Il Maestro e Margherita: Riondino porta il Diavolo al Mercadante

Il Maestro e Margherita: Riondino porta il Diavolo al Mercadante

Quando una buona manciata di anni fa misi piede per la prima volta a Budapest, con la prospettiva di passarci un bel po’ di tempo, mi ritrovai a camminare a lungo per le stradine del settimo distretto, alla ricerca di un luogo familiare, qualcosa che non fosse ancora casa, ma potesse diventarlo – dei punti cardinali di cui il mio cuore ha bisogno per non perdersi.

Fu così che, alzando gli occhi, notai all’improvviso l’insegna azzurra di un caffè su cui era scritta un’unica parola: MASSOLIT. Ed eccomi lì. Eccomi proiettata nel Circolo Letterario sullo sfondo degli eventi di uno dei più meravigliosi romanzi della Russia moderna: Il Maestro e Margherita. Aprendo quella porta, scivolavo in un mondo in cui era possibile tutto: incontrare il diavolo, viaggiare nel passato, predire il futuro… magari addirittura imparare l’ungherese.

Ieri sera, il sipario del Teatro Stabile di Napoli che si apriva sulla prima dell’adattamento teatrale del romanzo capolavoro di Michail Bulgakov mi ha dato la stessa dolce, calda sensazione di entrare in un mondo di nuove cose impensabili… ma pur sempre possibili. E la sensazione ha avuto ragione: è infatti un Michele Riondino in stato di grazia, quello che calca le tavole del palco. Una contraddizione in termini, questa, in quanto il personaggio che interpreta non potrebbe essere più lontano dalla grazia come stato.

Riondino veste infatti i panni di Woland, quel diavolo della cristianità che, per dirla con una famosa citazione del Faust: “sempre il male vuole e sempre il bene fa”. Il Diavolo giunge dunque in una Mosca fumosa e spettrale, resa meravigliosamente da una scenografia scarna, grottesca e quasi claustrofobica un po’ a la Dogville, in cui ciò che conta è Il Verbo (quello scritto col gesso sui muri, come graffiti o incantesimi: “Liberati dal Maligno – Gli uomini sono rimasti maligni”).

Attorno a Woland si fa e si disfa una piccola folla di aiutanti e demonietti che Bulgakov aveva immaginato più carnevaleschi che minacciosi, e così li rende la regia attenta di Andrea Baracco e le interpretazioni volutamente imprecise di Alessandro Pezzali, Giordano Agrusta e Carolina Ballucani, che si sforzano di farsi ombre di Woland, maschere vagamente inquietanti senza peso e senza limiti, snodabili e pieni di tic, entusiasti come solo è necessario essere quando si sceglie di vivere in affronto alla morale.

In questo mondo in cui il male sembra più interessato a compiere innocui giochi di prestigio senza eccessive conseguenze piuttosto che cataclismi di malvagità, il vero dramma è quello del bene: è il dramma del Maestro che vuole dire la verità, e prima di lui di quel Jeshua Ha-Nozri che davanti a Ponzio Pilato dichiara che gli uomini sono tutti buoni, e cioè è il dramma di chi pensa che ciò che è vero sia sempre buono e ciò che è buono sia sempre vero, e che piuttosto che ammettere il compromesso si lascia credere (si crede?) criminale o, peggio, pazzo.

Il male è affascinante ma facile, il bene necessario ma impossibile. L’unica a intravedere una qualche soluzione a questo labirinto dell’anima è una donna, Margherita, che sembra anche essere l’unica ad avere abbastanza coraggio da impazzire quel tanto che basta. Margherita, contesa tra l’amore perduto del Maestro, che ha preferito farsi internare in manicomio piuttosto che condividere con lei il nulla di un’esistenza perduta, e la voluttà del Diavolo che la vuole come “padrona di casa” al suo ballo, che vuole farne una regina per una notte.

Margherita, al centro di tutto, in equilibrio suo malgrado, è l’unico personaggio che sceglie: sceglie di spalmarsi la crema magica che la trasforma in strega, sceglie di non uccidere l’uomo che ha scritto malignità sul libro del Maestro, di fatto condannandolo, sceglie di fare il bene quando perdona Frida, anima in pena che il Diavolo si diverte a tormentare, e infine sceglie il proprio destino e sceglie pure quello del Maestro quando rifiuta quello che Dio aveva in serbo per lei. Dio che non sa tutto, alla fine, che non capisce le sue creature e che quindi non le ama quanto la sua controparte oscura, che dalle ombre non perde occasione per ridere di loro come si ride dei figli piccoli quando credono di conoscere tutto.

È in quella risata divertita di Riondino, che ricorda un po’ un onnipotente Joker, col suo mascherone bianco e un sorriso traboccante, che sta il senso di una delle più grandi e realistiche commedie dell’assurdo di tutti i tempi: la necessità del male.

È lo stesso Woland a sottolinearlo ad un ottuso Matteo Levi, in uno dei passaggi più belli del libro prima e dello spettacolo ora: “Hai pronunciato le tue parole come se tu non riconoscessi l’esistenza delle ombre, e nemmeno del male. Non vorresti avere la bontà di riflettere sulla questione: che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre? Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose. Ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Vuoi forse scorticare tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c’è di vivo per il tuo capriccio di goderti la luce nuda? Sei sciocco”.

Ed io vado via pensando che è vero, “i manoscritti non bruciano”, ma Dio se sanno illuminare un teatro intero, un’intera umanità che ci prova – ci prova! – a convivere con l’ombra di sé stessa.

Marzia Figliolia

Marzia Figliolia

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