“Tutti sanno che un clown dev’essere malinconico per essere un buon clown, ma che per lui la malinconia sia una faccenda seria da morire, fin lí non arrivano.” HEINRICH BÖLL, Opinioni di un clown

Essere un clown non è semplice. L’ho sempre pensato e quest’idea mi ha più volte ossessionata, al punto che i clown e le figure circensi in generale sono diventati veri e propri fantasmi della mia scrittura. Mi sembra quindi giunta l’ora di capire perchè: perchè la loro vita è rappresentata spesso come così complessa? E quale momento migliore per portare avanti questa domanda se non a seguito dell’uscita nelle sale cinematografiche di una di quelle pellicole che hanno, senza dubbio, segnato quest’anno?

Joker: ovvero l’indifferenza

Arthur Fleck in JockerJoker, film vincitore del Leone d’Oro, girato e diretto da Todd Phillips è un’opera in grado di illuminare a tutto tondo la complessità che si cela dietro l’esistenza di un clown. Il protagonista, Arthur Fleck, è infatti un clown di strada che sogna di diventare cabarettista. E, fatta eccezione per qualche comparsa negli ospedali, dove cerca di far ridere i bambini malati, perlopiù la sua professione si svolge sui marciapiedi di Gotham City.

Gotham è il riflesso immaginario di una New York dei nostri giorni: una metropoli affollata e frettolosa, dove le vite di estranei ti scorrono di fianco lungo le strade, il cielo è freddo, e la disuguaglianza sociale disarmante. Barboni e imprenditori, gente di strada e gente d’ufficio, clown e conduttori televisivi. I primi invisibili agli occhi degli altri. In questa uggiosa e solitaria cornice si inserisce l’esistenza di Arthur Fleck. Un’esistenza che lascia molto a desiderare e che mette fortemente in discussione il nostro personale parametro di “qualità della vita”.

Arthur è malato, ma di una malattia per cui il mondo ancora non è pronto. Innanzitutto la depressione, le cui cause all’inizio del film sembrano attribuite a quest’atmosfera di profonda alienazione che aleggia su tutta Gotham. Ma poi c’è quella risata inquietante, che scoppia nei momenti meno opportuni e che è tanto finta quanto un sorriso intagliato sulla faccia di un uomo in fin di vita. Arthur scoppia in risate incontrollabili quando più si sente fuori posto, preda di una reazione ossimorica alle sfortune della sua vita e alle ingiustizie di una società a cui nulla importa del suo benessere.

Il concetto di fondo è che un uomo triste, un uomo depresso, un uomo problematico infastidisce. Non solo, fa paura e fa paura perchè mette coloro che vivono vite migliori nella condizione di guardare in faccia le proprie possibilità d’esistenza, per ora irrealizzatesi. La tristezza non piace a nessuno e per le strade preferiamo vedere baldanzosi clown che ridono e fanno risuonare le loro trombette rosse, magari facendo comparire un fiore dall’orlo delle loro maniche sgualcite. Certo, li preferiamo a quei barboni che muoiono di freddo e di fame o anche solo di solitudine, sotto la pioggia, e che ogni giorno ci sbattono in faccia che noi potremmo essere loro, un giorno.

Vediamo solo il fiore rosso, sentiamo solo la risata sguaiata: non riusciamo a scorgere quel vestito consunto e quegli occhi vuoti. Non riusciamo perchè è troppo complesso averci a che fare. Così magari sorridiamo con lo sguardo basso, oppure li scansiamo con uno scatto di nervosismo e proseguiamo per la nostra strada.

Indifferenti.

Per un’analisi più approfondita del film di Todd Phillips, non perdetevi il nostro articolo firmato da Luca Feole.

Hans Schnier: ovvero l’incomunicabilità

Risultati immagini per opinioni di un clown“Ma che tipo di uomo sei, in conclusione? ” domandò Leo. “Sono un clown” dissi ” e faccio raccolta di attimi. Ciao”. 

Nel romanzo di Heinrich Boll, “Opinioni di un clown”, (che poi è il vero protagonista di questa puntata di Muse d’Inchiostro), ci troviamo di fronte un’altra esistenza problematica.

Hans Schnier è un clown. Questa professione riassume la sua intera esistenza. Un’esistenza che, peraltro, non ha conosciuto solo oscurità, ma anche gioia, serenità e amore. Ma questo prima dell’inizio del romanzo. E’ l’amore infatti che soprattutto costituisce il caposaldo intorno a cui ruota l’intera vita di Hans. E non un amore qualsiasi, ma l’amore per Maria, che il protagonista stesso definisce come «la sola donna con la quale posso fare tutto quello che gli uomini fanno con le donne». Ebbene sì, perchè non solo Hans è un clown, ma è anche un monogamo devoto.

La devozione sembra essere il suo tratto saliente, dal momento in cui emerge con forza nell’ora più oscura della sua vita. Il tempo della storia, che si svolge in pochissime ore ma che occupa un romanzo intero, lo cattura quando ormai il clown sembra aver perso tutto: una rovinosa caduta durante uno spettacolo lo ha lasciato mezzo zoppo, la depressione sembra inficiare ogni sua capacità creativa, i soldi mancano, la famiglia lo abbandona e il clown resta solo coi suoi tenebrosi pensieri. E tutto questo a casa di una sola persona: Maria. Maria, fervente cattolica, figlia di un altrettanto fervente comunista, che l’ha lasciato in nome della sua fede. Ma Maria non è altro che il frutto di una società che piega i deboli con convinzioni fatte su mirusa e regole fini a se stesse, se assunte senza un’introspezione personale che ci permetta di capire chi siamo e cosa davvero vogliamo dalla nostra esistenza. A Maria, a questa creatura debole e dolce nella sua crudeltà, Hans si rivela essere essenzialmente e costituzionalmente devoto. Non solo non potrà mai amare nessun’altra donna, ma anzi la sua intera esistenza senza di lei risulta essere completamente priva di senso.

Hans non è cristiano, non lo è mai stato e mai lo sarà. Non è nemmeno comunista e neppure socialista. Hans si libra al di sopra di queste definizioni assolute e dall’alto della sua libertà di pensiero cerca di farsi sentire, crecando di fare breccia nelle solide mura di cieche convinzioni dietro a cui molti altri membri della società si celano. In volo sì, ma senza alcun legame: senza radici. Da questa posizione, senza dubbio privilegiata ma solitaria, Hans cerca di capire e lo fa comunicando. Comunicare è per lui l’unica maniera possibile di stringere un legame con una persona, l’unico problema è che il suo modo di comunicare risulta ai più incomprensibile. E così Hans rimane terribilmente solo, vittima di una società incapace di comunicare.

Hans è un clown che si pone e pone agli altri domande e questo genera fastidio, insicurezza, sgomento, in coloro che non hanno risposte, perchè semplicemente non hanno mai avuto dubbi. Il clown invece di dubbi è pieno e li esprime a briglia sciolta nel corso di tutto il romanzo che poi non è altro che un escamotage, abilmente costruito, per esprimere le vere e proprie opinioni di un clown sulla società che lo circonda e che non è in grado di accettarlo per quello che è.

Tutti abbiamo una maschera

Clown che suona per strada

“Il segreto dell’orrore sta nel particolare.”

Leggere questo libro e vedere questo film è doloroso e angosciante al tempo stesso. In entrambi i casi il lettore/spettatore si trova di fronte un complesso paradosso. Da una parte, abbiamo il clown solitario, il depresso cronico dal passato difficile, il maniaco irrecuperabile perchè fondamentalmente irrecuperato che di scena in scena scende un gradino in più verso l’oscurità più nera. Il fondo è l’omicidio, la negazione della propria esistenza che si fonde nel dare fine all’esistenza altrui. Il paradosso è che a tratti lo capiamo, pensiamo che abbia ragione, che in qualche modo non poteva esserci altra soluzione. Ma dentro muoriamo ogni volta che anche solo questo pensiero osa affacciarsi nella nostra mente. Perchè ciò in cui la società trasforma Arthur Flecker è inaccettabile. Joker è il mostro che si nasconde sotto i nostri letti, come lo sporco sul pavimento che NOI abbiamo lasciato accumulare, fino a farlo diventare una creatura distorta, in grado di inghiottirci. Noi, disattenti ai particolari, alle esistenze altrui, alle sofferenze di chi è solo, diverso, confuso, abbandonato. Noi siamo creatori dell’orrore, che senza di noi non avrebbe alcun motivo di esistere

“L’abito professionale è la corazza migliore che esista, vulnerabili sono soltanto i santi e i dilettanti.”

Dall’altra parte abbiamo Hans, il clown solo, che ha perso tutto, ma che rimane coerente alle proprie idee, che è sempre alla ricerca di una risposta, ma che accetta l’idea che una risposta definitiva possa non esistere. Hans, in fondo, è solo in cerca di coerenza e sincerità. Leggendo il romanzo di Heinrich Boll ci troviamo di fronte alla situazione paradossale in cui l’unico personaggio vero e integro è colui che si nasconde dietro una maschera. La maschera così diventa specchio della realtà, un mezzo per far emergere le crepe di un mondo che non funziona per niente bene, dove ciascuno di noi si nasconde dietro a finte certezze. Perchè NOI, coi nostri volti quotidiani, non facciamo altro che celare ciò che davvero siamo, impauriti dalla vulnerabilità che in quel modo saremmo costretti a vivere. Non stimiamo l’altro – e nemmeno noi stessi – abbastanza per lasciar cadere quei finti sorrisi e finalmente essere. Essere tristi, depressi, entusiasti, credenti o meno, insicuri, titubanti. Essere insomma quello che sentiamo di essere, ma sempre e solo quello che l’altro vorrebbe vedere in noi. Così facendo cerchiamo nella folla quello che ogni singola altra persona a sua volta cerca: un’identità. 

La risposta alla domanda iniziale dunque mi sembra inequivocabile: la vita di un clown è spesso dipinta come triste perchè è la vita di qualcuno che ha soffocato la propria richiesta di aiuto dietro un sorriso dipinto, ma che è ben cosciente della messa in scena, a differenza di chiunque altro. Il clown diventa così nient’altro che un simbolo per tutte quelle esistenze costruite sull’apparenza, quei castelli meravigliosi ma vuoti dentro cui ci rinchiudiamo, per non dover far fronte alle esigenze dell’altro e alle nostre responsabilità. La realtà è che, alla fine, rischiamo un po’ tutti di essere dei clown.

Martina Toppi