Aprite gli ombrelli per la libertà

Aprite gli ombrelli per la libertà

Cosa sta succedendo a Hong Kong? Se anche a voi in questi ultimi due mesi abbondanti è capitato di imbattervi in fotografie di piazze asserragliate da giovani armati solamente di ombrelli e vi siete chiesti: ma questi che razza di carnevale stanno festeggiando?, allora leggere questo articolo vi aiuterà a ridare un senso logico a quanto avete visto e a schiarirvi le idee su quella che si sta dimostrando essere la più grande protesta in nome della libertà del XXI secolo.

HONG KONG E CINA, DAVIDE E GOLIA

La sfida cui stiamo assistendo è un tête-à-tête tra due potenze di levatura decisamente differente. Innanzitutto perché Hong Kong è solo una città, abitata da 7 milioni di persone, mentre la Cina, con i suoi 1,4 miliardi di abitanti, è “solamente” il paese più popoloso al mondo, nonché la seconda potenza economica del mondo. Insomma, c’è poco da scherzare.

A molti tra voi sarà anche venuto in mente che Hong Kong fa parte della Cina: e allora com’è possibile che questa città abbia osato ergersi contro il proprio padrone? La risposta si trova scavando un po’ indietro nella storia: Hong Kong gode di una vasta autonomia, tanto in campo economico quanto in campo giuridico, politico e amministrativo, pur facendo tecnicamente parte della repubblica cinese. Questo sistema, denominato “one country two systems” o, all’italiana, “una Cina due sistemi”, venne introdotto da Margaret Tatcher all’inizio degli anni ‘80, dal momento che gli inglesi avevano controllato Hong Kong come loro colonia per 99 anni. Difatti, l’indipendente magistratura della città funziona secondo l’ordinamento giuridico del Common Law; ciò che invece rende la città dipendente dal colosso cinese sono le relazioni estere e la difesa militare.

IN NOME DELLA LIBERTA’

Quest’oasi di autonomia tuttavia non è destinata a durare per sempre: l’accordo stretto tra la Tatcher e Deng Xiaoping , leader comunista cinese nel 1984, scadrà nel 2047. Ma la Cina è impaziente e la città, uno dei centri finanziari più importanti del mondo, ha fatto gola al dragone comunista che ha cominciato negli ultimi anni ad avvolgere nelle proprie spire questo distretto indipendente, attuando una vera e propria strategia di “cinesizzazione”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso di questa conquista silenziosa è stata una legge di estradizione per crimini gravi, come lo stupro e l’omicidio, in base alla quale un abitante di Hong Kong, sotto processo, potrebbe essere spostato in Cina ed essere giudicato secondo il sistema giudiziario cinese. Ovviamente, le due magistrature hanno differenze invalicabili che mettono seriamente in bilico la stabilità giudiziaria cui gli abitanti di Hong Kong si sono abituati negli ultimi 40 anni.

Infatti, il sistema giudiziario cinese è completamente asservito alla politica, dalla quale dipendono completamente giudici e pubblico ministero. Non ci sono diritti inalienabili e non c’è garanzia che essi vengano tutelati: le sorti di un processo dipendono dal potere unitario dello Stato. Peraltro, nella repubblica cinese si fa spesso ricorso alla pena di morte, chiamata jianhou, e, talvolta e sotto banco, alla tortura. La commistione tra potere politico, giudiziario ed economico favorisce per di più la corruzione. E questo è sembrato agli abitanti di Hong Kong null’altro che un primo passo verso l’ingerenza cinese del sistema giuridico di Hong Kong.

Insomma, provate voi a scoprire da un giorno all’altro che d’ora in avanti i vostri diritti non sono più garantiti e che la vostra sorte è in mano a una schiera di giudici che agiscono come marionette unicamente a favore del Partito, senza poi dimenticare il fatto che la Cina può usare questa legge contro i suoi oppositori: cosa le vieterebbe infatti di inventare accuse per ottenere l’estradizione di qualcuno?

Voi cosa fareste? I giovani di Hong Kong e in particolar modo gli studenti sanno bene che in casi come questi c’è solo una possibilità: protestare in nome della libertà e ottenere l’attenzione mediatica del mondo intero.

LE PROTESTE: OMBRELLI E SPRAY URTICANTI

Le manifestazioni contro le ingerenze cinesi non sono una novità per Hong Kong: la Cina nel corso del tempo ha più volte attuato tentativi, coronati perlopiù dal successo, per infiltrare il sistema economico e politico di Hong Kong. La prima manifestazione, alla quale si deve il nome dato al fenomeno “Rivoluzione degli ombrelli”, ebbe luogo nel 2014, durante le celebrazioni per l’anniversario della restituzione di Hong Kong alla Cina. In quell’occasione gli abitanti della città si riunirono e manifestarono per chiedere più autonomia, in un estremo tentativo di rallentare l’inesorabile scorrere del tempo verso la data termine del 2047.

A cinque anni di distanza, all’inizio di giugno del 2019, le manifestazioni sono riprese, più forti e coinvolgenti che mai: il dragone ha tentato di mettere gli artigli sui diritti degli abitanti di Hong Kong.

Gli scontri tra manifestanti e polizia sono stati fin da subito violenti, anche se solo da una parte: infatti agli spray urticanti e ai cannoni ad acqua dei corpi armati, i giovani manifestanti hanno sempre risposto con i loro ormai simbolici ombrelli, abbinati a occhiali anti-spray, elmetti per difendersi dai proiettili di gomma, sfollagente, maschere e bandane per nascondere il viso alle telecamere di sorveglianza. Difatti, le pene per coloro che vengono arrestati sono spesso pesanti: in alcuni casi si arriva fino ai 10 anni di carcere.

La rivoluzione non segue una struttura gerarchica e non ruota intorno a un leader, anche se è divenuto ormai simbolico il volto di Brian Leung, di 25 anni, che, entrando nella sede del Parlamento, ha deciso di mostrare il proprio volto alle telecamere. La rivoluzione ormai attrae manifestanti da tutte le classi sociali e gli abitanti di Honh Kong son riusciti a organizzare lunedì 5 agosto il primo sciopero generale da 50 anni a questa parte, bloccando il traffico stradale, aereo, ferroviario e metropolitano di una delle città più trafficate al mondo. Ma il sacrificio per loro si fa sempre più alto: dall’inizio degli scontri sono state arrestate 420 persone e 44 di loro rischiano il carcere per un decennio.

La Cina è pronta ad assumere una linea ancora più dura, i cui primi sprazzi iniziano a vedersi grazie alla forte strategia di censura che sta attuando nei confronti delle notizie da Hong Kong alla repubblica. Ma ancora più grave è lo stanziamento nella città di circa cinque mila soldati dell’esercito cinese, il cui generale è stato ripreso a urlare: “Tutte le conseguenze sono a vostro rischio e pericolo”.

ULTIMA ORA

A due giorni dalle ultime proteste di massa, che hanno sfidato persino la pioggia torrenziale di queste ore, la chief executive di Hong Kong, Carrie Lam, profondamente criticata per la sua vicinanza a Pechino, si è fatta sentire. Se in precedenza la Lam si era mostrata inamovibile sulla legge di estradizione e severa nel giudizio delle proteste pacifiche, ora sembra aver cambiato idea. Questa mattina infatti ha promesso di attivare nell’immediato una “piattaforma di dialogo aperta e diretta” nei confronti dei cittadini, nonché di aumentare il controllo sull’operato della polizia. Resta poi la promessa più significativa: la legge sull’estradizione verso la Cina è stata dichiarata “morta”. Ovviamente queste concessioni sono piccole e distanti dalle richieste dei manifestanti e non necessariamente fanno ben sperare.

La Cina infatti è sempre più risoluta e anche se nelle ultime ore sono stati bloccati da Facebook e Twitter un migliaio di profili falsi, coordinati dal governo cinese e responsabili di aver diffuso insulti e fake news nei confronti dei manifestanti, in realtà questa è solo la superficie di un mare profondissimo in cui i boot cinesi spesso la fanno franca. Il governo cinese sta sfruttando sempre di più queste tecniche di destabilizzazione social per screditare l’immagine mediatica dei manifestanti. Una strategia di matrice russa i cui effetti sono spesso devastanti.  E se anche le piattaforme digitali si sforzano di rendere più rigidi i loro controlli, non mancano segnalazioni di utenti che trovano censurati i propri contenuti pro-Hong Kong. La collisione con Pechino si fa sempre più drastica.

Nel frattempo cliccate qui per una panoramica sulle proteste avvenute in questi mesi.

 

Martina Toppi

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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