Da piccola, l’improvvisa realizzazione che io non fossi l’intero universo, ma soltanto una piccola, minuscola persona in mezzo ad una moltitudine di altre piccole, minuscole persone mi riempì di sgomento. Pensavo cosa succederà quando mi scoccerò di essere me, e che ne sarà dei miei progetti di essere contemporaneamente una maestra elementare, una detective e la scienziata che scoprirà come far durare eternamente il buon sapore della gomma da masticare?

Poco ne sapevo, allora, che una persona non è mai una persona sola, che dentro di me avrebbero resistito la maestra, la detective, la scienziata e tantissime altre se ne sarebbero aggiunte perché l’anima è una popolazione intera e, parafrasando, ci vuole un villaggio per crescere una vita.

Una cosa del genere la diceva anche Susan Sontag quando scriveva nel suo diario, a ventotto anni, che uno scrittore dev’essere contemporaneamente almeno quattro persone:

“Lo scrittore dev’essere quattro persone:

  1. Il pazzo, o l’ossessionato
  2. L’imbecille
  3. Lo stilista
  4. Il critico

Il primo fornisce il materiale; il secondo lo lascia venir fuori; il terzo è il buon gusto; il quarto l’intelligenza. Un grande scrittore ha tutt’e quattro questi signori dentro di sé – ma potresti essere comunque un bravo scrittore se possiedi i primi due: sono i più importanti.”

Più addentro ancora si avventura Eric Arthur Blair, che già era un’altra persona quando si faceva chiamare George Orwell, e che pensava che tutti questi universi dentro di noi dovessero essere tutti legati da qualcosa di fortissimo, perché potesse avvenire la pace e la creazione: la colla, secondo lui, è la motivazione.

Ora, secondo Orwell, ci sono quattro principali motivazioni, per cui uno si possa mettere a scrivere. E, come per le persone che abitano gli scrittori, sono anche queste tutte interconnesse:

“Non considerando la mera motivazione venale, credo che esistano quattro grandi motivatori della scrittura, sia per la prosa che per la poesia. Questi sono, a mio avviso:

  1. Semplice egoismo: voglia di sembrare intelligente, di essere chiacchierato, di essere ricordato dopo la morte o di farla vedere a quegli adulti che si prendevano gioco di noi. È stupido pensare che questa non sia una motivazione, e una bella grossa, per giunta. Gli scrittori la condividono con scienziati, artisti, politici, avvocati, soldati, imprenditori di successo – insomma, con tutto lo strato superiore dell’umanità. La gran massa degli esseri umani, in vero, non è egoista: dopo i trent’anni, la maggior parte di noi perde quel senso di grandiosa individualità, e si mette a vivere per gli altri o rimane schiacciata dall’insoddisfazione. Ma c’è una minoranza di persone di talento che restano sempre determinate a vivere la propria vita per sé stessi, e gli scrittori rientrano in questa categoria. Gli scrittori seri, mi verrebbe da dire, sono estremamente più vanesi dei giornalisti, ma meno interessati al denaro.
  2. Entusiasmo estetico: la percezione della bellezza nelle cose del mondo, o anche solo nelle parole e nel modo in cui si incastrano tra loro. Il piacere di ascoltare un suono cadere sull’altro, o la fermezza di una prosa precisa, o il ritmo di una bella storia. Il desiderio di condividere un’esperienza che si sente come imprescindibile e che non deve essere perduta. Il motivo estetico è sempre percettibile, persino autori di saggi e pamphlet, se interrogati, vi diranno che hanno le loro parole preferite e quelle frasi che sono a loro care anche se non per fini utilitaristici. Forse, a parte per il manuale dei ferrovieri, non esiste pubblicazione che prescinda dal motivo estetico.
  3. Impulso storico: quella necessità di scoprire i fatti veri, realmente accaduti, e di collezionarli per la posterità.
  4. Impulso politico: sto usando la parola “politico” nel più ampio dei suoi significati. Il desiderio di spingere il mondo in una certa direzione, di modificare la visione della gente riguardo il tipo di società verso la quale è necessario mettersi in cammino. Ancora una volta, non esistono libri completamente privi di pregiudizi politici. Persino l’idea che l’arte non debba avere nulla a che fare con la politica è un’idea politica.”

Alla fine del suo piccolo saggio, ad ogni modo, Orwell sente il dovere di preservare una piccola magia: ché la scrittura è sempre un miracolo, e da dove venga la motivazione ai miracoli non è dato né importante saperlo.

“Mi sembra quasi d’aver detto, così, che tutti i motivi per cui ci mettiamo a scrivere riguardino la nostra vita pubblica, ma non è così: ogni scrittore è vanesio, egoista e pigro, ed è qui che giace il mistero della motivazione, perché scrivere un libro è un lavoraccio, una battaglia continua alla stregua di una lunga malattia: nessuno si prenderebbe la briga di ospitare questo demone in sé stesso, se non fosse guidato da un demone motivatore ugualmente potente!”

Marzia Figliolia