Gli anni “acidi” e sperimentali di David Bowie

Gli anni “acidi” e sperimentali di David Bowie

Passeggiare nella zona di Camden Town è sempre affascinante, ammesso che sia possibile farsi largo tra la calca dei turisti. Osservate il ponte, prendete Camden Lock, poi svoltate subito a sinistra su Middle Yard. Qui troverete il Dingwalls, locale sede di concerti e cabaret. Dove lavorava Gilles Peterson, dj radiofonico ed animatore. Verso la fine degli anni ’80 si diffusero nuove sonorità elettroniche, che Gilles e qualche altro collega iniziarono a mixare con jazz, funk e soul, dando vita (magari inconsapevolmente) ad un vero e proprio genere musicale. I dj non suonano, ma quella volta ci andarono molto, molto vicino: “Finora avete ballato acid-house? E adesso ascoltate acid jazz!”. Furono le parole che una sera Gilles rivolse alle centinaia di presenti al Dingwalls. Suoni elettrici, una spruzzata di sax, un ritmo funk, l’intensità del soul: i club underground degli anni post-new wave avevano trovato la loro colonna sonora.

E poi c’era un signore che di professione faceva l’avanguardista. Uno che di lì a poco sarebbe entrato nella Rock’n’Roll Hall of Fame, che aveva venduto milioni di dischi, e che aveva appena chiuso un decennio di canzoni commercialmente fortunate ma non sempre all’altezza dei lavori precedenti. I “mostri sacri” restano spesso confinati nel proprio Olimpo, a torto o a ragione, e nel peggiore dei casi finiscono per diventare la cover-band di sé stessi. Scelte legittime ma opinabili: quel signore di nome David Bowie ne fece un’altra. Prese al volo quel fenomeno nascente, lo rielaborò a modo suo, aggiungendoci il suo rock scarno e visionario con una buona dose di psichedelia, e mandò il banco per aria. Quello che avrebbe fatto il big beat di Prodigy, Chemical Brothers o Fatboy Slim, lui l’aveva già fatto con Black Tie White Noise del 1993.

Probabilmente fu il panorama di Central Park di cui godeva dal nono piano dell’Essex House, sua residenza newyorchese dal 1990, ad ispirarlo. Ma il Duca Bianco avrebbe da qui iniziato un percorso sperimentale, incarnando i panni del suo ennesimo personaggio. Questa volta senza make-up o effetti di luce. Dopo Black Tie sarebbe arrivato The Buddha of Suburbia (colonna sonora dell’omonima mini serie televisiva) con le sue atmosfere ambient, e poi il sottovalutato Outside, realizzato con Brian Eno. Un concept album, il cui asse portante è una sorta di omicidio artistico rituale, che riflette le paure e i presagi del nuovo millennio incombente.

Infine, il disco che tutto comprende: Earthling, 1997. Qui Bowie spinge al massimo le sperimentazioni, approda a jungle e drum’n’bass, ma non se ne fa travolgere. La critica non lo ha applaudito, il pubblico lo ha acclamato. Non solo quello dei concerti, anche chi frequentava le discoteche ed i club. A differenza della new wave anni ’80, questa volta è lui che mantiene il comando delle operazioni: qualche fan nostalgico ha intravisto tra i solchi del disco i primi lavori degli anni ’70, qualcun altro ha rivisto Ziggy nei panni del piccolo alieno di Little Wonder. Potrebbe essere vero: Ziggy era un supereroe, e i supereroi non muoiono mai.

Gennaro Acunzo

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