Micro/Migrazioni: il dovere dell’addio in Vittorio Sereni

Micro/Migrazioni: il dovere dell’addio in Vittorio Sereni

L’estate non finisce in un giorno, in una mattina come tante. L’estate non la definiscono né i calendari né le mappe rinnovate delle temperature e dei rovesci. L’estate è più dei suoi tre mesi di caldo atroce e improvvisi acquazzoni, più delle vacanze stiracchiate che vanno sotto il nome svuotato e antico di ferie.

Io credo che l’estate viva nei suoi confini.

L’estate sta finendo, lo avvertiamo tutti. E non perché adesso siete nei vostri uffici a far quadrare i conti o di nuovo sui banchi della biblioteca a prepararvi per l’odiosa sessione di settembre. Guardate bene l’inclinazione della luce che piove radente, stanca, mentre prima gocciava come un diluvio: oggi si ritira sempre prima e al suo posto lascia un profumo di terra bagnata, di foglie, come un freddo grigio che ancora non conosce il suo vero nome. L’estate finisce come un’incombenza che si esaurisce lentissima, come una ricerca coi suoi indizi, come una prescienza che non si identifica. L’estate è un sogno, la sua realtà esiste solo nel ricordo. O nelle premonizioni.Vittorio Sereni

 

LEGGIAMOCI LA MANO: SULLA STRADA DI ZENNA

Ci desteremo sul lago a un’infinita
navigazione. Ma ora
nell’estate impaziente
s’allontana la morte.

(Il testo integrale della poesia è disponibile qui)

Questa poesia, intitolata Sulla strada di Zenna, compare nella raccolta Frontiera: pubblicata nel 1941, rappresenta l’opera d’esordio di Vittorio Sereni, autore che, pur con “sole” quattro sillogi, si è imposto come uno dei più importanti poeti del secolo scorso.

Le poesie qui raccolte sono composte tra il ’35 e il ’40: sono testi di un autore giovane dunque (Sereni nasce nel 1913) e questo in particolare ci permette di immergerci con esattezza nella visione che oggi vi propongo: quella del viaggio che tutti noi compiamo alle soglie di ogni trasformazione e della prima tappa, lasciare la casa che ci ha visto crescere. Zenna è una località a pochi chilometri da Luino, città natale di Vittorio Sereni, addossata al Lago Maggiore. Non posso immaginare nemmeno quante volte il poeta vi abbia calcato gli stessi passi ma non posso fare a meno di pensare ai miei di passi, per il corso del mio paese, tra le campagne o persino sul parquet della mia vecchia stanza.

La poesia si apre su un’immagine eterea che rimanda a un poi misterioso e in qualche modo angoscioso (Ci desteremo sul lago a un’infinita/navigazione). È proprio questa la premonizione di cui parlo: ricordo molto bene i mesi che hanno preceduto la mia prima partenza per l’università, una mescolanza di timore ed eccitazione, di paura e fibrillazione. C’è in questo verso l’idea di una calma che sarà frutto di sforzi ma ben lontana dall’arrivare, l’idea di qualcosa che inizia con un sussulto di terremoto per ritrovarsi dopo nella piattezza dei laghi. Ma allora l’idea dell’inizio e delle fine era solo un sussurro sottopelle perché ci bastava un unico che pensiero e cioè che “nell’estate impaziente/s’allontana la morte.” Quella era l’atto finale dei giorni di una vecchia vita e gli strumenti ancora provavano per l’orchestra che sarebbe venuta dopo. Di questa poesia mi ha sempre colpito la rima Eliso/riso che compare tra prima e seconda strofa come se la morte metaforica della vita che precede, quella che passiamo tra le mura di casa, potesse comunque terminare con una risata fragorosa, con un’ultima esplosione che copre il lagno/ del vento o il rombo dell’acquazzone evocati da Vittorio Sereni.

Mi chiedo oggi cosa pensavo allora e credo che la risposta fosse: niente. In quegli anni, esasperati da una scuola protrattasi come all’infinito e beatamente distratti dalle amicizie e dagli amori questi ultimi fuochi venivano da sé, si vivevano come inscritti in una cultura, in un habitus che ci erano totalmente naturali. Se questo testo di Sereni è una profezia di un’ultima estate è solo a posteriori che può riconoscersi come più o meno compiuta: l’estate, quando esiste non si avverte. Anche i paesaggi ci sembravano intatti, i palazzi della città immutati e i volti altrui inconsapevoli:

“Vedi sulla spiaggia abbandonata/turbinante la rena,/ci travolge la cenere dei giorni” racconta Sereni, e in effetti, qualcosa si andava disperdendo. Solo una cosa ci colpiva veramente “l’esteso strazio/delle sirene salutanti nei porti”: erano forse gli abbracci più stretti di chi ci conosceva da sempre, forse l’onda di un mare che si abbatteva più debole ma più sinistra, forse solo uno sguardo come quello che la mia stessa memoria mi ridona, dimesso ma integro, spossato ma dignitoso come quello di un padre e di una madre che sopportano una natura più forte delle volontà singole, che rispettano la chiamata di un futuro che vorremmo gioioso.

“Ma torneremo taciti a ogni approdo” racconta Sereni in chiusura, tra versi che ci fanno smarrire e altri che ci riportano su una strada conosciuta. Dice la verità ma all’epoca chi poteva saperlo? Perdersi e ritrovarsi ancora non significavano niente e i presentimenti intorno a noi non valevano più dei tarocchi letti da una maga decrepita in una via del centro.

 

NELL’INCERTO CAMMINO DEL RITORNO – ANCORA SULLA STRADA DI ZENNA

Ma non è questa volta un mio lamento
e non è primavera, è un’estate,
l’estate dei miei anni.

(Il testo integrale della poesia è disponibile qui)

Nel suo saggio ‘Iterazioni e specularità in Vittorio Sereni’ (in Strumenti critici n. 17, febbraio 1972) il critico Pier Vincenzo Mengaldo mette l’accento sulla tendenza di Vittorio Sereni a ripetere e rispecchiare mutuamente i suoi componimenti. Pur esulando dalle sue precise analisi microtestuali è con la stessa chiave di lettura che ci Gli strumenti umani - Vittorio Sereniapprocciamo a questa seconda poesia che, già a partire dal titolo, implica la prima.

Siamo nella terza e probabilmente più importante raccolta del nostro, Gli strumenti umani, pubblicata per Einaudi nel 1965 e nei versi in questione l’io lirico si avvia “nell’incerto cammino del ritorno” (così cantava Franco Battiato nel 2004 in Le aquile non volano a stormi) verso Zenna. Sono passati anni (quanti idealmente, trenta?) come quelli tra la nostra prima partenza e un altro ritorno a casa. Molto è cambiato, così tanto che ci stanca anche solo l’idea di raccontarlo ma come promesso, poco o molto silenziosi, siamo tornati ai nostri approdi. È questa l’estate dei nostri anni, quella vera forse o almeno quella dotata di un vero corpo e di uno sguardo più fermo sulle cose, quando quella dei nostri diciotto anni ci appariva come un riflesso nel lago, rotto dal più piccolo degli insetti. Oggi noi siamo tornati, ma in questi anni cosa è accaduto a chi è restato?

“Tu non ricordi la casa di questa /mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.” canta Montale in La casa dei doganieri, e questi due versi mi hanno sempre risuonato in testa mentre non ho mai trovato una risposta. Sempre su una domanda retorica apre Sereni la sua poesia “Perché quelle piante turbate m’inteneriscono?/Forse perché ridicono che il verde si rinnova/a ogni primavera, ma non rifiorisce la gioia?”

È a questo che ho sempre pensato tornando a casa, cercando di dimenticarmi delle troppe scadenze, delle responsabilità sempre più grandi verso me e gli altri, verso il mio futuro. Che nella nostra vecchia casa il tempo gira ormai per conto suo e ha senso solamente per coloro che vi restano immersi, che non hanno mai davvero spezzato il legame. Molti di noi non faranno mai davvero ritorno, se non per pochi giorni ad ammirare centinaia di paesaggi da cartolina in cui abbiamo imparato a camminare. Sì, le piante ricrescono ma non ci riguardano più davvero, la costa riappare sullo schermo delle immagini mentre sfrecciamo sul lungomare ma “non la muta/il mio rumore/né, più fondo, quel repentino vento che la turba”.

Se eccettuiamo l’amore delle nostre famiglie che si piegano ma non si spezzano mai in questa infinita sequenza di bentornato e arrivederci, vedremo altrove i volti stanchi di chi sopravvive come può nel vecchio paese che giorno dopo giorno si inaridisce e si aggrappa ai “poveri/strumenti umani avvinti alla catena/della necessità”. Tra loro c’è chi non è potuto mai partire, chi accetta con coraggio il compromesso di restare e chi scommette contro il tempo che polverizza i giorni sperando un po’ di meno ogni mattina. A questo penso quando torno nel mio piccolo paese in Puglia e immagino facciano simili pensieri tutti quelli che per desiderio o necessità sono dovuti andare via.

Vedo “quelle agitate braccia che presto ricadranno,/quelle inutilmente fresche mani/che si tendono a me e il privilegio/del moto mi rinfacciano” e mentre vado via, nelle città che negli anni mi hanno accolto, penso che andar via è davvero un privilegio come dice Vittorio Sereni e come ci ricorda anche Pavese in La luna e i falò con la sua famosa frase “un paese ci vuole” ma soprattutto per sapere che cosa si lascia, per convincersi che migrare sia una buona idea.

Eppure, non posso fare a meno di pensare che tutti si stiano sbagliando: che andar via sia davvero un privilegio di cui esser grati ma che al contempo rappresenti una condanna che dietro la promessa di costruire un mondo nuovo comporti la distruzione del vecchio, irreparabilmente. Una nostalgia effusa sarà il resto di una ferita, in tempi che divergono come rette parallele, in luoghi che proviamo a ricreare ma non riconosciamo (di altre nostalgie, di luoghi che non esistono né nel passato né altrove e che non possiamo raggiungere, ci aveva già parlato una delle nostre Muse d’Inchiostro a proposito dei racconti di Ottessa Moshfegh).

Un giorno arriverà la nostra vita, per alcuni è già arrivata, ma sarà qualcosa di totalmente altro, un corpo che si riforma dopo essersi strappato, senza continuità senza le consuetudini e le intuizioni che ci hanno fatto crescere uguale ad amici e fratelli senza che lo sapessimo. Lo sappiamo oggi, anni dopo, dopo aver visto i due lati della medaglia ed esserci persuasi forse che un addio ci vuole, che questo viaggio porta in sé come un senso del dovere e della responsabilità.

Siamo fatti letteralmente di sogni e di aspirazioni e per molti di noi – moltissimi – questi comportano una scelta. Tra condanna e privilegio il peso di un futuro che noi forgiamo rimbomba fortissimo: come molti di noi – moltissimi – io ho scelto di ascoltarlo ancora oggi, mentre mi appresto a fare l’ennesima valigia e chiudo ancora Gli strumenti di Vittorio Sereni su questi versi:

“Ed ecco già mutato il mio rumore/s’impunta un attimo e poi si sfrena/fuori da sonni enormi/e un altro paesaggio gira e passa.”

Zenna, 1950

Massimo Del Prete

Massimo Del Prete

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