Fare integrazione col calcio quando l’integrazione viene presa a calci

Fare integrazione col calcio quando l’integrazione viene presa a calci

“Io mi ricordo che i nostri nonni e i nostri bisnonni si sono sacrificati perché non passasse lo straniero. E io faccio, e farò, esattamente questo. Perché questa è casa nostra. Prima gli italiani” (Matteo Salvini)

Integrazione? Prima gli italiani. Giusto così: siamo in Italia, quindi veniamo prima noi. Poi vengono tutti gli altri. Però dobbiamo fare distinzione, non possiamo equiparare un finlandese ad un senegalese. Dobbiamo fare una classifica di chi viene dopo gli italiani.

La cosa migliore è prendere i nostri vicini: al secondo posto i france.. no dai, loro subito dopo no. Prima gli italiani, poi gli svizz.. ma no, che cosa hanno fatto loro per essere importanti per noi? Forse dovremmo prendere in considerazione San Marino, in fondo parlano italiano come noi. Ma sì dai: prima gli italiani, poi i sammarinesi. E poi mettiamoci il Vaticano. Oddio.. Non possiamo mettere il Papa dietro ai Capitani Reggenti di San Marino. Meglio invertire: prima gli italiani, poi il Papa, poi i sammarinesi. Però ci sono i cani, si sa che sono meglio delle persone. Anche se i cani non possono venire prima degli italiani. Al massimo possiamo distinguere tra cani nati in Italia e non, così il veterinario saprà chi deve curare prima. E poi tutti il resto, pure i gatti.

Di certo gli africani vanno messi all’ultimo posto, su questo non ci sono dubbi. Ogni volta che si apre un giornale o si guarda un tg c’è sempre un nero che ha combinato qualcosa. O uno scippo, o un omicidio, o una rissa, o uno spaccio di droga. E poi li vedi con i telefonini a lamentarsi che non hanno lavoro, che vogliono il wi-fi, che gli spaghetti sono scotti.. Non gli va mai bene niente!

A Torino qualcuno si è preso la briga di organizzare un torneo tutto per loro, di nome Africa Cup Torino, nel nome dell’integrazione. Pensate un po’: 15 nazionali africane (più l’Italia) composte da giocatori africani residenti in Italia. Quindi si tratta di partite del calibro di Kenya-Burkina Faso, piuttosto che Gambia-Guinea Bissau (da non confondere con le altre Guinee, ovvero la Guinea e la Guinea Equatoriale). Un torneo di persone che chissà come sono arrivate fino a Torino. Di certo non in aereo, e neppure col Flixbus.

Appena li vedi tutti insieme hai paura, perché ti viene in mente l’uomo nero che ti veniva a prendere se ti comportavi male. E ora che ne hai davanti un centinaio, cosa fai? O scappi, o combatti. Devi mantenere alto il tuo orgoglio italiano e difendere la tua patria natìa. Però a loro sembra che non gliene freghi molto di tutto ciò. Sembra che loro stiano tra di loro, a parlare le loro lingue. A volte sembra francese, a volte inglese, altre sembra tutto un “bububu” e non si capisce niente. Però ridono spesso. Urlano. Mettono la loro musica africana. Se provi a parlare con loro in italiano, alcuni lo parlano. Altri fanno fatica e alcuni proprio zero. Ma come si fa a parlare di integrazione se questi stanno sempre tra di loro e non sanno neanche parlare la nostra lingua?

Dicono che abitano nelle comunità, perché la loro vita è diversa dalla nostra. Tanti di loro non hanno un lavoro come i nostri, devono campare con poco. Alcuni sono arrivati in Italia con i barconi che vediamo così spesso in tv. Facile pensare a loro come clandestini e immigrati. Magari non scappano neanche dalla guerra, magari pensano di trovare il paese del bengodi e quindi si buttano a frotte per venire qui.

Si trovano in questo stadio e la partita non la guardano neanche. Preferiscono parlare tra di loro. Ne vedo uno senza un braccio: mi dicono che una mina glielo ha tranciato. Dicono che certe cose in Africa possono succedere. Che noi non abbiamo idea di che cosa succede giù, perché i tg non ne parlano. E che non sappiamo chi sia Thomas Sankara: hanno ragione! Perché dobbiamo sapere chi sia? Cos’avrà mai fatto di importante uno con quel nome?

Diciamo che il calcio è uno sport e come tale deve unire, ma poi è così facile andare ad insultare l’arbitro e i giocatori, invitarli a far male all’avversario. In fondo, dopo una settimana stressante, bisogna sfogarsi un po’ no? Chi meglio di undici giocatori strapagati che devono vincere a tutti i costi, pena il mio sdegno e le mie offese? E poi chi li sente i miei nemici tifosi di squadre rivali?

Loro invece fanno un sacco di rumore tra canti e balli.. Hanno portato dei tamburi, c’è una signora vestita in modo africano che vende un succo di baobab congelato dentro ad un sacchettino. Ci sono due tribune piene di persone che tifano la loro squadra come persone normali. Non si prendono a botte, non lanciano petardi, non si offendono a vicenda. Anzi: a fine partita le squadre si uniscono e ballano insieme. Saranno matti?

Ci sono tanti sorrisi in campo e fuori, tanta gioia di vivere. Mi dicono che è domenica, che quel giorno è dedicato allo svago e al riposo. Mi ricordano che un discorso del genere lo fece Pertini quando l’Italia vinse i mondiali dell’82. Mi dicono che la cosa più importante nella vita è volersi bene, perché la guerra porta la distruzione, mentre l’integrazione porta amore e fratellanza. E in tutta questa orgia di baci e abbracci io mi chiedo: ma cos’è l’integrazione?

Se mettessimo dei muri a salvaguardare i nostri confini, staremmo meglio senza l’uomo nero? Abbiamo già i nostri di delinquenti, no? Il nostro mondo sarebbe più sicuro se a frequentarlo fossero solo italiani purosangue. Ed è a questo punto che mi ricordo di una cosa: mia nonna è venezuelana. Io non sono italiano al 100%. Ed essendo toscano, se a qualcuno venisse in mente di coniare lo slogan “Prima i piemontesi”, allora sarei fregato qui, a Torino. Altro che integrazione…

Noi italiani siamo dappertutto: tra gli antichi romani, invasioni in entrata e in uscita, guerre mondiali e fughe di cervelli, il nostro gene è stato sparso ovunque. Pure in Africa, e qualcuno in Libia si ricorda del nostro passaggio. C’è un po’ di Italia in tutto il mondo, basta guardare i titoli di coda di un film qualsiasi per trovare un nome o un cognome vagamente italiano. Significa che ci siamo integrati con il mondo? O forse che ci siamo presi la briga, e la libertà, di scappare dalla nostra nazione per i più disparati motivi, vivendo di conseguenza una vita meno “italiana”?

Questa Africa Cup Torino, in cui ho visto tanta voglia di stare assieme e addirittura persone che ti prestavano fazzoletti anche se non glieli chiedevi, mi ha fatto capire una cosa che nel 2019 ancora non è scontata: siamo persone. Abbiamo culture e credenze diverse, ma ci possiamo venire incontro, tutti quanti, se solo lo volessimo davvero. Purtroppo però la paura del buio, realtà degradanti, delinquenza e cattiveria rendono questa fantomatica integrazione sempre più difficile. Da che mondo e mondo, la delinquenza nasce prima di tutto dalla mancanza di cultura. Dall’ignoranza, ma anche dalla povertà. E per combattere tutto quanto serve solo una parola: educazione.

Un mondo in cui le persone riescono a volersi bene è un’utopia che tutti sognano e nessuno pratica. D’altro canto, c’è chi le elezioni le vince costruendo muri divisori. Storie come il muro di Berlino forse sono state dimenticate. Forse pensare “Prima la vita” è un compito davvero ingrato. Ma in fondo, per quanta cattiveria ci sia nel mondo, la bontà è ancora nell’aria. Forse è giusto lottare in ciò che è giusto. Forse, un mondo migliore è ancora possibile. Ma non dipende da Salvini, da Barbara D’Urso o dai buonisti moralisti: dipende da noi.

Dario Lombardi

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