Ragazzi di Camorra: educare e crescere a Scampia

Ragazzi di Camorra: educare e crescere a Scampia

Esiste un momento in cui la lettura di un romanzo, non importa se per ragazzi, si intreccia a tal punto con l’esperienza della tua vita che raccontarlo provando a mantenere un distacco appare inutile e limitante. Avverto piuttosto la necessità, quasi bruciante, di restituire ciò che le pagine di Ragazzi di Camorra presentano tramite il filtro di quanto mi è stato dato di vivere e incontrare a Scampia.

Quella che Pina Varriale ha scritto è la storia finzionale di un ragazzino, Antonio, che a dodici anni vive nel malfamato quartiere napoletano spacciando per conto del marito di sua sorella Lucia. In un panorama che non lascia spazio ai sogni e alle sane illusioni della gioventù il piccolo protagonista ancora crede che una via diversa possa esistere.

Che per i suoi desideri possa davvero esserci spazio.

Questo pensiero diventa timida realtà quando incontra Arturo, un professore, che cerca di strappare lui e altri suoi compagni dalla strada. Lo prende con sé e tra piccoli lavori manuali e l’avvicinamento alla cultura prova ad aprire una nuova strada.

Allontanandomi dal rischio di svelare precocemente il finale è mia premura far presente che di inventato questo bambino ha solamente il nome. È quella di ricordare che a Scampia, proprio come Antonio, i bambini rimangono davvero orfani dei loro padri perché immischiati e poi uccisi dalla Camorra. Giocano come lui per le strade in mezzo a cumuli di spazzatura e come lui vivono nei bilocali fatiscenti delle Vele: grandi palazzine dalla singolare forma che sono diventate l’emblema di questo luogo.

Le Vele, Scampia

Comprendere la complessità, la povertà e la frammentazione di un quartiere periferico di Napoli non è cosa immediata. La disoccupazione, l’abbandono scolastico e il commercio illegale sono solo alcuni degli indicatori che, in parte, posso restituire un’idea per quanto velata di questa realtà.

Incontrare i volti accesi, spesso scontrosi e vivaci di questi ragazzi non porterà a colmare le questioni che la riguardano. Allargherà però la comprensione di esperienze e vissuti così diversi ma allo stesso tempo vicini e condivisibili.

Camminando nelle stesse strade in cui Antonio, nel romanzo, trascorre le sue giornate mi sono scontrata con la medesima brutalità di cui l’autrice racconta. Conoscendo Claudio e i suoi amici, realmente, mi sono imbattuta nella prepotenza di linguaggi e gesti che solamente la solitudine e la mancanza di calore umano possono portare.

Così come il protagonista e i suoi compagni di vita anche noi abbiamo giocato a calcio in un campetto circondato da muri scoloriti. Abbiamo condiviso pranzi con Sabrina, una ragazzina di 11 anni, e iniziato a comprendere che nel rapporto con loro poteva davvero crearsi una strada per instaurare un barlume di fiducia.

 Quali strumenti afferrare, dove trovarli e in quale modo alimentare i propri progetti.

 

In Ragazzi di Camorra le difficoltà che attorno a questo ruotano emergono con chiarezza e con la stessa vivono nel tentativo di Antonio di sottrarsi alle dinamiche della criminalità.

La convinzione che nascere in un quartiere malfamato del napoletano sia condizione sufficiente per crescere diventando un delinquente altro non fa che alimentare il pregiudizio. Conoscere le persone che hanno deciso di dedicare la propria vita al recupero e accompagnamento di questi ragazzi, quel pregiudizio lo scardina.

Dove le famiglie sono assenti e il sistema scolastico crolla l’educazione alla violenza sembra l’unica via.

Davide , un ex camorrista che ho potuto incontrare nel mese di Luglio, raccontando di sé mi ha mostrato che forse, a questo, può esserci una diversa risposta. Dopo gli anni del carcere, del pentimento, dopo essersi allontanato e sposato è tornato a Scampia. Qui ha iniziato il progetto dell’Albero delle storie incontrando ogni settimana bambini del quartiere, raccontando e facendo scrivere loro dei racconti.
Lettura e fantasia in una città senza grazia.

Fratello Errico, che mi ha ospitata presso Casa Arcobaleno, ha aperto una scuola per garantire il diploma a ragazzi incappati in più bocciature o situazioni difficoltose. Durante l’inverno volontari e professori arrivano alla sua porta. In estate, invece, i ragazzini trovano presso di lui un luogo sicuro per poter giocare: l’accoglienza e la costanza nella terra della solitudine e della prepotenza.

Casa Arcobaleno, Scampia

‘’Scampia non è Gomorra’’

Porta scritto la facciata di una delle Vele.

L’esperienza mi permette di esserne convinta ma penso anche sia difficile crederlo se ci si limita a considerare la trasposizione mediatica di questa realtà. Se ci si affida alle produzioni televisive che alimentano o credenze parziali e le realtà della malavita. È indubbiamente più comodo, utile e conforme alla messa in scena della violenza.

Resti ben chiaro, questo è davvero, nel panorama italiano, l’ultimo del migliore dei mondi possibili, realmente rimane uno dei quartieri più problematici. Ma Scampia non è e non può essere solo un’idea costruita su stereotipi.

Scrivendo della vita di Antonio, Pina Varriale, si contrappone a questo. Si batte per diffondere una conoscenza che,per quanto poco esauriente e finzionale sia, descrive senza ricorrere a miti e figure eroiche la difficoltosa realtà di un ragazzino nato e cresciuto troppo velocemente.

Spostando lo sguardo dalle pagine alla realtà, almeno per una volta, sarebbe costruttivo soffermarsi su quanto di buono esiste e resiste piuttosto che sulle storture e di una città che, per quanto desolata e complessa, vive e, almeno in parte, esige riscatto.

 

A 500 metri dalle Vele c’è infatti un parco giochi pieno di colore e bambini che alcune famiglie della zona hanno sovvenzionato.

Ancora, c’è una professoressa che, terminate le lezioni, dedica il suo tempo al centro Hurtado insegnando la musica d’insieme ai ragazzi.

A loro si unisce Sara, 18 anni che insieme ad altre mamme si dedica alla ludoteca Il giardino dei mille colori.

Anche Raffaele che si occupa di aiutare le famiglie del campo rom di Scampia e Giugliano.

C’è, anzi, ci sono tutti loro e molti altri volti che non si rassegnano alla povertà del male. Vedere la bruttezza e quello manca è sempre più semplice del rendersi conto che davanti a questo noi abbiamo una responsabilità . Non è sempre affare di altri a noi lontani. Arriva un momento in cui un volto tocca te.

Che dopo, nel tuo piccolo, tocca a te.

Nonostante Sara, che da sempre vive qui, dica che negli ultimi dieci anni il suo quartiere ha fatto enormi passi, forse, credere che Scampia possa essere il migliore dei luoghi possibili sarebbe utopia.

Senza la presunzione di conoscere la totalità, la difficoltà e la fatica che queste persone incarnano non posso fare a meno di pensare a loro come punti luminosi in un luogo in cui, per non vedere, si spegne la luce. Così come Fratello Errico per istruire i suoi ragazzi fa affidamento alla loro capacità di creare una piccola comunità così penso sia necessario per Sara, per la professoressa, per la ludoteca e tutti gli altri.

‘’Voi siete la luce del mondo’’
Mt- 5, 13-16

Non un singolo io, non un autonomo tu ma un corpo unico mosso da un’unità di intenti.

A Scampia non serve un pronto soccorso per la crescita dei ragazzi ma la costanza, la fatica e la dedizione che costruiscono prospettiva.

La storia che Pina Varriale racconta ha il pregio di restituire con un linguaggio lineare, ma non per questo scontato, questioni e situazioni che è doveroso non rimangano all’esclusiva lettura di un pubblico di giovani. Questa vicenda è e deve essere lo strumento che, con la meditazione della narrazione può avvicinare alla conoscenza di questo luogo. Può aprire la strada alla riflessione su una fatica, su una differenza che, per quanto irriducibile resti, oltrepassa le etichette di un racconto per giovani.

Non penso che Fratello Errico, Sara e tutti i volti che popolano e si battono per questo luogo sperino di poter sconfiggere la Camorra. Non credo si alimentino del desiderio utopico di un sogno inarrivabile. Sono, piuttosto consapevoli dell’immensa difficoltà che ogni giorno incontrano e che fronteggiano. Ancorati alla realtà che, per scelta o per caso, sono chiamati a vivere non cedono al male ma vivono nella ferma convinzione che, per Scampia e per i suoi ragazzi, un futuro migliore si possa configurare.

Nell’adesione profonda alla vita dentro la fatica e la sofferenza che nei volti di un romanzo e di questa terra possiamo incontrare la costruzione di un sistema alternativo a quello della violenza non solo sarà possibile ma, già, vive ogni giorno.

Di pratica della testimonianza abbiamo già parlato qui, su Muse d’Inchiostro, raccontando l’ultima impresa letteraria di Roberto Saviano: “Nel mare non esistono taxi”. Il giornalista campano ci insegna che la testimonianza attiva è uno strumento imprescindibile di comunicazione ed è solo praticandola che possiamo effettivamente sperare in un mondo migliore.

Sara Rainoldi

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