“Ma perché tutti parlano di ‘sto Boris? Che avrà di speciale? Vediamo…”. E fu subito amore.

Questa è la sinossi di una mattina della mia vita, eoni fa, quando da fresco studente universitario, prima di andare in facoltà, ero solito fare colazione davanti a una puntata di una qualche serie tv, da recuperare rigorosamente su quei siti di streaming che ad ogni minimo movimento del mouse ti aprivano pop-up di ogni sorta da chiudere con massima cura, tanto che cominciavi a vedere la puntata che già si era fatta ora di pranzo.

Boris è il nome di una serie tv italiana di cui sentivo parlare in continuazione come fenomeno cult di grande successo, in onda su Sky, quindi sfuggita ai miei radar fatti di pixel e gente veramente euforica… Bisogna fare una precisazione a tal proposito, da dedicare ai finanzieri all’ascolto: Marta Bertolini, all’epoca a.d. di Fox Networks Italia ha riconosciuto alla pirateria il reale merito del successo di questa serie, che sul canale FOX (poi su FX, e poi su CULT) faceva meno audience di Ghost Whisperer, ma che ha decuplicato le views grazie a Megavideo e soci. Nonostante la prima puntata risalga al 2007, questa serie è una di quelle che resterà attuale per decenni e decenni. Ad oggi potete cercarla su Netflix o Prime Video, ma dovete finirla in fretta, perché appare, scompare e riappare con meno preavviso della Madonna di Fatima.

Torniamo a noi. Ricordo che interruppi la serie che seguivo all’epoca (che era Mad Men, non so se mi spiego) per iniziare finalmente a vedere questa pietra miliare della televisione italiana, spinto da una curiosità enorme, e senza nemmeno informarmi sulla trama. Totalmente al buio.

Così, io che mi aspettavo (non so perché) una commedia che parlasse di immigrati italiani in Germania (ripeto, non so perché), mi ritrovo catapultato nella storia di un set televisivo, con tanto di attori, troupe, delegati di rete, produttori, e poi lui, Boris, il pesce rosso che il regista tiene sul suo monitor come feticcio scaramantico a cui vuole un bene dell’anima, tanto da chiedergli consigli sulla scena da girare o pareri su quella appena girata, ovviamente senza ricevere risposta alcuna. Al di là di tutto ciò (questo apparente sentore di pazzia e demenzialità si attenua col passare delle puntate), Boris è una serie TV che si prende gioco della TV stessa, in modo audace e come mai nessuno aveva fatto prima d’ora. Ma ci torneremo più in fondo.

La trama in breve: si narrano le vicende di una troupe impegnata nelle riprese de “Gli occhi del cuore 2”, seconda stagione di una fiction melensa che racchiude tutti gli stereotipi della TV da massaia, dalla trama sconclusionata ed elementare, passando dalle luci più sparate di un sole di Ferragosto sulla fronte della D’Urso, per finire alle star che si credono divi di Hollywood ma che non compariranno mai su schermi più grandi di 28 pollici. Il tutto manovrato da delegati di produzione che fanno da filo diretto con la Rete, un’entità aleatoria che detta legge dall’alto senza possibilità di replica, e che decide le sorti di tutto e tutti in base a elementi che poco hanno a che fare con professionalità e meritocrazia, in nome del dio Auditel.

Un botto di roba, insomma. E anche i personaggi sono tanti, tantissimi. Alcuni più protagonisti di altri, ma tutti meritevoli comunque del loro “il meglio di…” su Youtube. Anche in questo caso vi tocca una breve rassegna dei principali: si parte dal Maestro Renè Ferretti (un sublime Francesco Pannofino), regista talentuoso ma disilluso dai continui compromessi che deve mandare giù pur di portare la pagnotta a casa; Arianna Dell’Arti (Caterina Guzzanti), l’aiuto regista condannata a mostrare una facciata da sergente come copertura di un’estrema sensibilità; Duccio (Ninni Bruschetta), direttore della fotografia, pigro e superficiale autore delle luci smarmellate che inondano ogni scena della serie; e per finire (si fa per dire), le star Stanis La Rochelle (un sorprendente Piero Sermonti), Corinna Negri (che vi farà rivalutare Carolina Crescentini) e Mariano Giusti (Corrado Guzzanti, e non aggiungo altro), ognuno dei tre immerso in una vita da divi spocchiosi e capricciosi, che fanno solo perdere tempo a tutti, senza saper recitare nemmeno un decimo di quanto credono di saper fare.

Tre stagioni, diverse quanto basta l’una dall’altra, con trame e vicende che salgono e scendono a livello di interesse generale, ma con un ritmo che resta costantemente su livelli altissimi di comicità. Battute a raffica, gesti, espressioni, una padronanza dei tempi comici rarissima per la TV italiana, dove all’epoca non si andava oltre agli sketch di Camera Cafè (che sarebbe pure un format francese).

Una sceneggiatura intrisa di una satira pungente e nemmeno tanto velata, dove nonostante non si facciano nomi e cognomi, i personaggi e le situazioni che di volta in volta vengono prese in giro si riconoscono in modo lampante, raggiungendo il punto più alto a cui dovrebbe aspirare un autore comico, quello del “fa ridere perché è vero”, da sempre punto forte della commedia più riuscita, che si tratti di cabaret, sit-com, o stand-up comedy.

Il target della serie non è mainstream, così come la sua comicità. Insomma, se non ridi guardando I Simpson, se non ti piace Friends, o non sai cosa siano 30 Rock o Modern Family, è inutile anche solo guardare la sigla della prima puntata (sigla che, per inciso, è scritta e cantata da Elio e le Storie tese, per dire). Così come probabilmente c’è da superare il fatto che certi aspetti vengano apprezzati un pizzico di più dagli addetti ai lavori, che sui set ci vivono e conoscono quel microcosmo fatto di incongruenze e frenesia immotivata che è il cinema italiano. Chiaramente Boris fa ridere anche chi non lavora sui set, ma è rivolto comunque a un pubblico che si presuppone abbia un minimo di passione per la TV e i suoi backstage, il gossip, e magari anche solo un’infarinatura sui principali luoghi comuni che aleggiano attorno a questo mondo, e che non sono del tutto immotivati.

Tutto questo è opera di Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo, e Mattia Torre, autori e spesso anche registi di molti episodi della serie. Quest’estate proprio Torre ha perso la sua battaglia contro una lunga malattia, e con questo articolo vorrei personalmente omaggiarlo, spingendovi magari a fare qualche ricerca su Google, per poi leggere o vedere qualcosa di suo, e prendere coscienza dell’enorme perdita subita dal mondo dello spettacolo italiano, in ogni suo ambito, dal teatro alla narrativa, passando proprio dalla TV.

Un affettuoso ricordo spetta anche a Roberta Fiorentini, scomparsa proprio ieri a 70 anni. Lei è l’attrice che interpreta Itala, la segretaria di edizione venuta su a vino e periferia romana, la professionista che ne ha viste tante e non ha paura di niente. Uno dei tanti personaggi-carattere che per quanto possano essere secondari, si fanno sempre sentire sulla scena.

Boris è durata 3 stagioni + un film (di cui proprio non si sentiva l’esigenza). In ogni stagione vengono presi in esame (e di mira) gli aspetti salienti della produzione audiovisiva italiana, esaltandone l’approssimazione, la disorganizzazione, la disonestà, sempre in modo pungente e mai volgare, rappresentando a pieno la capacità così tipicamente italiana (cit.) di sfangarla sempre, nonostante tutto, mostrando contemporaneamente la capacità di risolvere problemi e quella di crearceli e alimentarli in continuazione.

Perché in fondo…

 

@Riccardo Greco