E’ di due giorni fa la notizia che ha sconvolto il mondo: la Turchia ha attaccato i curdi siriani, stanziati  nella regione di Rajova. La notizia segue la decisione del presidente statunitense, Donald Trump, di ritirare le truppe americane dalla regione. Due prese di posizione gravissime che porteranno a sconvolgenti conseguenze. Ma cerchiamo di capire esattamente di cosa si sta parlando e cosa ha portato a questa complessa situazione.

Come sempre, lo faremo tramite punti sintetici ma efficaci, che vi permetteranno di avere un quadro chiaro e completo della questione.

I CURDI E LA TERRA PROMESSA

Una mappa della BBC evidenzia le zone abitate dai curdi

I curdi sono il popolo senza Stato per antonomasia. Si tratta di una popolazione di ben 35 milioni di persone, unite dalla razza, la cultura, la lingua e l’orientamento religioso, a maggioranza musulmana sunnita. Con questo alto numero di persone, i curdi costituiscono la quarta etnia più popolosa del Medioriente.

Ma, e questo è un importante ma, i curdi non hanno un loro territorio. Alla fine del primo conflitto mondiale e con lo sgretolamento dell’impero ottomano, era stata promessa a questa popolazione una terra autonoma e indipendente, ma la promessa venne meno con il trattato di Losanna del 1923, in seguito al quale vennero definiti i confini dell’odierna Turchia ma non quelli del Kurdistan. Il Kurdistan da allora è rimasto un sogno, una terra promessa ma inesistente. I curdi oggi sono stanziati in cinque diversi paesi – Iraq, Siria, Turchia, Iran e Armenia – ma senza provare nei confronti di nessuno di questi un vero senso di appartenenza.

CURDI SIRIANI: NEMICO MORTALE DI ERDOGAN

Foto di Ansa Ormai da tempo i curdi e in particolare i curdi siriani sono nel mirino del presidente turco Erdogan. I curdi siriani infatti sono fortemente legati al cosiddetto PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) che si batte contro il governo turco per ottenere l’indipendenza territoriale. Lo scontro è spesso stato armato e guidato anche da attacchi terroristici nei confronti della Turchia.

Un altro organo importante nella gestione dei territori curdi tra Siria e Turchia è il PYD (Partito dell’Unione Democratica), di ispirazione socialista liberaria. Infatti, obiettivo di questo partito è la costituzione di uno stato curdo indipendente e con un modello di società estremamente raro nei territori islamici: un confederalismo democratico teorizzato da Abdullah Öcalan, guerrigliero e rivoluzionario curdo con cittadinanza turca, e basato sulla pratica della democrazia diretta, per mezzo dell’istituzione di assemblee popolari nei villagi e nei quartieri.

Lo scontro tra Turchia e Curdi siriani si è violentemente incendiato questa settimana, quando il presidente Erdogan ha sguinzagliato le milizie turche contro i curdi stanziati nel nord-est siriano. L’operazione si chiama Fonte di Pace. “La nostra missione è di evitare la creazione di un corridoio del terrore ai nostri confini meridionali e di portare pace nell’area”, ha specificato il leader turco, ma cerchiamo di capire meglio quali sono le sue intenzioni. Lo scopo dunque è quello di creare una”zona cuscinetto” nel nordest della Siria, per allontanare dal confine con la Turchia le milizie dell’Ypg, notoriamente alleate del PKK e quindi considerate dalla Turchia gruppi terroristici.

DONALD TRUMP E IL RITIRO DELLE TRUPPE AMERICANE

Bandiera americana Gli USA hanno a lungo sostenuto la causa curda, ma più per ragioni pratiche che idealistiche: infatti, nella regione del Rojava, dove sono stanziati i curdi siriani, si collocano all’incirca tre quarti delle riserve petrolifere siriane. Per capirci meglio, in questa zona si producono all’incirca 300 mila barili di petrolio al giorno. L’El Dorado della nostra epoca, in poche parole. Controllare questa risorsa vuol dire avere la possibilità di mettere alle strette Bashar al-Assad, dittatore siriano, piegandolo al volere americano. Qui gli USA hanno costruito inoltre importanti base militari, logisticamente efficaci, da cui possono partire droni nelle regioni circostanti.

Ora però la situazione è cambiata, proprio perchè gli interessi americani si sono ribaltati: è più importante avere un saldo controllo sulla Turchia e garantirne la presenza nella NATO. L’alternativa? Un netto spostamento d’asse del governo di Ankara verso la Russia. Di qui il ritiro delle truppe americane attuato da Trump nei giorni scorsi, come segno di solidarietà al governo di Erdogan.

L’IMPORTANZA DEI CURDI NELLO SCONTRO CON L’ISIS: I RISCHI CONNESSI ALLA SITUAZIONE ATTUALE

I militanti curdi sono noti per essere stati combattenti in prima linea nello scontro aperto in Siria contro lo Stato Islamico (Isis). L’operazione militare turca degli ultimi giorni tuttavia, secondo molti esperti, rischia di creare le condizioni per un ritorno di fiamma dell’Isis.

Difatti l’Isis non è mai stato definitivamente sconfitto in Siria, checchè se ne dica. Dunque, costringere i curdi del nordest siriano a spostarsi verso nord genera un indebolimento delle forze militari a sud, dove peraltro è più probabile una riorganizzazione dello Stato Islamico. In aggiunta, l’offensiva turca rischia di lasciare scoperte le zone delle prigioni curde, dove sono detenuti circa undici mila miliziani dell’Isis. Una fuga di massa di questi combattenti dalle prigioni costituirebbe per la regione un problema non da poco.

ERDOGAN E IL RICATTO ALL’EUROPA: SI APRONO I CANCELLI TURCHI

Ankara, capitale turca In questo frangente critico c’è un altro elemento che va messo sulla bilancia: il flusso di migranti. Sono molti i rifugiati siriani in Turchia che hanno iniziato a spostarsi verso l’Europa, nella speranza di trovare un luogo meno ostile pronto ad accoglierli. Nelle ultime ore infatti gli sbarchi sulle isole greche sono aumentati notevolmente e i protagonisti sono proprio questi migranti, in fuga lungo la cosidetta “rotta balcanica”.

Qual è dunque il famoso ricatto che Erdogan ha lanciato all’UE? Uno scioglimento dei patti sulla gestione dei migranti, con la minaccia di mandare 3,6 milioni di persone fuori dalla Turchia e verso l’Europa. Per evitare questo scenario, il presidente turco ha intimato all’Unione europea di assistere in silenzio all’ingiusta marcia turca contro le popolazioni siriane.

Per fortuna, molti Paesi europei hanno alzato la voce, decidendo di non sottomettersi a questo becero ricatto: la Turchia non può comprare il nostro silenzio. In prima linea anche Giuseppe Conte, che sulla questione si è espresso con queste parole: «Lo dirò forte e chiaro al prossimo Consiglio Ue: l’Ue non può accettare questo ricatto dalla Turchia. L’iniziativa militare deve cessare immediatamente e l’Ue e tutta la comunità internazionale dovrà parlare con una sola voce».

La soluzione ai tavoli dell’Unione sembrerebbe quella di imporre pesanti sanzioni al governo turco, per spingerlo a una rinuncia all’attacco della Siria. Tuttavia, è difficile prevedere i prossimi sviluppi, dal momento che Erdogan insiste sulla natura difensiva di questa mossa della Turchia, sostenendo di agire nel nome della sicurezza del proprio popolo.

QUALI OPZIONI RESTANO AI CURDI?

  1. Scendere a un patto con il governo siriano di Assad, permettendo così l’entrata nei loro territori di russi e armate governative.
  2. Resistere rischiando però una frammentazione forzata della regione, in seguito a scontri armati, tra Russia e Turchia.

Ovviamente, non mancano gli alleati dei curdi: Iran in primis, alleato di Assad e della Siria, che non vede di buon occhio le mire espansionistiche turche; l’Egitto che appoggia il popolo curdo per ragioni ideologiche e per contrastare il suo principale nemico, i Fratelli Musulmani, appoggiati dalla Turchia; infine l’Arabia Saudita, interessata a contenere l’espansionismo turco.

Di quest’area geografica e dei complessi meccanismi politici che vi hanno luogo abbiamo già parlato sul nostro Osservatorio Sommerso: un articolo esplicativo a partire da un libro, Siria: 6 domande e un libro per rispondere, e un’esclusiva intervista ai nostri microfoni di un testimone della guerra in Siria, Firas Abdullah.

DOVE TROVARE INFORMAZIONI COMPLETE:

La questione è complicata soprattutto perchè in continua evoluzione. Con questo articolo abbiamo spolverato un po’ di geopolitica, per comprendere meglio il quadro generale, ma è come sempre bene tenersi informati nelle ore a venire.

Gli scontri infatti sono tuttora in corso e migliaia di siriani sono in fuga, per sfuggire all’attacco del governo turco: già due villaggi curdi sono stati conquistati.

Se volete seguire in tempo reale quello che sta accadendo, il nostro consiglio è quello di cliccare qui: Sky TG24 riporta le informazioni più importanti mano a mano che le sue fonti ne vengono a conoscenza.

Nel frattempo, molti sono i cittadini italiani che hanno segnalato la propria intenzione di opporsi all’attuale stato di cose, rimproverando acerbamente il comportamento del governo turco. A raccogliere nomi e cognomi di questi cittadini è stato Enrico Mentana, giornalista, conduttore televisivo ed editore del quotidiano online Open, che sul proprio personale profilo Facebook ha lanciato un appello, con raccolta firme nei commenti sottostanti. La sua intenzione è quella di portare le oltre 180 mila firme raccolte alle istituzioni italiane ed europee, richiedendo ua presa di posizione più risoluta e non limitata alle parole. E voi, avete già firmato?

 

Martina Toppi