Siamo ciechi che vedono, la cecità secondo Saramago

Siamo ciechi che vedono, la cecità secondo Saramago

“Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”

Avete mai giocato a “preferiresti”? E’ un gioco un po’ perditempo che si è soliti usare per non soffrire durante le interminabili code in autostrada. Quest’estate ho fatto la famosa traversata: insieme a un gruppo di amici sono partita da Milano, in macchina, e ho raggiunto il profondo sud della Calabria. Un totale di 17 ore sulle autostrade italiane mi hanno fatto giungere a due conclusioni: primo, che il cibo e la famiglia devono proprio essere un richiamo irresistibile per tutti quelli che ogni estate si sorbiscono questo viaggio interminabile; secondo, che “preferiresti” non è un gioco poi così stupido.

A un certo punto una mia amica mi ha chiesto “preferiresti essere cieca o sorda?”. Il gioco prevede che i partecipanti rispondano alla domanda in maniera univoca: non sono consentite sfumature o dubbi, o l’una o l’altra cosa. E’ stato a quel punto che ho iniziato a ripensare a Cecità, romanzo scritto nel 1995 da José Saramago.

SVEGLIARSI UNA MATTINA: L’INIZIO

Cecità“La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente.”

Sono le sette di mattina, la vostra sveglia vi sta strillando dritta nell’orecchio che è ora di alzarsi. Vi sentite affaticati, come se le vostre abituali otto ore di sonno non avessero giovato per nulla nel lenire stanchezza del giorno precedente. Dev’essere stata colpa di questo sogno strano che vi ha assillato per tutta la notte: una luce bianca, accecante, che vi martella il cervello, come un faro luminosissimo puntato esattamente contro le vostre pupille. Aprite gli occhi per vederci meglio, sbattete le palpebre a più non posso, magari vi portate anche i pugni sul viso, sfregandovi la pelle, come se aveste due anni. Eppure qualcosa non torna: quel bianco abbacinante vi sommerge. E’ un oceano bianco, un mare di latte dentro al quale vi sentite affogare. E non c’è scampo alcuno: che vi giriate, che vi dimeniate, che urliate, che chiudiate o apriate gli occhi, il bianco è sempre lì ad attendervi.

E’ così più o meno che inizia la cecità nel romanzo di Saramago: un’epidemia sconosciuta, inspiegabile in termini medico-scientifici e che piano piano colpisce tutta la popolazione terrestre. Siamo in un tempo e un luogo non precisati, potrebbe essere ieri, domani o tra poche ore. Incontriamo i protagonisti del romanzo mano a mano che cadono vittime della mostruosa malattia, entrando così in relazione e contagiandosi vicendevolmente. Come potrete immaginare le reazioni psicologiche – che Saramago descrive con perizia chirurgica – non sono delle migliori: dalla disperazione all’ira, dal terrore all’apatia più totale. Ciascuno dei sentimenti che ogni essere umano è portato a provare di fronte ai drammi della vita viene amplificato a dismisura, perchè condiviso da tutti, e va così a ledere in profondità i legami che saldano la convivenza sociale.

Ci è possibile osservare da vicino come possa essere portata avanti un’esistenza comunitaria di questo tipo perchè i primi malati vengono “deportati” in un manicomio abbandonato e abbandonati a loro stessi. Qui le forze dell’ordine consegneranno loro il cibo -sempre troppo scarso- tramite un complesso sistema di comunicazioni atto a impedire il contagio. Contagio che si rivelerà tuttavia inevitabile e gli ospiti dell’inospitale manicomio aumenteranno a dismisura nel corso del romanzo.

Di futuri probabili, presenti alternativi e catastrofi epocali che segnano per sempre il corso della storia umana vi abbiamo raccontato anche in “Distopia e realtà: il mondo nuovo di Huxley” e in “Asimov voleva solo salvare il mondo“.

UOMO LUPO PER L’ALTRO UOMO

Homo homini lupus recita un detto latino che possiamo far risalire a Plauto, ma che ha conosciuto la fama grazie alla citazione che ne ha fatto Thomas Hobbes, un filosofo britannico, occupatosi in particolare di teoria politica. E’ una frase cui possiamo richiamarci per descrivere il messaggio sotteso all’intricata narrazione di Saramago.

La cecità infatti sembra avere conseguenze non solo sul piano fisico e psichico, ma anche su quello sociale. E’ interessante notare come l’accecamento degli occhi corrisponda anche a un accecamento della razionalità: sembra, all’interno del romanzo, che l’uomo privato della vista non sia più in grado di distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Bene e male vanno intesi nell’ottica di una vita in società, ovvero di un’esistenza condotta fianco a fianco con altri esseri umani.

Un altro filosofo britannico, Jhon Locke, diceva che La mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro, a dire cioè che i confini della libertà personale sono segnalati dall’esistenza di un altro con una sua propria libertà che non dobbiamo invadere, un altro come me. Tuttavia, una volta persa la vista, ai personaggi di Saramago risulta estremamente difficile distinguere i confini della libertà altrui, che si fanno così sempre più sfocati in quel mare lattiginoso, fino a scomparire. E’ così che in Cecità possiamo osservare i rapporti interpersonali farsi sempre più brutali e animaleschi, indirizzati alla sopravvivenza e alla soddisfazione personale, incuranti dell’incolumità dell’altro. La vita stessa dell’altro essere umano perde valore, mentre il mondo piano piano scompare nei ricordi, annegato nella nebbia che tutti acceca.

“È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria.”

L’uomo diventa così lupo per l’altro uomo: non c’è modo di convivere pacificamente, c’è solo un’estenuante lotta in cui, alla fine, è sempre il più forte, il più astuto, il più abile ad averla vinta.

LA LUCE DELLA SPERANZA E’ UNA DONNA

Mare di nebbiaSpesso la cecità è associata alla figura del profeta: come contrappasso, colui che vede oltre i confini della nostra visione mortale, è privato del più immediato dei nostri sensi. Tiresia è il più famoso dei profeti della mitologia classica e non sfugge a questa descrizione. Cieco per punizione divina, brancola nel buio e guida gli uomini. Nel mito infatti sono questi individui menomati a guidare tutti coloro che invece vedono.

Esattamente il contrario è ciò che avviene in questo romanzo di Saramago: qui la cecità diviene condizione universale e colei che guida, una donna, è l’unica ancora in grado di vedere. Un rovescio delle aspettative che diventa però più razionale di qualsiasi altro mito: la vista infatti è da sempre associata alla saggezza. E’ saggio chi sa vedere lontano, penetrando con lo sguardo nel passato e nel futuro.

La donna in questione è la moglie di un oculista, uno dei primi personaggi a perdere la vista in maniera del tutto paradossale: curando una donna che aveva avuto un rapporto con un uomo che a sua volta era entrato in contatto con il primo cieco.

Questa donna, che nel corso di tutto il romanzo verrà indicata come “la moglie del medico” è profetessa vedente in un mondo di ciechi. E’ lei che guida gli altri, sempre attenta a non rivelare mai l’assenza in se stessa della menomazione, che farebbe di lei un monstrum nel senso più originale di questo termine latino: qualcosa di stupefacente.

Perchè questa donna non ha perso la vista? E perchè si cura di badare a questi ciechi che brancolano nelle tenebre animalesche dei propri istinti, subendone ogni sorta di conseguenza, fino a giungere alla violazione del proprio corpo? La risposta a queste domande sta nella relazione in cui riusciamo a porre i quesiti: è proprio il fatto che questa donna rinunci al proprio vantaggio sugli altri per mettersi a loro disposizione che fa di lei una persona saggia e quindi in grado di accedere alla vista.

Scopriamo così che vedere non significa solamente distinguere forme e colori, ma è qualcosa di più profondo. Torna allora l’idea del mito, del profeta: il profeta è colui che vede più in là di chiunque altro. E se nel nostro mondo, dove la maggioranza degli uomini è vedente, profeti sono privati di questa capacità, ci sembra allora ragionevole che in un mondo ribaltato avvenga esattamente il contrario.

La perdita della vista è collasso della ragione e solo chi davvero è capace di essere razionale riesce a mantenere la vista. Paradossalmete, una sola donna in tutto il mondo. Una donna che prende sulle proprie spalle il peso del mondo intero. Seppellisce morti, cura ferite, pulisce i corpi sporchi e le anime strappate, offre spalle per piangere, orecchie per ascoltare: atti senza tempo, antichi come il tempo stesso, che non cessano di essere colmi di significato.

OGGI SIAMO CIECHI CHE VEDONO

Ma chi è questa donna? Una donna qualsiasi, una tra le tante e qui sta proprio il fulcro di tutto il romanzo. Ciascuno di noi potrebbe essere quella donna, ma nessuno di noi lo è. E nella più totale indifferenza con la quale guardiamo agli altri che ci vivono accanto, piano piano stiamo scivolando verso quella cecità destinata a distruggerci.

I protagonisti di questo libro non hanno un nome perchè non hanno un volto e non hanno un volto perchè NOI STESSI LETTORI SIAMO CIECHI, incapaci di vederli. Sono indicati con locuzioni comuni: la cieca con gli occhiali da sole, la moglie del medico, la moglie del primo cieco, la vecchia, il medico, il ladro. Un’umanità indistinta, caratterizzata dalle apparenze più superficiali, le prime che saltano all’occhio e le uniche che siamo in grado di cogliere.

Abbiamo perso la capacità di guardare all’altro come a un tu e non come a un mezzo per raggiungere i nostri scopi. Non siamo più in grado di vedere nell’altro la sua vera essenza, qualcosa di degno del nostro rispetto, della nostra compassione e del nostro amore. E da questa cecità della ragione deriva un abbruttimento dei comportamenti destinato a degenerare verso una totale cancellazione dell’umanità. Perchè l’umanità non è un fattore biologico, non è una specie identificata dalla genetica, ma un modo di saper stare insieme, l’uno accanto all’altro.

The horror, the horror!” urlava Kurtz in Cuore di tenebra di Joseph Conrad, a giudizio della sua intera vita. Ed è questa stessa vita ciò che ci aspetta se non impariamo ad aprire gli occhi per combattere la cecità abbaccinante che sta piombando su di noi. Saramago ci mostra la via, la letteratura ci offre speranza: ci insegna a immaginare ciò che non conosciamo, a capire ciò che non sentiamo vicino, a pensare di poter essere quell’altro che non siamo. La letteratura ci salva, se solo impariamo che essa non è mai parola morta, ma sempre e comunque voce di un presente che ci chiama a intervenire per cambiare il corso delle cose.

Ecco perchè ciascuno di noi dovrebbe leggere Cecità di Saramago, chiudere gli occhi per un momento e cessare di essere cieco. Smettiamo di essere ciechi che vedono. 

Non perdetevi un’intervista con José Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1998, cliccando qui.

Luce nell'oscurità“Se non siamo capaci di vivere globalmente come persone, almeno facciamo di tutto per non vivere globalmente come animali.”

“Quello che racconto in questo libro sta succedendo in qualche parte del mondo in questo momento.”

José Saramago

 

 

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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