Un testo ibrido

Occhieggia tra le pagine del romanzo di Fenoglio una luce singolare, un inatteso e pur familiare bagliore che apparenta questa raccolta alle grandi vestigia letterarie del Novecento italiano. Si tratta, con Il partigiano Johnny di una raccolta postuma, a dire il vero, un collettaneo che conosce punte significative di eterogeneità e di frammentazione, e che si lascia poco a poco scoprire fra le tortuose, scomposte pieghe di una lingua che funge da vera e propria fucina lessicale e terminologica. Un sinuoso percorso che ibrida registri differenti, connotazioni e denotazioni spesso vertiginose e sorprendenti, e arriva a fondere, con una maestria unica, più che rara, addirittura il florilegio composito e ricchissimo di due idiomi differenti.

E pure, come si è detto, tra le pagine di un romanzo tanto anomalo aleggia una singolare aria di casa, qualcosa che, nebulosamente, fra le tortuose svolte del racconto, non sempre lineare e conciso (la natura postuma della raccolta, e la politura non sempre rifinita dei “frammenti” di certo non depone a favore della sistematicità del racconto) pare ricollocarlo entro l’alveo generale e riconosciuto della grande tradizione letteraria che, di generazione in generazione, riscopre, andando, un vigore sovente ritenuto smarrito.

 

Letteratura. Un’ipotesi esperienziale

Che cos’è, dunque, la letteratura? Non cela forse presunzione, una simile domanda? Non nasconde forse il volto di un preconcetto, un pregiudizio da scardinare? Con quale diritto si dovrebbe poter presumere un riferimento costante, in un universo tanto vario e complesso? Come poter definire in un tratto unitario, in una parola soltanto, lo scintillio vivo e palpitante delle stelle che popolano questo firmamento?

Eppure… già; eppure, se ci è consentito di veder germogliare, tra il complesso intreccio dei neri rami della vita, le prime, candide gemme di una dolce primavera, è perché, in fondo, una stessa vita attraversa, di generazione in generazione, ogni lascito letterario, ogni vestigio di quest’esperienza. Ed in effetti di questo pare trattarsi, nella lunga teoria dei poeti di ogni tempo, d’un’inattesa esperienza di vita: letteratura come arte di un crepuscolare, improvviso equilibrio di libertà.

Retto sulle correnti silenziose dell’abisso, scruta pensoso il suo fondo, il poeta, scorgendone scintillare le correnti irrequiete e sussurranti di un’umanità prima sconosciuta, prima ignota. Proteso, sull’orlo della notte, affascinato dall’inquietudine lontana di un mormorio misterioso, ode, il poeta, le nuove note di una libertà tutta umana, siderale e perduta nel suo profondo, celato segreto. Letteratura diviene parola di vita, articolata a stento, balbettata sulle soglie dello sgomento; diviene l’arte maestosa e fragile a un tempo, di reggersi inquieti e affascinati sull’incessante, inesausto moto di un nebbioso mare di bellezza. E sotto il cielo crepuscolare, al cospetto delle eterne maestà del cielo, l’ansito incerto del poeta pare scandire questa libertà. Il cristallo puro e perfetto, nitido, della parola, pare racchiudere, per un istante, il groviglio della vita, solitaria nell’abisso. Solo per venirne di nuovo infranto, solo per perdersi, affascinata di nuovo, fra l’ondoso respiro delle sue immensità.

“Palomar si è distratto, non strappa più le erbacce, non pensa più al prato: pensa all’universo. Sta provando ad applicare all’universo tutto quello che ha pensato del prato. L’universo come cosmo regolare e ordinato, o come proliferazione caotica. L’universo forse finito ma innumerabile, instabile nei suoi confini, che apre entro di sé altri universi. L’universo, insieme di corpi celesti, nebulose, pulviscolo, campi di forze, intersezioni di campi, insiemi di insiemi”.

(I. Calvino, Palomar (1983), Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2016; p. 31).

 

Un’inattesa ambivalenza

Beppe FenoglioNel romanzo di Fenoglio, il canone letterario precedentemente delineato pare rinvenirsi con una tale sistematicità, da consentirci di scorgere in esso un buon punto di partenza per una prima analisi del fatto artistico. Ciò che è stato qui tentato, e cui si spera di dare un seguito, è l’esperimento di una lettura “trasversale” dell’opera, il percorso di una lettura auspicabilmente personale, non certo per un ostinato e banale gusto eclettico (che impallidirebbe presto, di fronte a tutto ciò), quanto per ragioni d’interesse, e d’urgenza indeclinabile.

Si è cercato di fissare, nel personaggio di Johnny, protagonista inaggirabile delle pagine di Fenoglio, il modello esemplificativo (e perciò esemplare) dell’esperienza letteraria. Johnny sarebbe, per ipotesi, il modello letterario del protagonismo pienamente umano. La carne viva della letteratura come umanità rigogliosa. Si tratterebbe dunque della dinamica di un ingresso, parallelo a quello di Johnny nelle brigate partigiane, entro uno spazio nuovo di libertà, a lungo promesso e negato. Per poterlo sostenere con chiarezza, occorre evidenziare entro la costituzione del personaggio, e, più generalmente, entro la narrazione di Fenoglio, la struttura che consente di identificare un’esperienza propriamente umana. E tale struttura è stata garantita dalla lettura che si è data di Johnny come eroe del desiderio e della responsabilità.

 

Johnny, protagonista del desiderio

Johnny è un ragazzo inquieto; è un giovane che con oscura angoscia sente il dramma dell’inutilità dei propri giorni, nel ciclo ripetitivo e costante di una vita riparata. Costretto infatti alla macchia come disertore a seguito dell’8 settembre, Johnny si volge e si rivolge indolente nell’ansia di sperimentare, di vivere immediatamente quel briciolo di libertà che, sola, presente potergli salvare la vita.

“Per un freddo improvviso rientrò. Sentiva intorno a sé, ed in sé, una precarietà, una miseria per cui tutto lui era sottilizzato, depauperato, spaventosamente ridotto rispetto ad una normale dimensione umana (…). Ciò enfiò la sua miseria umana, lo fece apparire a se stesso come un ributtante otre gonfio di nulla”.

Neppure le forme eterne dell’amata letteratura anglosassone possono più colmare quella lacerazione profonda e sanguinante che la grigia noia dell’infinito ciclo del giorno cala, plumbea, sulla sua esistenza. Neppure l’usato gesto sacrale di venerazione e rispetto poetico, adesso, può più garantire all’aureo sole di una nuova promessa di fare capolino timido e pur raggiante, fra le nubi grigie dell’inattività e del silenzio.

“Si trovò in pugno, ma come miracolosamente, il tomo delle tragedie di Marlowe. Si sedette con una forzata, smorfiata determinazione, aprì e spianò il libro (…). L’avrebbe tradotto, consumato la sera a tradurlo: non visivamente, ma con penna, l’avrebbe messo in carta con una scrittura elementare, minuziosa e calcata, la grafia come un ceppo di salvezza. (…) Springò in piedi, alto sul fuoco della miseria, dell’impossibilità, serrò il libro con uno schiaffo secco come se volesse schiacciarci tra i fogli tutti i pidocchi di quella sua miseria”.

 

Tra infanzia e futuro

Una miseria continua, incessante, angosciata, che il desiderio di una donna, di un tepore relazionale non possono neanche più colmare: il desiderio di una ragazza visita Johnny “a complicare tutto, portare tutto all’acme della crisi”. Johnny è costretto allo psicotismo dall’inattività, dal prudentismo. Ricerca spasmodicamente la via di una libertà finalmente possibile; s’infurentisce di fronte alla stantia aria di un ambiente familiare infantile ed ingenuo, racchiuso nel sordo silenzio di un’inattività, grave nella libera scelta che i suoi genitori ne hanno fatto. Dopo una sortita in città, in cerca di compagnia, di un amico con cui trascorrere la serata, Johnny fa visita a casa.

“I suoi stavano già cenando, sentì per le scale il chiocciare delle posate, scorato. Suo padre si limitò a scrollare il capo per la sua imprudenza, ma sua madre insorse contro di lui per quel suo mettersi con volontaria leggerezza alla perdizione”.

Le mura domestiche sono il teatro di un’infanzia ormai trascorsa. Luogo ormai destinato alle passioni tristi, consumato dal vivo, ardente sole di un nuovo, incontenibile desiderare.

“Salendo l’impervia scaletta verso il cupo, corrugato digradare dei tetti bassi, ripensava al tempo infantile (…). L’incombere muschioso dei tetti, lo sbarramento delle tramezze e delle assi, la stessa grezzezza dei muri, la folta, indisturbata popolazione di vespe e scarafaggi, la scarsa presenza di lamiere e latte come parte di una generale corazzatura, l’aria ferma e tiepida attraversata dal ronzio delle vespe come da allentati sciami di frecce, l’assenza e addirittura l’impensabilità delle femmine, tutto contribuiva, allora, a fargli pensare e vedere la soffitta come un congeniale teatro d’avventura”.

Certo, allora. Nel tempo ormai fuggito di un’innocenza ormai trascorsa, erano davvero i sogni infantili a popolare il suo giorno, a riscaldare il suo cuore appagato, pieno, soddisfatto. Vivere la dimensione del meraviglioso, del fantastico, o del soprannaturale era allora sufficiente, nella quiete di una casa ombrosa, silente e protetta. Ma oggi, oggi no. Non è più così. Oggi Johnny scopre il dramma grandioso della realtà. Scopre, celato fra le pieghe della sua complessità, il gran sole nero del proprio desiderare come bruciare, come ardere, d’un tratto, quell’inconcusso spazio di genuina, infantile innocenza. Oggi sono il piombo e il ferro di un’arma da fuoco vera e propria ad occupare lo spazio dei primi giochi, ed è il pensiero di una guerra incombente, vicina, presente, a sostituire le antiche fantasie del bambino.

 

Le alte colline de Il partigiano Johnny

Paesaggio collinare: ambientazione de Il partigiano JohnnyEcco perché Johnny non è un sognatore, non un idealista, non un vago, languido cantore degli abbandoni. Johnny abita con la potenza trasognata di questo smarrimento il reale, il presente della sua esistenza, e perciò si fa eroe del desiderio. Quando egli parte, diretto verso le alture delle Langhe, in cerca dei partigiani, la sua statura si fa mitica e reale, presente e viva, nell’eroismo di una condizione ormai divenuta immortale.

“Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quand’è nella sua normale dimensione umana. E nel momento in cui partì si sentì investito – nor death itself would have been divestiture – in nome dell’antico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire. A decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra”.

Alla sorda, grigia inettitudine della noia subentra la gloria lampante dello sforzo di libertà. E il vento urlante, nella notte, accompagna con il suo canto furente il passo maestoso di Johnny su, verso le alte colline.

 

La prova di verità. Letteratura e responsabilità

Johnny non è però, non si pone (soltanto) come il nostalgico soggetto di un vago idealismo. Non è l’eroe malinconico dell’abbandono, né il perduto cantore delle solitudini. O meglio, Johnny non conosce solo questa statura. Se forte, anzi fortissima è l’eco della formazione idealistica di Johnny, centrata sui temi della tensione perenne verso un infinito fuggente, e rappresentata nel romanzo dalla meravigliosa statura del “filosofo”, di Pietro Chiodi, massimo conoscitore della filosofia tedesca di XIX secolo, è parimenti vero che tale struttura tensionale, tale desiderio, si scandisce secondo una dimensione ben precisa, che è quella della partecipazione alle brigate partigiane.

Johnny, in altri termini, è l’eroe della responsabilità proprio in virtù della sua “risposta” (respondeo è all’origine del termine “responsabilità”) all’esigenza storica che lo richiede protagonista. La posizione di Johnny è analoga a quella predicata dal noto filosofo e sociologo Max Weber ne La politica come professione (Politik als Beruf, 1919; tr. it. Einaudi, Torino, 2004): l’uomo è assolutamente impotente nei confronti della storia, perenne teatro di scontro e di violenza, alla quale può soltanto rispondere scegliendo con consapevolezza una delle parti in lotta. E Johnny è responsabile proprio nella misura in cui comprende che la sua scelta, e quindi il suo desiderio di libertà, si devono giocare entro un panorama cui non è Johnny a garantire il metro.

È la storia, l’esperienza di Johnny a fornirgli la misura di possibilità, di desiderio e di grandezza cui Johnny può scegliere di partecipare. E, in effetti, Johnny vi partecipa. Sceglie quella che per lui è la bellezza, l’evidenza di una giustizia al di là delle implicazioni “tecniche” e “funzionali”, al di là dei diritti, delle ragioni e dei torti delle parti in causa. Johnny è libero nella scelta del suo assoluto: la letteratura alla prova della realtà.

 

Il partigiano Johnny

Il pallido, grigio tedio del vuoto, l’unica dimensione promessa da un’astensione dalla guerra, non può costituire un’opzione:

“Johnny andò verso una tetra notte previa d’un goalless giorno vuoto e fremitoso, e senza fine. Nel greve cielo dove le stelle erano appuntate come sul velluto, un aereo gemeva, con una infinita coscienza di minuscolità, sempre all’orlo del naufragio. Era l’apparecchio di sconosciuta nazionalità, forse waged e pilotato da un moderno areonautico capitano Nemo, che la voce popolare asseriva mitragliasse tutte le luci violanti l’oscuramento, in una fanatica istanza di tenebra assoluta”.

E nel buio di una notte tanto nera, l’unica scintilla viva e balenante è la vermiglia, trionfale stella dei partigiani.

“Questi erano partigiani! Non lo trasse in inganno il prevalere del grigioverde nelle loro rimediate e composite divise, anzi qualcuno di essi vestiva in completo grigioverde, ma non era il grigioverde fascista. Il grigioverde fascista, perché fascista, aveva assunto automaticamente una diversa sfumatura (shade), come se il portante fascista gli avesse fatto smarrire e la natura e la saturazione e la brillantezza. Questi erano partigiani and sunshine reshone over all the dusk-dommed world”.

Responsabilità è la libera obbedienza alla bellezza, nella tetra necessità di una storia che sopravanza ogni possibilità.

E il reale cui Johnny partecipa, potrà colmare l’inesauribile misura del suo desiderare?

Per saperne di più sull’autore, un interessante centro di ricerca si può trovare qui.

Sui temi della Resistenza in Italia, nell’ambito del panorama neorealista, qui su Menti Sommerse Valentina Sprega ha dato la sua lettura dello splendido romanzo di Carlo Levi Cristo si è fermato a Eboli.

Giovanni Caccialanza