Nel mare non esistono taxi: la pratica della testimonianza

Nel mare non esistono taxi: la pratica della testimonianza

Sarebbe necessario che la lettura di questo libro, In mare non esistono taxi, potesse cominciare lasciando andare, almeno per un poco, le barriere concettuali di orientamenti politici e pregiudizi, senza però dimenticarli completamente. Doveroso sarebbe invece tornare a loro, riorganizzarli, smentirli o avvalorarli dopo aver fatto proprie queste pagine.

Quello di Roberto Saviano non è un libro che narra ciò che avviene nel Mediterraneo. Esso lo testimonia. Due azioni, per quanto legate, ben distinte.

Testimoniare significa riuscire a raccontare, fotografare, ritrarre, restituendo al soggetto della propria attenzione un valore aggiunto che lo sottrae al tempo presente.

Nell’opera, parole e fotografie si susseguono, si integrano e sono una prova. Nascono dalla necessità di strappare all’oblio non solo i numeri degli uomini che nel mare muoiono, ma i loro volti e le condizioni dei campi di detenzione, delle traversate e delle sofferenze.

Allo stesso modo in cui ci disponiamo a recepire le informazioni date dai telegiornali, abbiamo il dovere di farlo anche con questa fonte. L’orrore non è affatto inimmaginabile e nemmeno è irrappresentabile. Le fotografie riportate sono una finestra per sapere e, per sapere, immaginare non è solo possibile ma necessario. Quello che noi abbiamo è un compito: leggerle e non solo guardarle, prenderne consapevolezza e assumerle.

Paolo Pellegrin, Lorenzo Meloni e Giulio Piscitelli sono alcuni autori di fotografie inserite nel libro. Sono l’evidenza del fatto che testimoniare non è solo restituire un racconto puntuale dei fatti, bensì incarnare su di sé ciò che si è visto e vissuto, per rendere viva e al servizio, la propria conoscenza. Non solo spargere una notizia ma essere prova credibile di essa.

Testimoniare è un’assunzione di responsabilità. Non una questione di eroismo, piuttosto di coraggio.

Sarebbe utopia credere di cambiare il mondo con un’immagine. È fuori discussione anche pensare che singolarmente esse possano racchiudere il dramma di questa situazione. Eppure esse esistono. Sono possibilità di futura memoria, di attuale ampliamento del nostro sguardo, di collegamento con quanto già in passato è accaduto.

 

Vivere le proprie giornate in condizioni più che dignitose, nelle nostre case, con tutti gli agi possibili, non ci autorizza a voltarci dall’altra parte. Non legittima l’indifferenza. Siamo responsabili più o meno direttamente, e come tali è necessario sentirci, e poi agire.

La questione non diventa tanto nascere nella parte ‘fortunata’ del mare ma nella ‘giusta’ classe sociale. La discriminante di accettazione dell’altro non è tanto la città natale o la cultura, ma il suo reddito, il modo in cui la sua produttività gioverà allo Stato. Perché mai dovremmo accogliere uomini cinesi facoltosi e non tunisini che chiedono rifugio? Perché importiamo dall’Africa materie per un valore superiore ai 7,6 miliardi di euro e non accettiamo che le persone che li producono giungano alle nostre coste?

Non desidero parlare dei benefici economici che i flussi migratori potrebbero portare allo Stato, il libro, rispetto a ciò, è più che esaustivo. Mia preoccupazione è, piuttosto, evidenziare il modo in cui il capitale economico vada ad eliminare il valore di quello umano. Sottolineare il modo in cui questo venga usato per alimentare paure nei riguardi della questione migratoria. Che per l’appunto è una questione, non un problema. Diventa tale quando è strumentalizzata, quando è dipinta come la causa delle problematiche interne di uno Stato. È così che il migrante diventa l’invasore.

 

Tutti questi discorsi partono dal presupposto che chi ascolta e legge non ha memoria.

Per restituire una visione umana del fatto è necessario invece ricordare e decentrare la propria prospettiva.

Si calibra il giudizio sulla propria esperienza personale, si fatica a comprendere che la condizione media di un europeo non è paragonabile a quella di chi nasce in uno qualunque dei Paesi da cui ha origine l’esodo.

Le motivazioni delle partenze europee e africane sono diverse. Noi europei ci spostiamo per ragioni economiche, loro scappano dalla miseria, dal rischio sociale e dalle persecuzioni.

Però le cause sembrano non interessarci.

La questione non è eliminare il proprio punto di vista, la propria determinazione storica e culturale ma, come scritto poco sopra, decentrarlo. È rendersi conto che il modello occidentale è appunto un modello, uno, non il solo. È riconoscere che ciò che è ovvio per me potrebbe non essere tale per l’uomo davanti a me. Per l’altro rispetto a cui il diverso sono io.

 

 

Ben oltre alla politica dei porti chiusi e del ‘’buonismo’’ c’è un luogo, un pensiero un punto comune in cui l’incontro scardina il pregiudizio. In cui l’altro non è un fenomeno da studiare ma uno specchio.

E se già è impegnativo, la mattina, appena svegli, vincere la paura di guardare la nostra immagine riflessa, ed accettarla senza allontanarci con disprezzo, occorre ancor più impegno per osservare da vicino cosa non funziona: l’altro, africano, giapponese, rom o quel che sia, che diventa nemico perché mette in luce problematiche interne che è più comodo non vedere.

La xenofobia è la malattia di gente spaventata, afflitta dal timore di vedersi riflessa nello specchio della cultura altrui.

Afferma in una delle sue ultime conferenze il reporter Ryszard Kapuściński.

Il mondo è da sempre uno spazio multiculturale, ciò che cambia è il fatto che noi oggi lo sappiamo e sperimentiamo su noi stessi la vicinanza delle altre popolazioni. In questo senso è necessario ridefinire e consolidare il senso di identità e, aggiungerei, enza dover necessariamente depredare e schiacciare quelle altrui. È sostanziale conoscere da dove si arriva per costruire una strada e capire senza timore dove si vuole, e dove è possibile andare in un’ottica di rispetto della diversità altrui.

Alla luce di questo la testimonianza diventa mezzo per riconoscersi e la conoscenza rappresenta lo strumento per aprire una possibilità di dialogo e, in questo, scoprire un fondo comune che ci vuole esseri umani, indipendentemente dalla cultura, provenienza e situazione economica.
Questa consapevolezza non porterà in alcun modo un cambiamento nei confronti di ciò che è stato. Avrà invece, se consolidata e ampliata nel tempo, risonanza nel futuro, nella possibilità di una maggiore unione sociale.

La verità istantanea è un sasso in bocca che ti appaga, che ti sazia. La verità nel tempo è ricerca.

Sono da poco tornata da una settimana di volontariato a Scampia e tutto questo brilla limpido in me. La foto di questa bambina è stata scattata lì e mentre il pensiero scivola tra questi volti e il libro di Saviano non riesco a tacere ciò che per me hanno rappresentato.

 

Un pomeriggio, mentre giocavo con alcuni piccoli al campo rom di Giugliano c’è stato un momento, un preciso momento, in cui una di loro è arrivata correndo vicino a me, mi ha abbracciata e mi ha guardata negli occhi senza dire una parola. Non cercherò di restituire per iscritto la potenza con cui quell’incontro ha risuonato in me. Ciò che mi importa, e che tesse un legame insolubile con la testimonianza di Saviano è il fondo comune che quel giorno ha unito me e il mio altro. È l’aver sperimentato che questo denominatore comune esiste, che un sistema di comunicazione che non è quello verbale non solo è possibile ma è condiviso. La bambina davanti a me chiedeva una voce che chiamasse il suo nome, di essere considerata, di poter ricevere e dare amore.

A mio avviso, davanti a questo, cade qualsiasi tipo di retorica. Crolla ogni forma di propaganda o bella parola che possa dipingere, nel male e nel bene, il povero, l’immigrato, l’ultimo. È una verità che nasce dall’incontro, che si costruisce nel rapporto.

Riusciremo a trovare ciò che parla alla nostra capacità di provare meraviglia e ammirazione, al senso del mistero che circonda la nostra vita, al nostro senso della pietà, del bello e del dolore, alla segreta comunione con il mondo intero, e, infine, alla sottile ma insopprimibile certezza della solidarietà che unisce la solitudine di infiniti cuori umani, all’identità di sogni, gioie, dolori, aspirazioni, illusioni, speranze e paure che lega l’uomo all’uomo e accomuna l’intera umanità: i morti ai vivi e i vivi agli ancora non nati?

Sara Rainoldi

Sara Rainoldi

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