni prima.

Finora ha patito la fame e il freddo. Ora il freddo non lo patisce più, perché ha trovato un angiolo di benefattore, che lo ha rivestito a sue spese da capo a piedi.

Si tratta di un invito alla crescita, alla metamorfosi. La festa di Natale è anche un Bildungsroman. Lo stesso Alberto, infatti, si decide ad aiutare attivamente il bimbo bisognoso, dimostrandosi maturato, non la prima volta in cui l’incontra, quando lo vede malmenato dallo zio, bensì dopo aver sentito parlare nuovamente di lui dall’ortolana. Come scrisse Sofocle nell’Agamennone, la saggezza si acquisisce attraverso la sofferenza: l’eroe bambino infatti deve fare un sacrificio per poter dirsi grande, deve rinunciare a comprare una bella giubba al suo burattino Pulcinella. Egli mette da parte i giochi e si comporta da adulto.

Il rischio di tornare bambino però è alto. Infatti il conticino si vergogna ad ammettere davanti alla madre e ai fratelli di aver speso così i suoi denari, come se non capisse fino in fondo che la sua è stata una nobile azione. Proprio come l’immagine finale del capolavoro di Collodi, disegnata da Jacovitti, Alberto è «un Pinocchio trasformato con l’ombra di un Pinocchio burattino». E qui – attenzione – tacitamente fa capolino un ulteriore avvertimento. Non bisogna dimenticarsi dell’importanza di far del bene, anche dopo Natale!

 

E poi, visto da lì, era solo un Natale come tanti altri

Vicenda del tutto differente è quella di Un Natale come tanti altri di Eleonora Mazzoni. Il racconto sarebbe nato per contrasto, stando alle dichiarazioni della stessa autrice, proprio dopo aver letto l’opera di Collodi. Da qui la decisione di accostarli in un unico libro.

Il secondo testo ci descrive come la regolare e monotona vita della signora Bini sia improvvisamente sconvolta dall’arrivo dei suoi nuovi e assai rumorosi vicini di casa peruviani. A differenza di Alberto – ella si dimostra tutt’altro che pronta all’accoglienza. Ma l’atteggiamento infastidito dell’anziana rispetto alla situazione con la quale si trova all’improvviso a dover convivere risulta avere una ragione più profonda di quella che appare inizialmente.

A primo impatto infatti sembra che l’insofferenza della donna verso i nuovi arrivati sia dovuta al loro continuo parlottare, scorrazzare, ridere e scalpitare e forse, perché no, anche al fatto che essi abbiano una nazionalità diversa dalla sua. Sembra, insomma, nella parte iniziale dell’opera, che la protagonista non sia nient’altro che lo stereotipo della classica anziana signora italiana: infastidita da gioventù e vivacità, amante del silenzio e non del tutto disposta a riconoscere che il luogo d’origine non sia importante nel giudizio su una persona. Eppure, nelle ultime due pagine, si viene a conoscenza di una notizia inaspettata e imprevedibile che porta il lettore a rimanere spiazzato tanto quanto la signora Bini all’arrivo dei nuovi vicini. La donna, infatti, soffre così tanto perché i forti rumori e lo scorrazzare qua e là dei bimbi nell’appartamento adiacente al suo le ricordano costantemente della perdita di suo figlio subito dopo la nascita.

Eccoli. Eccoli lì i bambini peruviani. Si rincorrevano, rimbalzavano, si arrampicavano come scimmie. Ma che diavolo stavano facendo? Stavano giocando alla settimana, è così che si chiamava quel gioco, vero? Lanciavano un sasso e zampettavano su sette riquadri. E poi tiravano forte, sulla parete sottile che moltiplicava i rumori settanta volte sette. Li tiravano contro di lei. Forse sarebbe stato meglio che morissero tutti.
Oddio, no, non posso pensare questo, e si avviò in bagno a sciacquarsi la faccia.

Il racconto di Eleonora Mazzoni inizialmente sembra quindi voler mettere in luce come una donna adulta e teoricamente matura sia meno aperta al prossimo rispetto a un bambino di soli sette anni. Ma poi con grande maestria l’autrice ribalta la prospettiva. Forse forse è stato il lettore a giudicare troppo in fretta. Forse forse è stato il lettore a non voler comprendere l’altro. E allora appare chiaro anche da quest’opera come sia importante conoscere le situazioni fino in fondo prima di esprimersi al riguardo. Poiché ognuno ha il proprio vissuto e i propri segreti, e anche la persona apparentemente più trasparente può nascondere un dolore come quello della morte di un figlio.

Sì, sarebbe meglio che anche lui morisse. Come Pietro.

Ed è necessario dimostrarsi comprensivi perché la sofferenza di alcuni alle volte è così grande, anche se a lungo celata (o proprio perché a lungo celata) da far dimenticare anche il giorno di Natale. Proprio come accade alla signora Bini che, sempre attenta a seguire la sua routine in maniera quasi compulsiva, finisce per scordarsi della festa più importane dell’anno.

Per leggere l’intervista a Eleonora Mazzoni, clicca qui!

Penelope Volpi

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