Beppe Fenoglio e Raoul: l’inesausta vocazione dell’innocenza

Beppe Fenoglio e Raoul: l’inesausta vocazione dell’innocenza

Ci si ricorderà certo come ci si era lasciati, nello scorso incontro con Johnny. Il gioco del reale potrà colmare il desiderio di questo giovane innamorato? Guadagneremo un principio di risposta attraverso la vicenda di Raoul, per come l’autore la presenta nella raccolta I ventitré giorni della città di Alba (Einaudi, Torino, 2006 [1952]; pp. 40-57).

Raoul, un desiderio frustrato?

Disagio, inadeguatezza, abbandono, tristezza, una lacerante, perduta nostalgia, è questo un primo abbozzo di ciò che grigio si rimesta nella coscienza di Raoul al suo primo contatto con le brigate badogliane agli ordini del comandante Marco. Il primo rapporto che si stabilisce, con Sgancia, da quattro mesi ormai avvezzo al battagliero, sordido ambiente delle brigate di Castino, è un rapporto marcio e corrotto. Sgancia scorge la bella pistola che Raoul porta alla cintola, e propone al nuovo arrivato l’iniquo scambio con la sua arma consunta dalla ruggine. E non che Raoul non si fosse avvisto del pericolo:

“Raoul gliela [scil. “la pistola”] passò, col presentimento che cominciava una faccenda che per lui finiva in perdita […]. Raoul fece il cambio, la faccia tutta tirata per lo sforzo di dissimulare la rabbia e l’amarezza” (p. 45).

Il livore si impossessa dunque di Raoul, di questo nuovo partigiano, nato anch’egli, come Johnny, alla vita di responsabilità, proprio sulla scorta di un desiderio che si percepisce diventare vieppiù l’urgenza ultima di una personalità ben disposta. Anche Raoul, infatti, è molto fermo; la sua appartenenza ai partigiani si scandisce, prima ancora della sua partecipazione, nella forma di un dovere, prima che di una possibilità.

“‹‹È una cosa giusta, mamma. La parte buona è quella dove vado io. Anzi, io ci vado un po’ tardi. Ci son già andati tanti come me e meglio di me›› […]. Lei disse ancora: ‹‹Io dico solo che ci potresti andare al momento buono››. ‹‹Ma è sempre il momento buono, lo è stato fin dal principio››” (p. 51).

Il disincanto del reale

E di fronte a tale senso di responsabilità, ecco che sorge null’altro che la buia notte dell’abbandono. Un’orda indisciplinata e volgare, una truppa grezza ed animalesca accoglie quel desiderio profondo e vivo alla luce del quale Raoul si dispone ad abitare la propria esistenza. A fare, entro gli angusti confini di questa sua esistenza, autentica prova di giustizia e di libertà.

Il primo contatto con le brigate partigiane avviene all’insegna del disinteresse, della cieca animalità che pare costituire l’unico, avvilente orizzonte entro il quale le vite di questi soldati della ventura possono scandirsi, e marcire. Al posto di blocco cui Raoul si rivolge, il suo arrivo non viene accolto con quel tepore e quell’ardore vivo che il giovane pare attendersi. Tutt’altro, la semplice comparsa di un profilo femminile, giù lungo la strada, è sufficiente a che il partigiano in cui Raoul si è imbattuto si disinteressi completamente di lui.

“Adesso fumava, guardava avanti e pareva essersi dimenticato di lui. Sergio [si tratta del nome “civile” di Raoul, n.d.c.] dopo un momento si voltò a vedere cosa poteva guardare quell’altro. Per la strada veniva una ragazza, camminava sul bordo e con occhi desiderosi guardava giù per il pendio per scoprire quelli che sparavano” (p. 41).

Raoul, l’inetto

Ed è poi lo stesso Raoul ad abitare con sordo timore la sua nuova affiliazione. Ragazzo di buona famiglia, cresciuto presumibilmente nell’agio (la pistola che si è potuto permettere, è un’ottima arma, invidiabile rispetto a quelle di cui la brigata è in possesso), e discplinato negli studi, sente con disagio e crescente preoccupazione la risibile sua inesperienza bellica al cospetto dei partigiani.

“Si fece forza e disse: ‹‹Avevo pensato di farmi chiamare Raoul››, ma con un tono come se non ne fosse ben sicuro. Poi aspettò che Marco e la ragazza scoppiassero a ridere, niente gli pareva più giusto che scoppiassero a ridere” (p. 43).

Già, nulla pare a Raoul più giusto, cioè più appropriato (ed è precisamente qui che si gioca la partita della giustizia e della libertà). In un luogo dove è la brutalità di comportamenti al limite della disumanità, la barbarie di un’orda al di là di ogni contegno e di ogni decenza a costituire il metro di relazione tra individui, Raoul non può aspettarsi altro che derisione. Un segno come un altro, cioè, perché la sua inferiorità possa continuare a danzare, infernale, dinnanzi ai suoi occhi. Un modo come tanti, ed era già Thomas Hobbes ad averlo notato, rispetto al riso[1], perché l’umiliazione della sua inettitudine continuasse a macerarlo nel suo disagio.

Raoul in un inferno partigiano?

Ed è Jole, la libertina compagna del comandante Marco (una rivisitazione, forse, in chiave bellica, dell’eterna figura di Aspasia), a marcare con chiarezza tutta la distanza che si spalanca tra il mondo civile di Sergio, e quella selva animalesca in cui Raoul vorrebbe alzare i suoi primi vagiti. La mensa, in cui Raoul consuma il suo primo, ributtante pasto da partigiano, rassomiglia più alla bolgia disumana di un inferno, che allo spazio di libertà in cui Raoul pareva sognare di volersi, finalmente, scoprire uomo.

“Jole si alzò e uscì dicendo che andava a pisciare. Il partigiano che Raoul aveva inteso chiamare Miguel si alzò lui pure e muovendo verso la porta in punta di piedi e con la testa incassata nelle spalle disse piano: ‹‹Le vado dietro e mi nascondo a vederglielo fare››. Raoul sogguardò Marco: rideva come tutti gli altri. Quattro o cinque si addormentarono a tavola col naso tra le briciole del pane e il grasso della carne” (p. 48).

Gli alterchi tuonano, sconvolgono la quiete sordida e fumosa della fine del pasto, solo per perdersi nella narcosi plumbea dei partigiani disinteressati e incuranti. La pace è invocata per spregio e spossatezza, non certo per amore di concordia e armonia.

“‹‹Monarchici le balle!›› ripeté Kin. ‹‹Il tuo re è uno schifoso vigliacco, è il primo traditore…!››. Sgancia si alzò e pallido come un morto disse: ‹‹Non parlare così del re! Cristo, Kin, non parlare così del re davanti a me!›› ‹‹Non parlare così del re? […] Se aveva un po’ d’onta, veniva a fare il partigiano con noi o almeno ci mandava quel puttaniere di suo figlio che è ancora giovane. Me finito questo, li fuciliamo tutt’e due, com’è vero Dio li fuciliamo!›› […]. Uno che si chiamava Gilera alzò una mano e disse: ‹‹Basta, Sgancia, basta Kin […] Se volete saperlo, io ero nella Garibaldi e sono passato nei badogliani perché nella Garibaldi avevamo i commissari di guerra che ci imbalordivano con la politica››” (p. 49).

Sconforto e rinascita di un’anima ferita

Incubo

In un’atmosfera avvelenata da una discordia che pare gravare come una condanna cosmica, che a tal punto ha assuefatto gli uomini, dall’averne avvelenato perfino la radice intima dell’anima, che ha sopito quel senso di riscatto e di giustizia di cui parlava Simone Weil[2], e che dipingeva come il sostanziale interesse nei confronti dell’altrui sofferenza, l’incubo tracima, e costringe Raoul alla fuga. Ancora una volta è Jole a trascinare il mondo partigiano al suo eccesso ipnotico e martellante. Dopo essere uscita per “pisciare”, la donna rientra nello stanzone:

“Gilera disse a Jole: ‹‹Ce n’hai messo del tempo. Dunque non hai pisciato soltanto››. ‹‹Fattelo dire da Miguel cos’ho fatto››. Dietro di lei era tornato Miguel e faceva apposta la faccia di chi ha visto cose grandi e rare. Disse: ‹‹Lo fa così bene che non ti fa perdere la poesia. Se avevo la macchina, le prendevo una foto›› […]. Rise anche Jole e ridendo saltò a sedere sulla tavola e di là disse: ‹‹Su, ragazzi, parliamo sporco››. Raoul si portò una mano alla bocca, si alzò e urtando un paio di panche uscì a testa bassa” (p. 50).

Nostalgia

E tutto questo nell’arco di una sola mattinata! In un tanto breve torno di tempo, un incubo tanto pesante e greve riesce ad avvelenare, come il fumo mefitico delle ributtanti sigarette partigiane, il più fiero sogno di libertà di Raoul. Un sogno che solo otto ore prima aveva coltivato con la chiara coscienza del dovere, con la matura, adulta consapevolezza di una responsabilità necessaria. La disumanità partigiana sconfessa l’attesa grandiosa e marmorea del senso che Raoul si aspetta una simile esperienza possa, finalmente, schiudergli. Il disincanto che la realtà documenta lo ferisce, e risveglia nell’intimo del suo cuore quel desiderio dolce e perduto di calore, che sprezzantemente aveva inteso come la pavida incrostazione di un’anima indolente. Nello scuro della terra, e forse (analogamente?) perduto fra i recessi della sua anima, leva il suo lamento.

“Si allungò tutto sulla terra umida e gridò: ‹‹A cosa mi serve aver studiato? Qui per resistere bisogna diventare una bestia! E io non me la sento, io non sono buono! Oh, mamma, mamma!›› […] Se con gli altri sapesse esser duro, quasi crudele come lo era con quelli che gli volevano bene, non si sentirebbe tanto indifeso agli sguardi e alle parole dei partigiani” (p. 51).

Nel bel mezzo dell’inferno, mentre la cocente delusione del reale martella alle tempie, decostruendo con macchinale precisione l’innocenza del suo sognare, Raoul si smarrisce, bramando, e nel contempo disprezzando (l’eterna legge catulliana dell’animo umano) il velo dell’oblio e del silenzio, che pare calare, su di lui, con la notte che scende. Ma non è che illusione. La stalla dove dormono i partigiani è un buco tenebroso e maleodorante, convivono con la mole fiatante delle bestie, e si coprono della paglia che fa a quelle da latrina. La notte aperta e stellata, nella quale gli è chiesto di vegliare, come sentinella, è di gran lunga più desiderabile.

Lascia fuggire il suo turno, lo allunga. Ma, puntuale come il destino della sua frustrazione, Delio, un partigiano, giunge a riscuoterlo, e ad ingiungergli (più che ad invitarlo) di recarsi in stalla a dormire. E lì, ancora una volta, il suo pensiero corre a casa.

“Cominciò ad avvertire in tutto il corpo quella pesantezza che a casa nel suo letto lo faceva languidamente sorridere perché era il segnale che il sonno arrivava quatto quatto, un sonno pulito, regolare, sicuro. Ma qui c’era miseria e pericolo” (pp. 55-56).

Innocenza

Ma l’alba non è poi lontana.

Raoul si riscuote, dopo un sogno terrorifico, un incubo di morte, di fango e ferro. Apre gli occhi nella deprimente realtà della stalla, e lì scorge Delio, seduto sulla greppia entro la quale aveva dormito. Lo stesso Delio che la sera prima era stato suo carnefice, che aveva eseguito la condanna del suo desiderio di integrazione, con il cambio che era venuto a portargli. Eppure, nella mattina che, nuova, sorge, è proprio Delio a portare il primo segno di un interesse, il lampo di una rinascita.

“Delio gli domandò: ‹‹Dormito bene per la prima volta?››

C’era un po’ di malignità nella sua voce, ma forse Delio non aveva un’altra voce.

Raoul gli disse: ‹‹Ho sognato che t’hanno ammazzato. La repubblica, lì fuori sull’aia. Parola d’onore che l’ho sognato››.

Delio disse: ‹‹Stessi secco a sognare delle cose così!›› Ma rideva” (p. 57).

Ed è in questo riso, mentre un sole nuovo sorge fuori dalla stalla, che a Raoul finalmente è concesso di scorgere il principio della sua felicità, a lungo promessa, da tempo chiamata. È in questo improvviso distendersi di un riso inatteso, in questo primo contatto umano, fra la paglia di una stalla, nel fiato degli animali, che Raoul scopre la bontà e la bellezza di una compagnia che di esse si credeva deserta. È entro l’estemporaneità, l’improvvisa comparsa, in quest’aurora, di un riso nuovo sulle labbra di Delio, che anche Raoul si abbandona a quella gioia nuova, e nuova perché da sempre già attesa. La mangiatoia di una stalla, tra i ranghi dei soldati diviene luogo primo di nascita di un rapporto pienamente umano, e umano perché gioioso. E gioioso perché, a dispetto di ogni circostanza, intimamente avvinto dal sogno d’un’innocenza.

È in un riso come questo, che la luce si fa largo nella stalla, ed è in una simile gioia che i ranghi partigiani accolgono il nuovo mattino.

“Rise anche Raoul e svegliarono tutta la stallata” (ibidem).

[1] Cfr. T. Hobbes, Leviathan, XIII; tr. it. Il leviatano, BUR, Milano, 2018

[2] Cfr. S. Weil, La personalité humaine. Le juste et l’injuste; tr. it. in R. Esposito, Oltre la politica, Bruno Mondadori, Milano, 1996, pp. 64-92; v. pp. 67 ss.

 

Sui temi dell’innocenza e della dolcezza nell’Italia della guerra mondiale vedi anche la figura di Natalia Ginzburg.

Per un’interessante rassegna degli studi dedicati all’autore, vedi anche il Centro Studi Beppe Fenoglio.

Giovanni Caccialanza

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