Ricordo con precisione la prima volta che ho letto Sogno di una notte di mezz’estate, di William Shakespeare, e non mi vergogno nell’ammettere che la meno shakesperiana tra le opere del grandissimo poeta è stata la mia prima esperienza a contatto con le sue parole. Un inizio strano, certo, ma pur sempre un inizio. Credo che in qualche modo Sogno di una notte di mezz’estate vada scovato così: un po’ per caso e un po’ per scelta. Per caso perchè -sempre per caso- mi è capitato di vederlo inscenato e perdipiù in mezzo alla natura, proprio come si legge tra le righe dell’opera. Per scelta perchè, ormai quasi quattro anni fa, quando avrei potuto scegliere una qualsiasi delle opere di Wiliam Shakespeare da approfondire per una delle tante “ricerche” che vengono assegnate alle superiori, io ho scelto proprio questa.

CHIAROSCURI DI UNA FAVOLA

Tra alberi incantati, fiori magici, fate dagli abiti brillanti e il misterioso signore delle ombre, il lettore/spettatore non può che essere trasportato in una dimensione di stupore immaginoso. Ma come ben sapete, se conoscete le versioni originali delle favole dei fratelli Grimm, dietro ogni bella storia c’è un’ombra incombente.
Ammetto che scoprire questo aspetto di una delle opere shakesperiane che più mi hanno fatto sentire in un mondo magico è stato straniante: eppure è sempre vero che la luce è accompagnata inevitabilmente dall’ombra.

Per capire esattamente cosa succeda in quel bosco alle porte di Atene, dove le storie di appassionati e giovani amanti si intrecciano, bisogna allontanarsi dalla vertiginosa e a tratti esilarante gioia che possono portarci le buffe battute di Bottom, l’artigiano da quattro soldi tramutato in un uomo con la testa d’asino. Non lasciamoci troppo trasportare dai lamenti di Elena, il cui amato Demetrio non fa altro che inseguire la bella Ermia, destinata a sposarlo, ma innamorata in realtà di Lisandro. Per non parlare poi di Titania, la regina delle fate, e delle sue scaramucce con Oberon, signore delle ombre.

Mi spiace, chiudiamo il sipario, placate gli applausi. Bisognerà riprendere in mano il copione e sbattere la testa sulle battute, perchè c’è qualcosa dietro questa patina luminosa. C’è un cono d’ombra che sfugge al nostro occhio distratto dalle luci della scena. C’è un messaggio che Shakespeare ha lasciato per noi.

L’ALTRO VOLTO DELL’AMORE: LA VIOLENZA

Siamo pronti allora per smontare quello che sembra essere il tema principale dell’intera commedia: l’amore. O meglio, non vogliamo smontarlo, ma solamente riportarlo a una dimensione più realistica. Ebbene sì, l’amore di cui tanto parla Shakespeare in quest’opera è inscindibile dalla sua controparte: l’odio. Infatti questa parola si ripete con un numero sorprendente di variazioni nel corso di tutta la commedia. Basti pensare alle quattro principali storie d’amore narrate, che a un esame attento del testo si rivelano essere nient’altro che un fascio di tradimento, crudeltà, inganno e, per l’appunto, violenza.

La prima violenza, sia per evidenza che per ordine cronologico, è quella che Teseo, re di Atene, muove a Ippolita, la regina delle Amazzoni e sua futura sposa.

Ti ho corteggiato con la mia spada,/ Ho vinto il tuo amore recandoti danno;/ Ma ti sposerò in una diversa atmosfera,/ Con fastosi e trionfali festeggiamenti. (I, 1, 16-19)

Insomma, non proprio quel dialogo sereno che ci si aspetterebbe tra due promessi sposi, innamorati folli. Con queste parole Teseo sta rivelando al lettore/spettatore una macabra realtà: egli ha sconfitto in battaglia la futura moglie, l’ha privata del suo regno e le nozze, che seguono questa violenza, non possono fare nulla per togliere alla bella Ippolita il titolo di preda di guerra. Ma questo non è che l’inizio di una serie di episodi in cui la violenza, piuttosto che l’amore, è regina dei rapporti tra uomo e donna.

Fuggirò da te e mi nasconderò nel fitto/ lasciandoti alla mercè delle bestie feroci. […] Basta con questi discorsi, lasciami andare,/ oppure, se mi insegui, non illuderti/ che nel bosco io non ti faccia un brutto scherzo. (II, 1, 27-28 e 35-37)

A parlare qui è Demetrio, inseguito da Elena, follemente innamorata di lui. Peccato che il giovane ateniese di lei non voglia saperne nulla: per i suoi occhi solo Ermia vale la pena di essere ammirata. La stessa Ermia che non lo considera minimamente. E l’insofferenza verso la sua spasimante invece fa presto a volgersi in odio e promesse di violenza fisica, qualora Elena non cessi di seguirlo attraverso il fitto del bosco incantato.

Come avrò quel succo/ spierò quando Titania è addormentata/ e lascerò cadere il liquido sui suoi occhi:/ la prima cosa che vedrà appena sveglia/ (che sia leone, orso, lupo o toro,/ o bertuccia curiosa, o scmmia faccendiera)/ ne sarà presa di amore frenetico./ E prima di toglierle l’incantesimo dagli occhi/ (lo potrò fare con un’altra erba)/ io la costringerò a cedermi il paggio. (II, 1, 177-186)

Anche nel regno delle fate l’amore è un sentimento instabile, pronto a tramutarsi in disprezzo. Oberon e Titania compaiono sulla scena nel bel mezzo di un litigio, causato dalla gelosia del signore delle ombre nei confronti di un giovane attendente di Titania: un fanciullo prezioso per la regina delle fate, perchè figlio di una sua cara amica morta di parto. Ma Oberon non è ben disposto a questo genere di sentimentalismi ed è disposto a tutto pur di concretizzare il proprio capriccio. Un’insistenza che ha a che fare solo col desiderio di affermare il proprio potere dominante su Titania. Così Oberon punisce la bella fata in una maniera orripilante e perversa: la costringe, con un incantesimo di illusione, a innamorarsi e a giacere con un uomo mezzo asino.

L’ILLUSIONE DELL’AMORE

In questa commedia l’amore è rappresentato come qualcosa di estremamente volatile, uno stadio di confusione, un sentimento contraddittorio, un’emozione che può tanto essere spontanea quanto suscitata dalla magia. Basti pensare all’amore di Demetrio per Elena, generato da una delle tante bricconate magiche di Puck, il galoppino di Oberon. Il folletto furbo ha fatto innamorare Demetrio della stessa Elena che prima ripugnava ma, al momento dello scioglimento della storia, quando tutti gli incantesimi vengono spezzati, nessuno pensa a disincantare Demetrio. Per l’armonia finale della trama è meglio così: in questo modo Ermia e Lisandro possono finalmente stare insieme e anche Elena può avere il proprio lieto fine. Anche questa forma d’amore dunque si rivela essere nient’altro che una violenza, mossa questa volta da parte degli spiriti fatati nei confronti del giovane Demetrio, costretto per sempre ad amare qualcuno che prima disprezzava.

Ecco dunque svelata l’ombra oscura che minaccia il lieto fine di questa commedia: cosa è realtà e cosa è illusione? Nel mondo portato in scena da Shakespeare non c’è alcuna certezza: è un mondo popolato da ombre e da spiriti, dove i “pazzi mortali” vengono ingannati, trasformati, esaltati e abbandonati, infine giostrati come burattini dagli spiriti fatati. E in questa realtà di ombre, nello scontro tra spirito femminile e spirito maschile, ci sembra che infine sia quest’ultimo a trionfare: la legge di Oberon si rivela vincente.

Di qui forse il personaggio più triste di questa commedia solare: la regina Titania che, burlata da Oberon e Puck, a differenza degli altri personaggi, è ben consapevole della beffa subita. La sua tristezza immensa si riflette in quella di fiori che vengono ritratti piangenti, a causa della loro “castità violata”, in un gioco d’amore perverso. Titania sa di essere stata umiliata e maltrattata dal suo amante e questo genera un’ombra di oscurità nel suo mondo di fate e magia.

SHAKESPEARE: UN’IDENTITA’ VELATA

E’ vero, la storia si conclude con un lieto fine che non potrebbe essere più lieto: tutte e tre le coppie mortali si sposano felicemente. Eppure anche questa non è nient’altro che un’illusione. Il trionfo dello spirito maschile è autentiCo, totale e angosciante: ciò che di fatto è stato violenza e negatività viene trasformato in uno stratagemma buffonesco, indirizzato solamente a produrre un lieto fine. Ma dove possiamo lasciare la tristezza di Ippolita, la vergogna indicibile di Titania, la burla vissuta da Elena?

Certo Shakespeare non voleva che le ignorassimo, ma anzi questa patina favolistica è servita all’autore proprio per ostracizzare l’esito di questo scontro e preparare all’esperienza d’amore quelle donne spettatrici che ancora non l’avevano sperimentata sulla propria pelle. Un intento estremamente in sintonia con tante storie dei nostri tempi, ma anche un po’ sospetto. Perchè Shakespeare era così interessato a difendere l’universo femminile?

Ci sono molte cose che non sappiamo sulla vita e sulla personalità di uno degli scrittori più importanti della storia della letteratura inglese, probabilmente anzi il più importante. Solo recentemente è stata avanzata l’ipotesi che in realtà il nome di William Shakespeare celi l’identità di una scrittrice, una donna. Ma questa è una storia che vi racconterò in un’altra occasione. Tra gli articoli meglio scritti al riguardo, vi consiglio di dare un’occhiata a questo, mentre facciamo calare il sipario su questa puntata di Muse d’Inchiostro lasciandovi con le ultime parole di Puck.

Se noi ombre vi abbiamo irritato,/ non prendetela a male, ma pensate/ di aver dormito, e che questa sia/ una visione di fantasia./ Non prendetevela, miei cari signori,/ perchè questa storia d’ogni logica è fuori:/ noi altro non v’offrimmo che un sogno;/ della vostra indulgenza abbiamo bisogno./ Come è vero che sono un Puck onesto,/ se abbiam fallito vi prometto questo:/ che, per fuggir le lingue di serpente,/ faremo assai di più prossimamente.

Martina Toppi