Da Milano all’Africa, Bookcity 2019: quando le cose crollano

Da Milano all’Africa, Bookcity 2019: quando le cose crollano

CITTA’ DI CARTA: BOOKCITY 2019

I libri e Milano costituiscono una notevole percentuale di ciò a cui sto pensando da tre anni a questa parte. Gli uni costante panorama di studio e di crescita professionale, l’altra città misteriosa e amica, isola di realtà e parco delle meraviglie. Bookcity 2019 è l’occasione perfetta per celebrare questo connubio e, all’alba dell’11 novembre, ormai ci siamo, l’evento è alle porte: Milano plana nelle pagine di una fiaba e si trasforma in città di carta. Bookcity -per coloro che non lo sapessero – è un evento culturale che mette il distretto editoriale milanese sotto la luce dei riflettori, così la descrivono i suoi organizzatori:

Nel 2012 il Comitato Promotore e l’Assessorato alla Cultura hanno chiamato a raccolta gli editori italiani per realizzare un evento condiviso tra tutti i protagonisti del sistema editoriale, con l’obiettivo di mettere al centro di una serie di eventi diffusi sul territorio urbano il libro, la lettura e i lettori, come motori e protagonisti dell’identità della città e delle sue trasformazioni nella storia passata, presente e futura.

Bookcity è la città dei libri, ma è anche il sogno di un mondo migliore, che di strada in strada e di incrocio in incrocio i milanesi amano raccontarsi nel modo più efficace in cui una storia può prendere vita: attraverso i libri. Una Bookcity inedita, quella di quest’anno, che ci invita a volare alto e lontano, verso i luoghi dove il sole brucia forte, i paesaggi mozzano il fiato e le cose crollano. Milano da martedì 13 novembre a domenica 17 ci racconterà l’Africa.

Volete saperne di più su Bookcity 2019? Non perdetevi il nostro articolo completamente dedicato all’evento milanese, cliccando qui!

LE COSE CROLLANO: L’INIZIO E LA FINE

Roteando e roteando nel cerchio che s’allarga

il falco non può udire il falconiere;

ogni cosa crolla; il centro non può reggere;

assoluta l’anarchia dilaga nel mondo,

dilaga la marea sporca di sangue, e ovunque

il rito dell’innocenza annega.

Ai migliori manca ogni certezza, mentre i peggiori

rigurgitano furia di passioni. (La seconda venuta, W. B. Yeats)

 

Le cose crollano, Chinua AchebeLe cose crollano, romanzo del 1958 di Chinua Achebe, ha l’inedita eccezionalità, per gli anni in cui fu composto, di parlare di Africa dal punto di vista di chi l’ha persa e non di chi se l’è portata a casa, che sia stato attraverso un granulo di sabbia o una foto scolorita.

Perchè “le cose crollano”? Il titolo ricalca le orme di una poesia di Yeats, che in questi versi ha celato il dipinto a tinte cupe di un mondo giunto sulle soglie della fine. Anzi, se vogliamo essere precisi, Yeats nella sua poesia “La seconda venuta” racconta di un probabile inizio, che necessita, per poter prendere piede, di una catastrofica fine: quella di un mondo e di una società costruiti sulle radici del cristianesimo. La seconda venuta è infatti palesemente quella di Cristo, le atmosfere sono quelle dell’Apocalisse e la cornice storica è quella delle macerie europee che fanno capolino dalla nube cinerea della prima guerra mondiale. La concezione della storia che i versi trasmettono è quella di un ciclo ossessivo, di una ruota che tutto schiaccia e travolge nel suo eterno moto, incurante di volti e storie, tesa solo a una fine, un senso, che nella nostra finitudine non sappiamo cogliere.

Anche Chinua Achebe nel suo romanzo, epopea tragica del popolo dei suoi antenati Igbo, si carica sulle spalle il peso di una fine. Ma se quella narrata da Yeats è la conclusione paventata di una società stanca che persiste nel tirarsi avanti, quella di Achebe è invece una fine ormai avvenuta e priva di redenzioni. Il vecchio mondo per Achebe è quello nato nelle pianure sterminate dell’Africa, un mondo sovvertito dal sopraggiungere dei conquistatori inglesi, col loro pesante bagaglio di valori, fedi e sistemi sociali nuovi che come la ruota della storia di Yeats tutto hanno travolto, incuranti di volti e di storie. Protagonista del romanzo è infatti la fine del popolo Igbo e dell’Africa per come questi uomini l’hanno vissuta e amata.

Questo romanzo vale la pena di essere letto perchè per lunghi anni è stato lo stendardo dell’emancipazione di un continente che ha dato la vita alla nostra specie e che se l’è poi vista strappare da sotto le unghie, contratte nello sforzo di resistere. Una resistenza che qui prende le forme di una storia di un villaggio e i colori di un mondo ormai perduto. L’eroe di Chinua è un uomo che non riusciamo a comprendere nei suoi tratti di eroe all’apparenza tutto guscio e niente anima. La sua forza ci spaventa, la sua violenza ci sconvolge e la sua fierezza ci fa arretrare. Ma voltando l’ultima pagina, quando vi troverete davanti a quello che -nella mia opinione – è uno dei finali più coinvolgenti e angoscianti della storia della letteratura mondiale, scoprirete che dietro a quel guscio eroico si nascondeva un’anima rara, che noi non siamo stati capaci di comprendere, se non, nei casi più fortunati, a sprazzi e barlumi.

Ma Okonkwo – così si chiama il protagonista – altro non è che un uomo come siamo noi: vittima del caso, predatore e preda, incastrato nel circolo vizioso della storia, che miete vittime e non innalza podi. Come per gli eroi greci, anche Okonkwo deve scontare una colpa dettatagli dal destino, e come per loro, anche la sua tragedia ci parla in prima persona e ci racconta la storia di un mondo perduto per sempre, di una società, quella africana, travolta dall’ondata coloniale europea e mai più tornata a galla.

 

L’EPOPEA DI UN POPOLO: L’AFRICA CHE NON SAI

L’uomo bianco è molto intelligente. E’ arrivato silenziosamente e in pace, portandosi la sua religione. Eravano divertiti dalla sua stupidità e gli abbiamo permesso di restare. Ora ha sconfitto i nostri fratelli e il nostro clan non può più comportarsi come un gruppo compatto. Ha passato il coltello tra le cose che ci tenevano uniti e noi siamo crollati.

Africa

Okonkwo appartiene alla tribù di Umofia e nella vita desidera solamente diventare un prode membro del suo clan. Per farlo dovrà passare l’esistenza a dimostrare la propria grandezza tramite la fama, la forza di carattere e il successo in combattimento. E’ così che funziona il mondo di Okonkwo ed egli ha tutte le carte in regola per esserne il membro modello. Chinua Achebe ci cala senza preavvisi e pretese in questo universo altro, dove i nostri occhi europei faticano a mettere a fuoco le cose. Che ne è della giustizia? Delle buone maniere? Del rispetto? Della razionalità? Non che questi elementi manchino nell’universo del protagonista, solo che tra gli Igbo, il popolo africano cui sia autore che personaggio appartengono, assumono una fisionomia diversa.

Il cuore della vita di questo popolo è descritto con la semplicità di chi sa che – come ci ha ben insegnato Hemingway – il modo migliore per trasmettere un messaggio attraverso la letteratura è non sforzarsi affatto di farlo. Il ritmo della voce è quello di un vecchio cantastorie: stiamo in cerchio, seduti intorno a lui, immersi in un religioso silenzio perchè consci che questa storia, queste persone, queste parole, ormai vivono solo nei ricordi di un passato lontano. Chinua Achebe ci racconta la storia di un popolo, il suo, che non possiamo assolutamente riuscire a comprendere, tanto è distante nei paradigmi sociali dal nostro, ma che possiamo provare a intepretare con quegli stessi strumenti umani che l’autore ci mette a disposizione: il calore di un sorriso, il senso profondo del rispetto, l’umorismo, la morte, la tragedia, la comunità.

Le cose crollano per Okonkwo non tanto quando, per un errore umano frutto del caso o del destino, viene bandito dal suo villaggio insieme a tutta la sua famiglia, per sette lunghi anni. Persino questa pratica crudele e a tratti incomprensibile è giusta agli occhi del protagonista che conosce alla perfezione le linee che circoscrivono il suo mondo. Le cose per lui crollano invece, paradossalmente, al suo ritorno, quando le amate sagome del suo villaggio contro la luce del sole calante si presentano totalmente diverse da come le aveva lasciate sette anni prima.

Qualcosa di nuovo si è infiltrato tra le semplici abitazioni e nei cuori roboanti dei suoi compagni di vita: i conquistatori. Infatti proprio quando i nostri occhi impolveriti di europei senza orizzonti iniziano ad abituarsi ai duri modi di fare di questo popolo arcano, proprio quando capiamo che condannarne gli usi è impossibile tanto quanto comprenderli, proprio allora arrivano gli europei, si infilano nelle loro case e giudicano, senza comprendere. Ed è con un tonfo al cuore che ci rendiamo conto di aver spalancato con violenza quelle semplici porte in prima persona, ancor prima che i conquistatori comparissero nel libro: noi lettori non siamo diversi, anche se potremmo esserlo.

Le leggi e la religione tagliano le gambe allo spirito antico e potente di un popolo la cui identità nel giro di solo sette anni si è sgretolata. Tra le crepe rimaste a stento in piedi, Okonkwo grida aiuto, sperando che la sua voce venga sentita. Ma nessuno più è rimasto a comprendere la lingua e l’intento con cui parla. Le cose sono crollate, il suo mondo è finito. Cosa ci fa un uomo orgoglioso, irruento, fiero, senza scrupoli e senza sentimentalismi, in un mondo dove improvvisamente piovono concetti per lui incomprensibili? Diventa null’altro che una maschera buffa, una miniatura di un eroe, la caricatura di un mito. Un po’ come quelle statuette color dell’ebano che migliaia di noi tengono sulle mensole della cucina, accanto al frullatore e al televisore a 14 pollici.

E infine le locuste giunsero. Si posarono su ogni albero e su ogni filo d’erba; si posarono sui tetti e coprirono il nudo suolo. Possenti rami d’albero crollarono sotto il loro peso e l’intero paese divenne del color marrone terra dell’immenso, affamato sciamo.

E come tutte le statuette si spezza, crolla ai nostri piedi in una pozza di irrisione e noi restiamo qui a guardarlo, con il cuore immobile e le mani ghiacciate, incapaci di ridere e di piangere, assorbiti da quel crollo che prima o poi toccherà anche a noi.

BOOKCITY 2019: AFRICA E AFRICHE

E’ il cantastorie che ci rende ciò che siamo, che crea la storia. Il narratore crea la memoria che i sopravvissuti devono avere – altrimenti la loro sopravvivenza perderebbe significato.

Bookcity 2019Perchè parlarvi di Bookcity 2019 e di Chinua Achebe in un unico articolo? Certo, l’Africa come tema macroscopico lega insieme questo evento e questo autore, ma credo che la connessione possa toccare livelli molto più profondi. Innanzitutto, c’è da chiedersi perchè l’Africa stessa sia stata scelta come tema di questo Bookcity 2019. E’ una questione che richiede attenta ponderazione per non rischiare di scadere nella celebrazione vuota di un mondo ormai perduto. L’Africa che verrà sfiorata dalle voci e dalle pagine di Bookcity2019  non è affato dispersa nei meandri della storia, ma anzi, sta ritta di fronte a noi. Ci presenta colpe e conseguenze che dobbiamo scontare come generazioni eredi di una colonizzazione spietata. Ma ci presenta anche il barlume di un futuro da costruire insieme, ci mostra la realtà frammentata di un’Africa dai cento volti diversi. Uno di questi, ne sono convinta, si nasconde tra le pagine del romanzo di Chinua Achebe, insieme al messaggio fondamentale mai dichiarato, ma persistente in ogni pagina dell’opera: capire, imparare, conoscere, approfondire. Mai, mai giudicare e sulla base di questo giudizio non richiesto tentare di mutare. Achebe non giudica i conquistatori, non li condanna, con la sua ironia sottile ci racconta una storia che è andata così e che non possiamo tornare indietro a cambiare. Inutile appellarsi ai concetti di giusto o sbagliato, quando il tempo ha ormai lasciato la sua impronta sui fatti e sulle persone. Le cose crollano è un romanzo terribilmente onesto, semplice nella sua tragica complessità. Achebe ha la straordinaria capacità di non addossare alla società o a fatti esterni le colpe del destino di Okonkwo: come ogni eroe che si rispetti, buona parte di quel destino è frutto anche delle sue scelte personali.

Non disperare. So che non ti dispererai. Hai un cuore coraggioso e orgoglioso. Un cuore orgoglioso può sopravvivere un fallimento generale perchè un simile crollo non intacca il suo orgoglio. E’ più difficile e amaro quando un uomo crolla da solo.

Ecco perchè allora Chinua Achebe può farsi, qui su Menti Sommerse, voce immaginaria di promozione di Bookcity 2019: affinchè l’obiettivo sia quello di imparare a costruire, con sguardo limpido puntato verso il futuro. Perchè i libri non parlano di mondi immaginari e non si rivolgono a un morto passato, ma lo fanno rivivere per provare a cambiare il mondo. E se anche voi volete dare il vostro contributo, un passo iniziale potete farlo dando un’occhiata agli incontri che Bookcity 2019 dedica al tema dell’Africa, cliccando proprio qui. 

Martina Toppi

 

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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