Con tutto il rispetto, professore, non mi sembra che gli indigeni siano così feroci come li descrive lei, al contrario, per loro la guerra è una sorta di cerimonia: è un rito per dimostrare coraggio. 

Si dipingono il corpo, preparano le armi, cantano, ballano e partono per un’incursione nel villaggio di un’altra tribù. Si minacciano e combattono, ma raramente fanno più di uno o due morti.

Nella nostra civiltà succede il contrario: non c’è cerimonia, solo massacro.

La città delle bestie (edito Feltrinelli) è il primo volume di una trilogia per ragazzi. 

L’Allende scrive volutamente per i suoi nipoti, e sembra più nonna che scrittrice. 

La trama semplice e lineare, il linguaggio elementare, ma non banale, rafforza tale supposizione. 

Il risultato finale è piacevole anche se talvolta lento e noioso. Conta più il messaggio che veicola che il linguaggio stilistico che utilizza, che ovviamente è soggettivo. 

È sì un romanzo per ragazzi, ma fruibile da chiunque voglia esplorare una terra selvaggia e vivere un’avventura. 

Il pubblico adulto può – attraverso il comportamento dei giovani protagonisti – interrogarsi se il futuro che hanno generato non abbia superato le loro aspettative; tuttavia questa storia rimane una fiction e nella vita vera, fuori dai fogli e l’inchiostro, chi vince è quasi sempre il cattivo.

Chi legge questo romanzo non deve addentrarsi tra le pagine con lo spirito con cui è stato abituato dall’autrice a vivere le altre opere. È un’altra storia. 

 

Alex è un adolescente californiano come tanti, figlio del consumismo e delle cose facili. Quando la madre è costretta all’ospedale per una grave malattia, il padre lo affida alla nonna Kate, giornalista-reporter in partenza per l’Amazzonia. 

Alex accompagna la nonna, e la sua spedizione, alla ricerca di una bestia mostruosa e pericolosa nascosta nella foresta. 

Sul posto si aggiungono la guida brasiliana e sua figlia Nadia, che insieme ad Alex stringe una forte amicizia. Ed è proprio lei a insegnargli come sopravvivere in quei luoghi esotici e insidiosi, lontano da tutte le sue comodità. 

Alle fine del viaggio, tra mille peripezie e colpi di scena, Alex cambia il suo atteggiamento nei confronti della vita, mischiando la sua ritrovata quotidianità con l’avventura vissuta. Diventa così grande e responsabile, ma soprattutto attento a ciò che realmente conta. 

 

L’Amazzonia brucia da questo agosto, ma non è una novità. Forse abbiamo solo delle coscienze di massa più attente e giudiziose, e la mobilitazione – grazie al supporto dei grandi mass media – è stata poco più efficace rispetto al passato. 

La situazione è grave soprattutto perché figlia della politica umana, dedita perlopiù al capitalismo, disinteressata al benessere dell’ambiente e di chi da quelle terre è nato e continua a crescerci. 

Isabel Allende con quest’opera, pubblicata per la prima volta nel 2002, racconta con fantasia e atrocità le popolazioni indigene, le uniche ad aver mantenuto un rapporto sincero e simbiotico con la natura. Per tali ragioni rappresentano un intralcio a chi è dedito al dio denaro, capace di far uccidere senza pena e rimorso chiunque impedisca i loro interessi. 

Poiché una terra abitata dagli indigeni, nell’ottica capitalista, è una terra sottratta agli allevamenti intensivi, all’agricoltura non-sostenibile, al cemento che edifica; dunque bisogna disboscare e uccidere chi quelle terre le ama. 

Concludendo, i personaggi positivi dell’opera dell’Allende incontrano sì le bestie, ma a loro spese scoprono che non hanno forme strane, poteri magici, non parlano lingue incomprensibili, si nascondo fra la società bene e calpestano l’umanità per interessi privati. 

Non è forse ciò che il Presidente del Brasile Bolsonaro sta legittimando?

La triste verità è che finché non si parla si è complici; dunque dopotutto le bestie siamo noi.