Quasi una ballata: Una sera come tante di Giovanni Giudici

Quasi una ballata: Una sera come tante di Giovanni Giudici

Sera, quasi-notte.
Fuori la pioggia scende come un vapore, come la neve che toglie il suono alle cose, le temperature calano e novembre si mostra nel suo vero aspetto: il mese più crudele è lui, con buona pace di Eliot. In casa pochi suoni residui, i tacchi al piano di sopra, svolazzi nei corridoi del condominio, tram che passano e la luce blu del parcheggio a ore che si insinua in cucina.
Domani, altro grigio a coprire il sole, un risveglio troppo presto nelle mattine freddissime, giorni come cicli perfetti, inderogabili tracciati che non vanno da nessuna parte. Non è come immaginavamo un tempo ma molta polvere è caduta sui nostri giorni da allora.

VERSI CHIUSI IN UN APPARTAMENTO

Giovanni GiudiciNel 1965 esce per Mondadori l’opera d’esordio del ligure Giovanni Giudici ‘La vita in versi’. Un titolo programmatico e funzionale a veicolare l’idea di una vita cantata in forma di racconto quotidiano. È Giudici stesso a darci consapevolezza di questo: se consideriamo queste righe ‘Metti in versi la vita, trascrivi / fedelmente, senza tacere / particolare alcuno, l’evidenza dei vivi’ capiamo quale fosse l’occhio indagatore di Giudici, il suo desiderio di registrare e al contempo di narrare ciò che lo circondava senza ingenuità “neo-neorealista” ma ben conscio piuttosto che ‘vedere non è / sapere, né potere, bensì ridicolo / un altro voler essere che te” e soprattutto che “in ogni caso l’essere è più del dire’.

Si capisce bene come Giudici consideri il suo medium capace al più di un’approssimazione rispetto alla realtà e questa deminutio certo lo apparenta al crepuscolarismo che già fu di Govoni a inizio secolo. Lo stesso atteggiamento pervade l’io poetico, descritto come una vittima, come attore incapace degli eventi, autocommiserato. Un quadro mesto del sé che però nella raccolta non chiede pietà all’interlocutore e non sfugge a delicate punte di ironia: chiede piuttosto al lettore la stessa osservazione che lui ha usato per realizzare i versi, come a dirci ‘questa è la mia storia ma fa’ attenzione perché è anche la tua’. Ed è esattamente con queste parole nella mente che ci avviciniamo al testo forse più noto della raccolta ‘Una sera come tante’ (il cui testo integrale si può leggere qui).

Questa poesia si muove nella sinuosità classica e tradizionale delle sue strofe, cadenzata dolcemente dal ritornello iniziale che si ripete ed echeggia come fosse il ritmo da seguire quando si balla un valzer. Sembra un bel quadro ma la dolcezza che la metrica ispira non trova riscontro della durezza dei versi.

‘Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.’

La prima di sette strofe è emblematica poiché è l’unica che rappresenta un ambiente concreto, realistico come da intenzione dell’intera raccolta: il prosieguo, come vedremo, si gioca totalmente sul ricordo e sull’astrazione. È però proprio questa scenetta banale, quasi misera nella sua insignificanza ad innescare la spina dorsale del discorso. Parole piane, sciatte, ma d’altronde cos’altro potrebbe attagliarsi all’ennesima di queste sere (‘quante ne resta a morire / di sere come questa?’) che si ripetono in coro fino a spaccare il cervello? E poi, com’è che siamo arrivati qui? Come abbiamo fatto a rinchiuderci in questa spirale che non ci lascia andar via?

IL SOGNO CHE HAI LASCIATO PASSARE

giudiciTutta la poesia si basa su un concetto semplice: le conseguenze di chi ha rinunciato ai propri sogni per prendersi il posto tranquillo che la società promette, o almeno propone. Passano anni da quando accettiamo il nostro lavoro da impiegati, da dipendenti. E fosse pure che un giorno arriviamo alle più alte vette del prestigio: forse qualcuno in controluce vedrebbe la nitidezza del contrasto come anche qui fa Giudici: ‘i miei proponimenti / intatti, in apparenza, come anni / or sono, anzi più chiari, più concreti: / scrivere versi’. E di versi, in effetti, potremmo scriverne comunque, forse qualcuno potrebbe arrivare da qualche parte ma questo non sarebbe abbracciare il sogno, questo sarebbe tendergli, di-vertirsi cioè distrarsi dal resto sapendo di non poterne scappare.

Sembra che sia questa la ragione del dolore, la ragione di tutto quel grigiore che se il cielo mostra è solo perché riverbera il nostro interno. Più avanti Giudici quasi cede su un altro piano, pensando che il dolore non sia questo contrasto incomponibile tra la volontà della coscienza e quella del mondo ma un fatto costitutivo della natura:

‘vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro’

in una matrice fortemente leopardiana ma senza quella resistenza eroica, titanica di Leopardi, altra cosa rispetto al pessimismo-etichetta che la scuola ci propina (varrà qui ricordare i versi di A Silvia che certo molti di noi hanno dovuto imparare a memoria anni fa tra i banchi ma che non smettono di essere luminosi: ‘Quando sovviemmi di cotanta speme, / un affetto mi preme / acerbo e sconsolato, / e tornami a doler di mia sventura. / O natura, o natura, / perché non rendi poi / quel che prometti allor? perché di tanto / inganni i figli tuoi?’).

Ma questa è solo una soluzione di comodo, siamo stati noi a non avere avuto il coraggio di dire sì ai nostri sogni. Per questo nessuna azione nel mondo riempie il nostro dentro e ci prende apatia persino verso i piaceri più immediati: ‘non tentato da nulla, / dico dal sonno, dalla voglia di bere, / o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle’. È sempre così quando non si tende ad alcuno scopo che dica qualcosa di noi, solo angoscia senza nome e terrore senza motivo dal primo momento in cui riapriamo gli occhi.
La vita che abbiamo scelto, questa vita esteriore di soddisfazioni esteriori – quando ce ne sono – ci toglie umanità, cioè l’irripetibilità dell’essere individui e ci serializza: ‘private persone senza storia / siamo, lettori di giornali, spettatori / televisivi, utenti di servizi’.

Eccoci al punto, utenti: non siamo più quello che crediamo e facciamo, siamo quello che consumiamo, quello che l’esterno vuole che noi desideriamo. E in virtù di quei desideri che noi crediamo essere nostri perdiamo la forza per agire, per fare dietrofront.
Basterebbe decidersi a ‘sbagliare in molti, / in compagnia di molti sommare i nostri vizi’, sprizzare, trattenere il fuoco nello sguardo ma non ne siamo più capaci perché un tempo abbiamo esitato e oggi è troppo tardi, oggi ci resta ‘questa grigia innocenza che inermi ci tiene // qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene’ senza più sapere ‘Da quanto in questa viltà ci assicura / la nostra disciplina senza percosse’.

E pensare che questo già ce lo aveva detto Eliot, sempre lui, e se non vi piace come ne parla Giudici prendete questi versi da La Terra Desolata ‘[…] che abbiamo dato noi? / Amico mio sangue che scuote il mio cuore / L’ardimento terribile di un attimo di resa / Che un’èra di prudenza non potrà mai ritrattare / Secondo questi dettami e per questo soltanto noi siamo esistiti, per questo / Che non si troverà nei nostri necrologi / O sulle scritte in memoria drappeggiate dal ragno benefico / O sotto i suggelli spezzati dal notaio scarno / Nelle nostre stanze vuote’.

UNA SCELTA IMPOSSIBILE

In fondo, in ogni giorno che non fa che ripetere una fine, quello che resta è una felicità dimenticata (‘Da quanti anni non vedo un fiume in piena?) o la speranza ormai spenta di un futuro che avrebbe potuto essere, che avremmo potuto accogliere e invece è stato negato (‘È nostalgia di un futuro che mi estenua’ – in questo verso la bellissima impossibilità di voler tornare a una cosa mai stata). Sul bordo del viso solo un sorriso stirato e la tenue preghiera che intona chi non crede chiedendo un domani migliore sapendo bene ‘che il nostro domani era già ieri da sempre’.

Nell’ultima strofa Giudici prospetta una soluzione resa semplice dall’impossibilità della sua attuazione quando dice ‘La verità chiedeva assai più semplici tempre’, la forza cioè di abbracciare l’intimità del proprio sogno, accettarne il destino e con esso la responsabilità. Sarebbe bastato averne lo spirito, avere le braccia e il cuore più saldi nel momento in cui l’occasione si fosse mostrata, quando era necessario operare la scelta. Sembra derivare proprio da questo il senso di vecchiaia, la decadenza che percorre i versi, la giovinezza appassita in una vita che non può più cambiare rotta (così insisteva anche il poeta inglese Philip Larkin nella sua poesia The Building – qui nella traduzione di Italo Testa –: ‘alcuni sono giovani / altri vecchi, ma i più di quell’età indistinta che dichiara / la fine delle scelte, il termine delle speranze; e tutti / qui a confessare che qualcosa è andato storto’).

Ma è davvero così semplice dire i giusti sì e i giusti no? La società che ci vive e il sistema che ci sostiene promettono agio, appagamento, reputazione e persino potere. Obiettivi che hanno vie determinate per essere raggiunti. Obiettivi e non desideri che in molti casi cozzano con la nostra volontà profonda, felicità diretta dall’esterno ma solo per questo così poco desiderabile?

Accogliere il sogno, e soprattutto accogliere un sogno di parole come quello che Giudici ci suggerisce, significa fare una scelta e cioè rinunciare a qualcos’altro; significa sostenerne il peso, accettarne la responsabilità e le conseguenze. Per noi oggi significa rinunciare a quello che la velocità frantumante del mondo ci addita, lasciare una pur difficile via per un’altra che invece non promette nulla, che sussurra versi incomprensibili che parlano di noi, del giorno in cui chissà il nostro dentro, individuato, irripetibile, il cumulo dei nostri desideri risuoni col mondo, arricchendolo. Ma è un’eco di un fermento infine liberato eppure senza fragore, in stanze troppo piccole, una sera come tante.

Il sogno non libera, non lascia respirare ma ci travolge mentre lavoriamo tra alterne ondate di speranza e rassegnazione. È tutta lacerante ambiguità tra quello che avremmo sopportato per ossequiare le lusinghe del mondo e quello che in effetti sopportiamo quando cediamo alle lusinghe del cuore.
Per questo non sappiamo, non ci decidiamo a credere sia vero l’ultimo verso quando dice:

‘C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà’

 

Di sogni e di speranze Camera Oscura vi aveva già parlato con questo articolo su Vittorio Sereni!

Massimo Del Prete

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