Aspetta che scenda la temuta notte, che scompaia
la luce del crepuscolo, e ruoti
la terra sul suo asse.
Questa è la verità di questa sera incerta
sui cespugli di acacie e sulle case
questa è la sua misura – un acro di deserto. […]

Partiamo dalla fine.

Con questi versi si avvia una delle ultime poesie della raccolta di Antonella Anedda, significativamente uscita per i tipi di Donzelli nel 1999.
Fine o inizio, d’altronde, non hanno particolare significato nella liquida rarefazione di questi versi e io stesso, leggendoli e rileggendoli nelle ultime settimane, ho preferito concedermi alla loro sostanza senza luogo che non sia una nuvola confusa; senza tempo che non sia un semplice intervallo tagliato via da un continuum più grande.

Tutto ciò che accade gravita agli estremi della notte portata a simbolo di tutte le notti, tempo di preparazione e di riflessione. Ma su cosa?
Il titolo stesso della raccolta condensa i tre termini della proporzione che la Anedda ci propone: me la immagino seduta in una notte già altissima, su una veranda, o sulla nuda terra ad avvertire un silenzio non intaccato. Forse in Sardegna o in Corsica, dove ha le sue origini, forse altrove: ma questo è il suo osservatorio sull’occidente, sul nostro occidente, luogo-nazione che di rado ha conosciuto altro dalla guerra.
E con essa deve fare i conti: che sia quella dei barbari contro i ruderi dell’Impero (L’imperatore ha spento il lume/ ha chiuso il libro./ In basso la terra scuote l’orlo dei vasi e il ferro brucia/ freddo sui fili. […]/ Dormirà per sempre) o quella della bassa follia nazista ([…] ricordo/ che i miei morti dormono/ battezzati ed ebrei/ resi uguali dal fuoco/ in astucci di sassi, di candele»). E tra esse la pace trova solo brevi scampoli, attimi che solo chi è attento può riconoscere. C’è pace allora per gli uomini, spettatori minuti delle vicende della Storia? La pace è una specie di felicità?

GLI ISTANTI DELLA TREGUA

Di fronte a concetti del genere forse dovremmo indietreggiare, approssimare un po’ e tentare una soluzione di comodo. Quello che troviamo, l’unico sollievo che riconosciamo è la tregua. Anche i trattati di pace che firmiamo con noi stessi, nella nostra piccola storia con la ‘s’ minuscola, sono soltanto deboli armistizi, basati su speranze ancora meno fondate.
Per la Anedda allora, la notte è il tempo della tregua e quella che chiamiamo pace è solo un respiro profondo che possiamo tirare tra una guerra che si placa al tramonto e riprende all’alba come ininterrotta “Ciò che chiamiamo pace/ ha solo il breve sollievo della tregua”, si dice senza giri di parole già nel secondo componimento, come a scoprire da subito le carte in tavola, come a stroncare sul nascere i facili voli della mente; e poi, nella poesia che segue “Queste sono le notti di pace occidentale/ nei loro raggi vola l’angustia delle biografie/ gli acini scuri dei ritratti, i cartigli dei nomi.”

Anedda definisce subito i limiti spaziali e temporali della sua indagine e se fosse una scienziata potrebbe anche fermarsi qui. Ma la poeta deve proseguire per dirci: cosa resta alla nostra volontà? Cosa resta alle nostre azioni?
La prima sezione eponima della raccolta addensa una risposta in sedici testi densamente connessi: la notte è quindi un tempo sospeso, nel quale galleggiamo, extradimensionale – si direbbe – nel momento in cui gli atti sono preclusi e solo la memoria può trovare i suoi contorni. Arriverà un diluvio al mattino e occorrerà salvare le cose fragili, i ricordi, le stoviglie abbandonate in cucina.
Ma sembra che la lingua abbia perso la sua grammatica e le parole siano insufficienti, forse solo l’eco di “[…] una lingua sconosciuta/ perché parlo da un’isola/ il cui latino ha tristezza di scimmia”.
Il tema dell’indicibile di solito si riconnette all’orrore, a qualcosa cioè alla quale siamo del tutto impreparati. Forse è così, forse non ci aspettavamo che la tregua fosse “misura che rende lo spavento/ metro che non protegge.” che fosse “[…] transito/ da un luogo andare a un altro luogo/ senza una vera meta/ senza che nulla di quel moto possa chiamarsi viaggio”.

NON ANDARTENE DOCILE IN QUELLA BUONA NOTTE

Tutto sembra portarci alla resa, alla prostrazione, a una disperazione di bambino terrorizzato dal buio.
Ma ci sbagliamo.
C’è una notte là fuori, così densa, sterminata, così folta di cose da essere impossibile da percorrere per intero. Attraverso i versi della Anedda noi la guardiamo appoggiati alla finestra, le tende bianche di cotone ondeggiano mosse da un vento fresco: intorno a noi poveri oggetti, segnati del tempo: pentolini, bicchieri, cibo che attende ancora di essere mangiato, tavoli di legno smangiati e su ogni cosa una luce blu, una “lunarità dolente” che bagna tutto e definisce l’estensione delle ombre.
La notte è nostra, di noi osservatori solitari, è il sipario della nostra storia, dei nostri morti, dei nostri amori, è il momento in cui ripassiamo il copione, in cui speriamo che all’apertura delle quinte il mondo sia ancora là fuori.
È il tempo di ore lunghe come epoche in cui stringiamo i denti, in cui ci circondiamo degli oggetti innocenti e doloranti del passato per affermarci come individui, al netto dei nostri errori e oltre le onde che ci hanno sommerso.

Questa è la cucina alle sette
questo il polso immerso nel lavabo
e il buio balcone che dice
la distanza del giorno.
Aspetto che scaldi il tuo latte
seguo la brina sul ferro dei balconi
e la donna che trascina la sua busta nel vento. […]

Forse avete pensato a una poesia di elegia. No.
Quella della Anedda è una poesia di resistenza. Gli uomini sono sempre stati superiori all’ineluttabile, sempre vergini di fronte alla catastrofe eppure mai spezzati: io credo siano più forti anche della morte, anche di questa morte che si presenta come una serie senza fine di notti che preludono a un’“alba feriale”, all’assenza del colore e del respiro.
Tornare in noi stessi per resistere, immergersi nella memoria sapendo che prima e dopo hanno perso proporzioni, sollevare la penna. Tentare.
Le poesie della Anedda parlano a tu variegati e spesso anonimi, cercano nel silenzio tutt’attorno una comunicazione coi morti che però non si trasforma quasi mai in comunione:

[…] Era una lunga immagine
il mormorio di un brivido.
Troppo tardi si compone l’astuzia di ogni sera
fingere che il mio braccio sia il tuo
che stringa la mia mano
di nuovo, senza pace.

La ricerca della memoria, del passato, è qui una ricostruzione, non già un movimento involontario, – come ci insegna Proust – un bellissimo trucco che può confondere la platea ma non il prestigiatore, che impietosamente mostra il prezzo del ricordo: l’impossibilità di farlo corpo ancora.
Molti altri versi di questo genere si disseminano per le pagine dove tutte le cose sono una cosa sola, incapaci di toccarsi a vicenda: “Fredda – amore – è questa quiete indivisa, fredda”, si trapassa come un fantasma ma senza mai fermarsi, senza mai smettere di scrivere se questo lascia una traccia in un mondo che ruota troppo in fretta.
La Anedda dice di scrivere ‘con riluttanza’ ma anche ‘con pazienza’ perché c’è qualcosa oltre la nostra vanità di scrittori, qualcosa che più conta rispetto a certe pagine di gloria.

Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.

SORGERÀ UN MATTINO SENZA SOLE

Su tutto grava una specie di terrore millenaristico, come quello degli uomini dell’anno 999, incatenati al terrore dei presagi, alla paura che il mondo svanirà per i vivi e per i morti, che le terre saranno spoglie, le luci spente. Persino nella poesia che dedica a sua figlia questa prescienza non cede: “[…] Oltre il secolo/ nelle sere a venire quando né tu né io ci saremo/ quando gli anni saranno rami/ per spingere qualcosa senza meta/ nelle sere in cui altri/ si guarderanno come oggi/ nel sonno – nel buio […]”.

La catastrofe sembra affiorare a ondate dalle pagine e non concedere che pochi attimi alla risacca. Ma questa è solo l’ultima presa di coscienza dell’uomo di un estremo Novecento, l’uomo che ha fatto i conti con una morte senza ritorno, l’uomo che ha chiamato la paura col suo nome senza incantarla con la musica di una cattiva poesia.
La notte non è che la nostra ultima prova, l’esame più duro per le nostre coscienze, è il nostro campo di allenamento più terribile perché ci impone di negare la menzogna, di fare i conti con la realtà finale: l’eterno susseguirsi dei mattini, di albe che ci richiedono una pazienza infinita per restare in piedi.

Non c’è salvezza nell’attardarsi di un millennio
semplicemente i suoni si alzano più fitti dentro il vento
uno stormire di uccelli e di foresta.
Cerca tra le cose che ami quale morirà per prima
combatti nonostante il tremore […]

Se ho amato Notti di pace occidentale è perché mi ha ricordato quanta dignità c’è nella vita, quanto grande è la forza che siamo in grado di opporre al male, quanto grande la responsabilità che abbiamo nei confronti di ciò che è destinato a perdersi, noi compresi, da sempre in piedi contro la rovina, sempre spezzati, sempre integri.
Non chiederei altro alla poesia: non le chiederei una conoscenza superiore o trascendente perché, se pure esiste, è al di là di noi e dunque non ci riguarda. E non le chiederei nemmeno quel conforto che così tanti invocano nella lettura dei versi. Nessun conforto c’è infatti in queste pagine, nessun lenitivo e proprio in questo c’è l’estrema onestà intellettuale della Anedda, solo una traccia, una verità parziale e privata scavata dal peso dei ricordi e di un mondo in rovina.
Solo così resistiamo con una rassegnazione infuocata, con inerzia vitale perché forse è vero che “ci difende di lato un’altra quiete/ come un peso marino nella iuta/ piegato a lungo, con disperazione.”
Perché i nostri occhi dolenti conoscono tutta la miseria ma il tempo di abbassare le palpebre è di là da venire. Adesso per noi è invece il tempo di tornare all’inizio, facendo il percorso a ritroso, trattenendo l’eco profetica dei versi proemiali, pronti a oltrepassare:

Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è una scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo – al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
– promessa.

 

Massimo Del Prete