Se facessimo un conto delle cose
che non tornano, come quella lampada
fulminata nell’atrio alla stazione
e il commiato allo scuro, avremmo allora
già perso […]

Elio PagliaraniMilano, novembre, un giorno qualunque. Sono da poco passate le due ed Elio Pagliarani si aggira ancora, doloroso e instancabile ‘in fondo a Viale Argonne/ vicino alla tua casa’.
È proprio lì che abita infatti la ‘milanese signorina’ che in una primavera di burrasca si è portata via i suoi pensieri, sparendo.
Che pace può mai venire da un vuoto d’amore, quale consolazione rispetto a una speranza impossibile e subito strappata? Forse solo il verso può restituire un istante di respiro nel momento in cui scrivendo si riesce a dire veramente, a salvare qualcosa per liberarsene.
Forse a questo pensava Elio Pagliarani, poeta di adozione milanese, quando tra il marzo e il novembre 1957 realizza i ventuno componimenti di ‘Inventario privato’, la sua seconda opera uscita poi nel 1959, appena un anno prima del suo capolavoro, il poema ‘La ragazza Carla’.
Parliamoci chiaramente: Inventario privato è un canzoniere d’amore, un’esile silloge tutta dedicata al sentimento del poeta non corrisposto dalla donna amata. La più tradizionale delle raccolte poetiche. Ma questo non basta a definirla: più ci si appropria della tradizione e più è necessario usare i suoi strumenti per raccontare qualcosa di nuovo, per calarla in un contesto in buona misura alieno.
Può un modo di far poesia che affonda le sue radici in Petrarca, in Dante e su fino ai provenzali adattarsi alla Milano dei tardi anni ’50? Sì, se a scrivere è Elio Pagliarani.

È DIFFICILE AMARE IN PRIMAVERE/ COME QUESTA

(Qui una breve selezione di testi da Inventario privato. La raccolta è oggi presente nell’opera omnia di Elio Pagliarani nelle edizioni Il Saggiatore)

È marzo: una ‘primavera invocata tempestiva’ in cui appare, tra i raggi del sole riflessi sulle lamiere, il volto di una giovane donna.
L’incontro, da buona tradizione, è casuale (‘Ma se ha forza incisiva sulla nostra/ corteccia questa pioggia nel parco/ di scavare una memoria […]/ e curiosi dei pappagalli un imbarazzo/ ci rende, per un attimo, dicendoti dei fili di tabacco/ che hai sul labbro) ma è sufficiente per accendere un’idea trasfigurante dell’amore.
La ragazza infatti ha subito caratteri superiori alla materia e si atteggia, involontariamente, a uno spirito che abbaglia o a una forza naturale (T’alimenta la gioia perché divampi/ col tuo sorriso il volto; è pura gioia/ che riscatta dal marchio del pallore/ il sangue cittadino oppure ‘i bambini si voltano a guardarti/ avvertono la tua presenza).
Ma tutto questo sarebbe troppo semplice: la vera forza di Elio Pagliarani sta nell’essere riuscito a sublimare in questi stilemi tutto il proprio immaginario, a fondere in un amore stilnovista lo sfondo del boom economico.
D’altronde già il titolo dovrebbe insospettirci. Pagliarani sta inventariando il proprio amore come si farebbe con le merci in un libro contabile e le tre sezioni che dividono la raccolta raccontano la stessa storia: ‘Il primo foglio’, ‘A riporto’ e ‘Totale S. E. & O.’, una sigla del linguaggio burocratico che sta per ‘salvo errori e omissioni’. È dunque in uno sforzo da ragioniere che Pagliarani vuole dirci del suo amore come se si trattasse di un impiego come un altro.

‘Quante ore/ d’ufficio e quanti giorni in questi anni/ d’ufficio fanno il totale della giovinezza? // Non so quanta saliva ha da secernere/ la ragazza incollando francobolli’.
La ragazza è dunque impiegata presso un ufficio e questo è in sostanza tutto ciò che l’io lirico ci dice (o sa) di lei.
Non solo: il lavoro scandisce le possibilità di incontrarsi: ‘Al sole d’aprile del giorno/ del tuo compleanno gli dico/ che t’ho accompagnato all’ufficio’, questo si può fare, bastarsi tra le pause, sottrarsi ai meccanismi della società per ritrovare sé stessi negli altri. D’altronde, già al verso successivo, il poeta afferma che questo ‘non poteva bastarmi’.
Ma cosa può fermare un amore che nasce, che vuole essere? Lo spazio non conta e il tempo si può sempre rubare. Come in questi versi sussurrati:

Ti dicevo al telefono (di cui
più mi prendono le pause, gl’imbarazzi
docili, e se ci udiamo respirare)
ti dicevo al telefono un amore
che urge, e perché.

Con la stessa tenerezza riemergono due versi di Montale a fare da pendant, in ricordo della moglie dopo la sua scomparsa: ‘Ascoltare era il solo tuo modo di vedere./ Il conto del telefono si è ridotto a ben poco’.

FAI SERENO E BURRASCA/ PERCHÉ TI AMO TI TOCCA QUESTO

Parliamo dunque di un amore breve, tempestivo e tempestoso nella vita dell’io lirico, capace però di un risultato fondamentale: accrescere la conoscenza di sé stessi nella buona pratica dell’amore. Non basta infatti un fuoco di passione, la tensione continua verso chi si ama. Non basta essere ciechi di fronte a tutto: ‘Che ci portiamo addosso il nostro peso/ lo so, che schermaglia d’amore è adattamento/ guizzo, resistenza necessaria perché baci/ la nostra storia i nostri uomo-donna/ non solo all’ombra dei parchi/ l’imparo ora forse.’ e ancora ‘mi tocca travasare/ adattare al tuo fusto flessibile/ e scontroso.’
Una possibilità dunque, di sfuggire alla morsa della città e all’inerzia, di trovare nell’amore un motore. Ma, come ho detto, qui siamo dentro un canzoniere e l’amore non può trovare un compimento. Bastano pochi mesi perché tutto si riduca alla banale contemplazione e non ci sono più le chiare freschi e dolci acque dove Petrarca osservava la sua Laura. A Milano si fa diversamente: ‘ti guardavo i capelli, il viso chiuso/ e intento sul giornale dove ho finto/ anch’io di leggere, rimanendo escluso, / a te seduto accanto sul tuo filobus.’
Nella poesia che chiude la seconda sezione la realtà dei fatti si stampa sulla carta, impietosamente. Vale la pena riportarla quasi per intero: ‘Se domani ti arrivano dei fiori/ sbagli se pensi a me […]/ non so che fiori/ siano: te li ha mandati per amore/ d’amore uno incontrato in trattoria/ dove le mie parole spesso s’urtano/ con la gente di faccia./ Che figura/ t’ho data, quali fiori può accordare/ nella scelta all’immagine riflessa/ di te?/ Non devi amarmi se ti sbriciolo su una tovaglia lisa/ e non mi ami.’
Siamo di fronte ad un comportamento naturale: l’innamorato, frustrato per il suo amore non ricambiato, in trattoria parla della sua amata (con parole forse poco gratificanti) e su questo si innesta un altro topos, quello dell’amore sfuggito e raccolto da altri. Chi lo ascolta parlare infatti decide di inviare dei fiori al posto suo, chissà di che colore o con quale profumo, e in un gesto d’orgoglio il poeta rassicura sulla sua estraneità al gesto. Per irridere, certo, ma forse anche per condannarsi: come si può amare chi con tanta vigliaccheria sbriciola e sparge il suo amore come pane vecchio?

IO CHE SPERAVO/ NECESSARIO E SUFFICIENTE SOLO IL FIORE/ CHE AFFIORA

Tuttavia, questo non è abbastanza per chiudere il cerchio sulla raccolta. Forse è stato ingenuo da parte mia credere che sia il canzoniere di un amore: a dire il vero, è un canzoniere sul bisogno dell’amore. Innamorarsi di qualcuno o dell’amore, cosa è giusto e cosa è in grado di sopravvivere alla prova del tempo? Anche l’io lirico ha gli stessi dubbi quando dice: ‘di come sia insufficiente il mio amore/ per la tua capacità di comprenderlo/ per la tua capacità di comprenderlo/ come sia immane il mio bisogno d’amore’.

Il bisogno dell’amore, per quanto più vago nella sua definizione, è molto più forte, impellente necessario del vero sentimento d’amore. Com’è vivere in una città enorme, che si fa giorno dopo giorno più frenetica, che ti chiede di rispondere alla chiamata del prodotto e del progresso? Com’è vivere quotidianamente in un ciclo perenne di lavoro-sonno-lavoro, tornare nel proprio monolocale, guardare un po’ di tv, prepararsi la cena (se c’è il tempo) e poi ricominciare? È come essere assorbiti totalmente dal sistema, perdere l’identità di persona rispetto allo sfondo dell’uomo-massa. Con le dovute proporzioni era questa anche la Milano di Elio Pagliarani, che cresceva a ritmi vertiginosi e imponeva ad ognuno il proprio contributo. E sacrificio.
In tutto questo, chi di noi non penserebbe all’amore come all’ancora che ci riporta all’origine perduta? Inventario privato racconta questo bisogno spasmodico, la sua essenzialità di fronte ad uno sfondo che sfugge all’idillio e si getta in un incubo meccanico, la necessità dell’amore come mezzo di conoscenza (non ha sospetto che non so/ vivere. Amore, e tu non vieni/ ad insegnarmelo).
Nella terza sezione questi pensieri trovano compimento sulla carta, i versi si accorciano e giungono a una sottile lapidarietà: ‘È già autunno, altri mesi ho sopportato/ senza imparare altro: ti ho perduta/ per troppo amore, come per fame l’affamato/ che rovescia la ciotola col tremito.’
La ragazza non ama il poeta, è vero, ma dobbiamo pensare a quanto questo non si rassegni alla fine del suo amore, all’amore che forse sta morendo nel suo spirito prima che fuori di sé, al bisogno che non ha trovato qualcuno in cui infiggersi e non può riportarlo in superficie. Occorrono lunghi mesi per lasciar andare: ‘Sarà ora di chiudere, amore,/ che smetta […]/ di patire/ anche a passarci in treno/ in fondo a viale Argonne/ vicino alla tua casa’.

LA PIÙ CUPA SPERANZA DI RIUSCIRE/ A FARE DELLA MORTE UN’ABITUDINE

È alla fine che Elio Pagliarani si mette a giocare con i suoi versi, come fosse l’ultimo canto possibile di una storia strozzata troppo presto. E per farlo si riporta alla tradizione della nostra poesia, sprofondando nell’Amore e nella Morte:

Il verso «quanto di morte noi circonda»
apriva, e nella chiusa, isolato, bene in vista
«tu sola della morte antagonista».

Ma già prima del termine di giugno
la mia palinodia divenne sorte:
nessuno antagonista alla mia morte.

E sono vivo, senza rimedio,
sono ancora vivo.

Il primo verso di questa lirica conclusiva è infatti tratto da quelli che a loro volta chiudono La ragazza Carla, l’opera magna di Pagliarani. Non solo: si tratta di un rifacimento da un verso di Cavalcanti, eccellente tra gli stilnovisti: ‘Quando di morte mi conven trar vita’.
Tutto allora sembra tornare in questa grande costruzione poetica: l’amore come da circa otto secoli è cantato dalla nostra letteratura è stato negato e ed è confluito in una morte che non è morte del corpo, ma una vita svuotata, un’ostinazione biologica che pretende di resistere per puro automatismo e senza un fine.
Ecco che l’amore potrebbe insegnare, potrebbe farci diventare più grandi, migliori, potrebbe trasformarci nelle persone che meritiamo di essere. Col rischio di ingannare e venire ingannati, certo, col rischio di confondere il bisogno con l’amore, la cosa con la persona, è vero. Ma c’è davvero così tanto altro in questo mondo congestionato e insensibile? Non conosciamo la risposta ma davvero, almeno una volta, non abbiamo preso il coraggio ‘di misurarti/ a petto del mio amore’ ?
Rischio, guadagno, bilancio, perdita: dell’amore non si può fare un inventario, nemmeno privato o non detto. L’amore non è il libro mastro dei nostri profitti. L’amore ci prenderà e lo tradiremo, ci sfuggirà mentre più lo stringiamo e nulla di questa sarà un numero o una sottrazione.
Il cuore resterà un lago oscuro e ribollente ‘se abbiamo solo in testa/ svariate idee d’amore e d’ingiustizia.’

La Milano di Elio Pagliarani

 

 

 

Le nostre Muse d’Inchiostro ci avevano già portati tra le avenue di una città tentacolare e asfissiante come New York. Andate a ripescare Trilogia di New York per calarvi tra le ossessioni di Paul Auster!