Lunetta Savino: “Tempo da perdere non ne abbiamo” [ESCLUSIVA]

Lunetta Savino: “Tempo da perdere non ne abbiamo” [ESCLUSIVA]

Non farmi perdere tempo” è uno spettacolo teatrale, scritto e diretto da Massimo Andrei, che vede Lunetta Savino nei panni della protagonista Tina.

Dopo l’anteprima al Napoli Teatro Festival e la rappresentazione nell’ambito della manifestazione “Torre Turbolo” di Massalubrense (organizzata dall’Associazione L’Arcolaio), Lunetta Savino sarà in scena stasera al Positano Teatro Festival, per poi proseguire con una lunga tournée teatrale che toccherà, tra gli altri, il Teatro Eliseo di Roma (dal 28 novembre all’8 dicembre, qui i dettagli) e il Sannazaro di Napoli (dal 6 marzo 2020, qui tutte le informazioni).

Uno spettacolo commovente, capace di affrontare il dramma con il sorriso, una riflessione sul tempo che passa e la necessità di realizzare i propri sogni in poco tempo, che Lunetta Savino ha presentato con un’intervista ai nostri microfoni.

NON FARMI PERDERE TEMPO: LUNETTA SAVINO NEI PANNI DI TINA

“Non farmi perdere tempo” è uno spettacolo che vede come protagonista una donna “destinata alle lacrime”. Come nasce questo spettacolo con una trama così profonda e toccante? 

Nasce dalla fantasia e dal talento dell’autore, Massimo Andrei, che ha costruito un personaggio perfetto per le mie corde perché è una ragazza che ha 27 anni ma è affetta dalla sindrome dell’invecchiamento precoce, quindi ne dimostra sessanta.

Questa è l’invenzione principale, che permette di parlare del tempo che passa, di una ragazza giovane che ha un tempo limitato di vita, però non interessava la parte realistica della cosa, quanto la possibilità di mettere questo personaggio in un tempo a termine, della sua vita, dei suoi desideri.

La cosa bella è che Tina è una che reagisce a tutto questo con una grande vitalità, una grande capacità, un’ingenuità di fondo. Crede nell’amore, si inventa un innamorato che non si capisce se esista o no, ha una ragazza volontaria che la assiste, una badante ucraina, il medico che la segue, il bambino che abita nel palazzo e rappresenta il suo desiderio di maternità.

Tutti questi personaggi non sono in scena, sono io che li ricreo, perché in realtà lei parla con tutti loro come se ci fossero.

La lingua del testo è agile, poetica, divertente, drammatica, ha tanti risvolti. Inizia quasi come una commedia, si entra un po’ alla volta in profondità, ed è sicuramente una sfida molto impegnativa e forte per me.

Quali sono state le principali fonti di ispirazione per caratterizzare Tina? 

Io ho rivisto, per esempio, “Le Notti di Cabiria” e “La strada” di Federico Fellini, perché il mondo poetico di Tina è molto vicino a quello di questi personaggi.

Soprattutto Cabiria è uno dei personaggi che ho amato di più. Se uno mi chiedesse quale personaggio avrei voluto fare nel cinema, Cabiria è il numero uno perché corrisponde alle mie corde di attrice più profonde, dove c’è lo sberleffo della risata, vicinissimo all’aspetto commovente e drammatico.

Quindi c’è anche il grido di dolore, nel caso di Tina, nel momento in cui si scaglia contro una nipote interessata più alle proprietà che le spettano, ma che non va mai a trovarla, una famiglia ereditata non è così calda e affettuosa come invece lo sono i personaggi intorno a lei.

Penso che molte persone si possano commuovere, identificare, perché ritrovano pezzi della propria vita, perché è vicino alle vite di molti, anche se il personaggio di Tina è un personaggio particolare. È curiosa, buffa, ha un bisogno continuo di sdrammatizzare, ma non si sottrae alla possibilità di togliersi alcune pietre dalle scarpe.

C’è un insegnamento particolare che ha ricevuto da un personaggio come Tina e di cui vuole parlarci? 

La possibilità di affrontare la vita e il tempo con questa forza, questa capacità di non perdere tempo. Come dice il titolo: “non farmi perdere tempo”.

Il tempo è un elemento preziosissimo, con il quale spesso non facciamo i conti fino in fondo. Pensiamo sempre di poterci permettere di prendercela comoda rispetto a tutto, invece quando hai il tempo che incalza forse sei anche costretto a farci i conti rapidamente ed essere più lucido rispetto a quello che vuoi, a quello che desideri, a rapportarti nel modo migliore con gli altri.

La cosa bella è che è un testo che affronta temi importanti e forti, ma lo fa con la leggerezza, la capacità di salire e scendere, affrontare il dramma e alleggerire attraverso la risata, non è da tutti.

Ci vuole l’autore giusto, non avrei accettato una sfida così impegnativa se non fosse stata scritta e diretta così bene.

L’IMPEGNO SUL FRONTE FEMMINISTA

Lei si è sempre interessata ai diritti delle donne, non solo in campo artistico. Come nasce il suo impegno sul fronte femminista e se c’è un momento particolare di questi anni che vuole raccontarci?

È nato nel 2011, quando ci fu la stagione finale di Berlusconi. Nacque perché, a un certo punto, ci guardammo in faccia con alcune, che poi sono quelle che hanno fondato il movimento “Se non ora, quando?”, tra cui anche io, perché non ci si riconosceva in questa rappresentazione che veniva data delle donne.

Una rappresentazione assolutamente non corrispondente alla realtà, di una donna assolutamente dipendente dal desiderio maschile, per cui le strade che venivano presentate erano scorciatoie facili per poter accedere alle stanze dei bottoni, attraverso uno scambio sesso-potere.

Noi abbiamo voluto raccontare un’altra storia, quella che corrispondeva alla maggioranza delle ragazze italiane, che hanno preso e continuano a prendere altre strade, senza però giudicare le altre.

È stata un’epoca che io mi auguro si sia chiusa definitivamente, ma bisogna stare sempre in guardia perché credo siano cambiate molte cose ma il cammino è ancora molto lungo.

Ci vuole una femminilizzazione del mondo completa, totale, un passaggio di testimone non conflittuale, attraverso il riconoscimento del fatto che, dopo millenni di patriarcato, è il momento delle donne, che ci si affidi a loro, al loro talento, alla loro capacità di governare la vita e la morte.

Le donne partoriscono, sono anche quelle che meglio riescono a custodire anche la malattia, la morte, conoscono l’essenza più profonda della vita e della morte. Ce l’hanno nel proprio DNA.

Con questo mondo che rischia di sprofondare, colpisce che sia una ragazzina di sedici anni come Greta prenda la situazione in mano e si faccia portavoce di questo grido e mi auguro che siano voci ascoltate.

LUNETTA SAVINO E IL RUOLO DELLA MADRE

Spesso, sia al teatro sia in TV, si è trovata a vestire i panni della madre. C’è un personaggio al quale si sente particolarmente vicina e perché? 

Io le ho amate tanto, nel bene e nel male, nel senso che non sono mai personaggi totalmente positivi o negativi.

La madre de “Il figlio della Luna” è quella alla quale sono più legata, la storia vera di Lucia Frisone e Fulvio Frisone, fisico nucleare siciliano che nasce tetraplegico e spastico.

Quello è il film a cui probabilmente ho dato di più e che mi ha ridato in cambio moltissimo. Le persone ancora se lo ricordano e mi dicono che forse è il film che li ha emozionati di più.

Ho amato molto anche la madre di “Mine vaganti”, perché è a metà tra la commedia e il dramma.

Felicia Impastato ha una storia diversa, è un altro tipo di siciliana ancora rispetto a quella de “Il figlio della Luna”. Lì c’è una storia conosciuta, una battaglia durata 24 anni per avere giustizia.

Sono donne che ti rimangono, che ti consegnano l’opportunità di affrontare realtà molto forti, storie molto importanti da raccontare.

A Lunetta Savino e Maria Amendola va un sentito ringraziamento.

Intervista a cura di Corrado Parlati

Corrado Parlati

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