La poetessa del Naviglio

Nel decennale della scomparsa, pensare di tracciare il ritratto esaustivo, di una complessità esistenziale come quella di Alda Merini appare impresa assai ardua. Risulta quasi presuntuoso, non consono alla vastità di un orizzonte così travagliato. Dai primi componimenti dell’adolescenza, alla maternità, alla casa del Naviglio, al peggiorare della malattia fino agli ultimi e sporadici aforismi mai abbandona quel carattere che rende impossibile una descrizione tramite l’utilizzo di schemi precostituiti.

ALDA MERINI

”[…] È fatta di ombre e ciclamini,
ti chiede il tuo mistero
e tu non lo sai dare.
Con le mani
sfiori profili di una lunga serie di segni
che si chiamano rime.
Sotto, credi,
c’è presenza vera di foglie;
un incredibile cammino
che diventa una meta di coraggio.”

(Dalla raccolta ‘La volpe e il sipario’, 1997)

 

Per questo ci affideremo ai suoi versi. Li ripercorreremo e attraverseremo nel tentativo di scorgere, tra le righe, il volto della donna, amante, madre e poetessa che fu la Merini.

Fermo restando che è prassi parziale far convergere indistintamente produzione letteraria di un autore e sua personale esperienza penso che fermarsi a pensare al significato che amore, vita, sofferenza e follia acquistano nella sua parabola esistenziale porti irrevocabilmente all’accostamento con la sua poesia. Al ruolo che forse, in questo caso, diventa quello di strumento salvifico.

L’identità e la poesia

‘’Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti.
Di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori, detti pensieri,
di rose, dette presenze,
di sogni, che abitino gli alberi,
di canzoni che faccian danzar le statue,
di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti…
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia le pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.’’

Una serie di versi, brevi, diretti, quasi aforistici, caratterizzati da sintassi nominale e dal susseguirsi di anafore ci restituiscono immediatamente a ‘Terra d’amore’: la raccolta edita da Acquaviva nel 2003.

In questo componimento l’identità della Merini emerge dalla tensione continua tra la dimensione contingente di musiche e fioriture e quella che instancabilmente rimanda ad un altrove fatto di pensieri, emozioni e poesia. Le anafore, come piccoli segnali luminosi, ribadiscono in maniera incalzante quel complemento di specificazione che svela l’oggetto di un bisogno. Ciò assume la statura di una richiesta, di una dichiarazione di necessità che, per Alda, sono spiragli oltre i quali si aprono vasti spazi di ricerche e allo stesso tempo di mancanze. Pasolini parlava dei suoi versi descrivendoli come

‘’Squarci improvvisi del vero nel reale’’.

Ma quale era il suo reale? Quali luoghi abitava il suo cuore mai pacificato?

Restituirne una descrizione completa e complessiva non penso sia possibile. Osservare le dicotomie, le parole e le immagini evocate a partire da Io non ho bisogno di denaro permette però l’inizio di una danza che spesso assume i tratti di un lento a luci soffuse e altre volte diventa un concitato ballo tribale. In questo movimento la figura della Merini è vista camminare sulle strade della Darsena, seduta ad un bar intenta a parlare e regalare poesie, rinchiusa in un manicomio, rivolta ad uno slancio vitale ma perennemente relegata alla sofferenza della malattia mentale.

”Io sono una città nera
e una rondine notturna. […]”

Facendo conoscenza del suo passato, dell’esperienza della guerra, dell’amore per Manganelli e degli elettroshock c’è un punto della sua esistenza che rapisce e conquista: il desiderio della terra e della pace dopo aver percorso oceani e strade. L’opposizione tra la coscienza di una bellezza, di una luce, di una vita e la infima, vigliacca malattia. La possibilità di ‘’imparare la vita dalla sua negazione,’’. La dicotomia inconciliabile di colori e oblio rende la poesia non solo necessaria ma sovrapponibile all’esistenza stessa.

‘’Direi che la poesia è vita e la vita è poesia’’

Scrive Alda che continua dicendo ‘’Bisogna stare con la gente.’’ La libertà e il contatto con il mondo sono le sue prerogative essenziali. Non è possibile fare poesia in una dimensione stretta, in una stanza chiusa e mantenendo distacco, esulando dalla compartecipazione di un dolore che non è suo personale, nemmeno della gente di Milano ma universale. La poetessa è un centro di vita in tutte le sue declinazioni. È colei che si immerge negli abissi, nelle profondità della disperazione per riemergere portano a galla piccoli bagliori luminosi, piccoli baluardi di un mondo che è ignoto alla gran parte delle persone: le parole che diventano poesia.

alda merini poesie

 

La dimensione del dolore e della sofferenza sono per lei rispettivamente‘’una traccia di nero nella coscienza, un pugno di fango’’ e il limite che la materia esercita sullo spirito. Quello della Merini è il dramma di un corpo affaticato, malato contrastato dal desiderio di librarsi leggero. È una malinconia di ‘’assurda memoria di altri momenti’’ (da Superba è la notte, Einaudi 2000).

Alda Merini ha conosciuto il dolore e con esso la vita.

Ha conosciuto la sete delle anime mai paghe che vagano per i deserti del silenzio. Mendicato luce senza mai trovare pace.

‘’Quando l’angoscia spande il suo colore
dentro l’anima buia
come una pennellata di vendetta,
sento il germoglio dell’antica fame
farsi timido e grigio
e morire la luce del domani.’’

(Da ‘Nozze romane’, 1954)

Il rapporto con la follia è per lei una costante che restituisce a parole nelle opere de ‘La pazza della porta accanto’ e ‘L’altra verità’. Singolare è la scelta della prosa poetica per sondare le profondità di un dramma tanto radicato nel cuore. Essa cela in sé la propensione alla dimensione comunicativa che alla fine della sua produzione si avvicinerà a quella dell’oralità.
Stupefacente è la modalità con cui la Merini allontana dalla narrazione ogni rancore, ogni cedimento alla disperazione rimanendo compagna della sua malattia. L’ abbraccia, trova nel manicomio il luogo della sua spiritualità, giunge a scoprire, nelle crepe di un’anima sanguinante, il dono di una fede che si svela, inconsueta e radicale, nei versi di ‘Tu sei Pietro’ (Scheiwiller, 1961) e de ‘La Terra Santa’ (Scheiwiller, 1984).

‘’O Signore che vigili sul cuore
come un enorme gabbiano
e ne carpisci le chimere buie
tue magnifiche prede,
Dio della pace, quanto cibo ormai
io ti ho offerto negli anni! Dammi un segno
di probabile quiete
sì ch’io possa risplendere viva!
O amore, o Segno, fammi più vicina
All’equilibrio esatto del tuo cuore;
fa che m ridivori nel suo cento
e che sia portatrice del mio nome
come si regge un fiore sullo stelo!’’

(Da ‘Tu sei Pietro’, 1961)

 

La prospettiva è quella di un rapporto inscindibile tra amore e fede. Il volume ‘Mistica d’amore’ (Frassinelli, 2008) attraverso i suoi componimenti rimanda all’opposizione tra la dimensione spirituale e quella contingente e terrena. La sua è una fede viscerale che esige di essere vissuta nella totalità, nel bene e soprattutto nel dramma di un corpo percepito come limite.

L’amore: origine e fine della parola

Se da una parte l’amore è la prerogativa che la spinge cercare una risposta rivolta al divino dall’altra è la fonte zampillante che origina fiumi di parole. È linfa che anima i versi e rende tollerabile l’inferno. La ‘’magia che brucia la pesantezza delle parole’’, la nascita della poesia.

‘’Questa grande ossessione per le parole è diventata un cammino’’ scrive ne ‘La pazza della porta accanto’.

Il linguaggio è strumento, percorso e possibilità di ricognizione dall’inferno. Non è un diletto o una bravura innata ma bisogno. È lezione che impara dalla fatica di una vita sempre al di sopra dei mezzi della realtà. È acqua che impara dalla sete.

Lo stile diretto, sintetico e nominale non permettono la semplice e statica immedesimazione in un’arte che richiede distacco. Per la Merini sono la via che si traccia ad ogni passo e allo stesso tempo l‘interrogazione, anche dolorosa, sulle tappe del cammino.

‘’C’era una fontana che dava albe
ed ero io.
Al mattino appena svegliata
avevo vento di fuoco
e cercavo di capire da che parte
volasse la poesia. […]’’

(Da ‘Superba è la notte’, Einaudi 2000)

Il sistema delle metafore lavora su un bruciante scollamento tra sentimenti talmente puri da essere dolorosi. Sotto la veste di immagini ora mitiche e ora ordinarie quella della Merini è nuda poesia di vita e di amore.

Nonostante gli anni di silenzio editoriale, le avversità della sua vita e la scarsa critica non ha mai tradito la poesia. La materia cruda, vivida e spesso graffiante anima i versi di un’esistenza che ancora oggi, dopo dieci anni, sentiamo a noi vicina. Ricordare Alda Merini significa comprendere lo sforzo di un cuore che cerca spazio in una dimensione che possa dirsi eterna.

Significa, infine, pensare oltre gli schemi della metrica e anche oltre a quelli di una malattia. Scoprire il viso stanco di una donna che, alla fine di una battaglia scrive su un foglio bianco

‘’La vera misura
dell’uomo
è la pace.’’

 

 

Di Milano e amore declinati in poesia, nella sezione di Camera Oscura, Massimo Del Prete ci ha dato la sua lettura dall’Inventario privato di Elio Pagliarani.