I Fiordalisi – Intervista a Maddalena Lotter

I Fiordalisi – Intervista a Maddalena Lotter

Torna lo spazio dedicato a “Le interviste” de I Fiordalisi, che oggi accolgono la voce e la poesia di Maddalena Lotter.

Cara Maddalena, prima di raccontarci qualcosa della tua raccolta, Verticale (la Gialla –Pordenonelegge-Lieto Colle 2015), vorrei che ci accompagnassi nel viaggio umano e/o professionale che ti ha portato a varcare le porte della Poesia.
Quanto c’è di Maddalena-persona e quanto di Maddalena-poeta in quello che scrivi?

Cara Alessandra, innanzitutto grazie per aver letto Verticale e per aver voluto fare questa chiacchierata con me. Questa Maddalena-poeta, come tu la chiami, è la mia voce. E’ la postura, il modo che ho di guardare ciò che mi accade intorno. Non è poi importante che le esperienze di cui scrivo le abbia vissute personalmente, e non è neanche detto che abbiano a che fare con un ‘fatto’; a volte esse avvengono tutte dentro, cioè in realtà non avvengono. Le sento. O me le invento. L’importante è che siano utili a esprimere ciò che mi sembra interessante comunicare: un’intuizione, un presentimento. Senza dubbio, però, Maddalena-poeta è dentro la Maddalena persona. Prova ne sia che quasi sempre, dopo due o tre ore in società, Maddalena preferirebbe salutare tutti e ritirarsi nelle sue stanze.

Che rapporto c’è tra musica e poesia nella tua vita, e come si comportano queste due arti durante le fasi del tuo processo creativo antecedente alla scrittura dei versi?

Mi è difficile rispondere a questa domanda offrendo un quadro definitivo di questo rapporto. Posso dire che la frequentazione di linguaggio musicale e scrittura ha sicuramente dato origine a un intreccio, nella mia vita, estremamente profondo e articolato, destinato a durare nel tempo e a rinnovarsi quotidianamente. Se questo intreccio abbia prodotto degli esiti nei miei testi, a livello ritmico, suppongo, non sta a me dirlo. Una cosa è certa: fino ad oggi non ho ancora mai scritto di musica, in poesia. Spero però di aver scritto ogni cosa che ho scritto con musica. Cosa significa scrivere con musica? Provo a spiegare. Forse significa che, nella stesura e poi nella lettura di un testo, ogni parola attrae la successiva ed è al contempo attratta dalla precedente. In questo caso il testo viene avvertito come necessario. Al contrario, quando in una poesia le parole ‘non si chiamano’, qualcosa s’inceppa e il testo rivela ai suoi lettori di essere il risultato di una costruzione.

La prima sezione di Verticale, intitolata “Da dove veniamo”, si apre con una citazione di Umberto Fiori, poeta che amo e ammiro profondamente; dal momento che le parole con cui introdurre le proprie poesie non sono mai casuali ma c’è sempre una motivazione dietro, qual è la tua nell’aver scelto proprio questi versi e questo autore?

Quei tre versi di Fiori (che chiudono la sua bellissima poesia intitolata Fondali) sembravano aiutarmi a condensare il cammino che traccio nel libro: Verticale è la storia di un io fra tanti che viene spinto da un vento (il tempo?) al largo della vita. È portato così, in mezzo a tutti, ma in
solitudine, ad attraversare le sue età; eppure, più va verso il largo, più si scopre attratto, “incantato” dal fondo di quel mare in cui è immerso. Sul fondale, ci suggerisce Fiori, c’è non una luce, ma la luce: la conoscenza?

 

 

Verticale (Pordenonelegge-Lieto Colle 2015)

 

Leggendo le poesie di questa tua opera è come se si venisse trascinati da un progressivo entrare dentro le cose e se stessi e, allo stesso tempo, come se qualcosa di esterno ci penetrasse di colpo, simile a una pugnalata inaspettata: dai primi componimenti, in cui sembra quasi che tu ceda la parola a un narratore esterno a cui è affidato il compito di descrivere le circostanze, si passa man mano a quelli dove l’io si denuda e svela la sua intimità più sofferta e tormentata; una verticalità, insomma, che dal titolo prende forma nella costruzione della tua raccolta e nel suo contenuto. Vuoi parlarci di questo essere, così prepotentemente, “verticale”?

Come mi è già capitato di dire in questi anni, intendo la verticalità come un duplice movimento: verticale è il moto del radicamento, della postura di chi sta a terra nel qui-e-ora, è una verifica della realtà, ed è al contempo una tensione verso l’alto, verso l’immateriale che c’è in ogni vita, verso tutto ciò che della vita insomma non sappiamo, e che però proprio per questo suo mistero alimenta la scrittura. Verticale è il movimento che ci cala in noi stessi ed è allo stesso tempo quel movimento verso l’alto che destituisce il nostro soggetto verso un panorama più vasto. Ci sono dunque queste due direzioni, e saperle abitare significa essere verticali, padroni della situazione visibile e ospiti attenti di quella non visibile.

Il non detto di Verticale è uno dei suoi maggiori punti di forza: la sospensione tra quello che potrebbe accadere ma resta celato tra un verso e l’altro, e ciò che invece trova spazio concreto nei versi lascia il lettore in continua tensione, come una corda in attesa perenna di essere fatta vibrare. Ci dici qualcosa a riguardo, magari partendo da questa poesia in cui, a mio avviso, emerge chiaramente la necessità di un vuoto a partire dal quale la forma (e la parola) possono prendere piede?

Come sei magra, dicono, un fuscello,
ma mangi? Fosse questo, rispondo
il nutrimento: la bistecca al sangue
e gli integratori di vitamine,
materia a tenerci in piedi di giorno
per fare le azioni, gli affari,
occupare un corpo finché si muore.
Non ho appetito grazie
spero un giorno di somigliare all’aria,
allo spazio tra due cose o a un’idea che nasce.

Noi percepiamo materia allo stato solido, liquido o aeriforme: mi sono sempre sentita attratta dal destino di quest’ultimo, perché trovo che nella levità, nell’evaporazione ci sia qualcosa di magico. In quest’aria, nello spazio invisibile fra le cose e fra le persone, abita il non-detto. Cos’è il non-detto? Ciò che non deve essere detto affinché un fatto si manifesti in tutta la sua potenza. Il non detto è l’anima di tutte le esperienze e dei sentimenti che viviamo, perché, come tu hai detto bene, il non-detto è un vuoto che crea tensione, tensione verso un fatto. Il non-detto è il punto più profondo di ogni evento ed è lì che si radica l’odio, è lì che si nutre l’amore. Prendiamo la tipica forma di non-detto, che tutti conosciamo, prendiamo cioè le persone mentre parlano: parlare con qualcuno significa conversare, ma non significa dire, e infatti, se ci facciamo caso, il più delle volte le persone che parlano restano intorno all’argomento senza esporsi veramente, senza dire. Le conversazioni sono dei grandi contenitori di non-detto. Ancor più se a parlare sono dei parenti! Per esempio, io sono molto affascinata dai non-detti delle famiglie (degli altri!): spesso è da quelli che nasce in un artista la necessità di raccontare, è da quelli che nascono le storie in cui finalmente si dice.

Il senso-lotta del tempo e degli anni che passano, di cui si prende coscienza nello sguardo su di sé ma anche e soprattutto in quello sugli altri, è uno dei temi che attraversano Verticale, come ad esempio in questa poesia della raccolta:

Mie amate mattine
quando tutto vuole esistere!
La domenica a teatro a godere della bellezza
con il vento fra le orecchie,
il passo snello, sicuro, Venezia
mon amour. Sto in un film. A pranzo in due
un’insalata di cozze e il bianco fresco
che va giù da solo. Il mondo scivola,
un gabbiano sull’argine divora le carcasse.
Quanto tempo mi rimane?
Ma non è neanche questa la domanda,
ho nostalgia.

Quanto pesa il non-ritorno, l’inesorabilità del fluire del tempo?

Il tempo è ospite d’onore in questa mia raccolta d’esordio. I testi di Verticale si dividono in tre sezioni: “Da dove veniamo”, “Chi”, “Verso dove” (seguendo il titolo di quel bellissimo quadro di Gauguin), tre sezioni che tracciano tre età della vita: infanzia, giovinezza, età adulta/vecchiaia, anche se questa divisione è, ovviamente, una nostra invenzione, o meglio, è una nostra percezione. Abbiamo la percezione del passato e del futuro come se fossero due dimensioni distinte lungo un percorso lineare (“quanto tempo mi rimane?”). In realtà, per fortuna, pare che la faccenda sia molto più complessa e avvincente.

L’ho letta e l’ho sentita mia, anche se non lo è. Parlo di questa poesia, per me la più Verticale di tutte. Ce ne parli?

Non avevo una casa a vent’anni,
il mio corpo era la casa.
Era sempre primavera, ma già
vedevo, che sarò anch’io
legno di quercia un giorno
e non faranno più il nido
i ghiri nel mio petto cavo,
nessuno riposerà nella mia notte
e starò nuda e disadorna
con le foglie a terra. Sarà allora
che mi metterai nello stanzino
con gli stivali di una volta, perché
l’amore non basta, dicevi, ma io
a vent’anni non ho che me da darti.

Intorno ai vent’anni non possediamo niente di nostro, se non il nostro corpo che si spera essere in salute. Quel corpo è allora la nostra ‘prima casa’ e lo sarà sempre. La poesia parla di un innamoramento fra un io molto giovane, che ha ‘solo’ se stesso da offrire all’altro (come se questo fosse poco!). Però il “Tu”, l’“Altro” della poesia, – un “io” più adulto, forse – arriva puntualmente a ricordare che la nostra presenza, in questa società, non è mai sufficiente perché si possa parlare di felicità; persino in amore, anche se ci siamo noi che ci diamo all’altro, spesso manca comunque qualcosa, c’è una qualche urgenza (avere una casa, un lavoro stabile) che si spalanca oltre il nostro sentimento. Se non si presta attenzione e non ci si prende cura dell’amore, in alcune relazioni il sentimento diventa quasi una faccenda secondaria e quindi “non basta”, come invece bastava negli amori totali e purissimi dell’adolescenza. E’ una poesia triste, ma voleva anche essere un monito. Questa società ci porta a concepire la giovinezza come il momento migliore della vita (e ormai perduto) per amarsi: il corpo è in fiore, la mente sogna, è libera da preoccupazioni. L’invecchiamento – del corpo, della persona – viene visto come un punto di arrivo in solitudine e tutto sommato dimenticabile. E non è vero che è così.

Scegli tu, adesso, una poesia dalla raccolta che, secondo te, la rappresenta a pieno e descrivicela, con quella consapevolezza e intenzione che solo l’autore può vantare di avere.

Scelgo questa. Mi pare che ben rappresenti il percorso di Verticale, di un io che dalle porte dell’infanzia si immerge nella vita (la pineta), con desiderio e paura. La perlustrazione della pineta si può però anche intendere diversamente; potrebbe essere anche un viaggio dentro se stessi, nei lunghi cunicoli dell’inconscio(i mostri del verso 8), e infatti l’Io ci va da solo, abbandonando la compagnia degli altri rappresentata nella prima parte del testo. E poi la pineta è anche se stessa, cioè proprio una pineta di pini marittimi. Direi che questa pineta può essere un po’ qualsiasi cosa.

Pineta
Al mare si andava per stare insieme.
La casa di frasche era solo per loro
come l’ingresso al mare incandescente,
la delicatezza del vento e del vento
le risonanze interne.
Uno dei più piccoli chiese di andare
a perlustrare la pineta
ma gli dissero di certi mostri
e lui innamorato della paura
non inseguiva che quelli.

Oltre alla poesia, quali sono gli altri grandi amori di Maddalena?
Ravel. Il sashimi. Le città sull’acqua.

Ti chiedo di salutarci con una frase, tua o di altri, che equivale alla tua firma: parole, insomma, che potrebbero leggersi Maddalena Lotter.

“Quando non sai cosa dire, è meglio che non dici nulla.” (Tamburino in ‘Bambi’, di Walt Disney)

 

Maddalena Lotter è nata nel 1990 a Venezia. Il suo primo libro di poesie si intitola Verticale (Lietocolle&pordenonelegge, 2015, collana gialla); suoi testi sono apparsi anche in antologie cartacee (Ladolfi, 2015; Osservatorio fotografico, 2016; Lietocolle, 2018) e in diversi blog letterari, in Italia e all’estero. Ha recentemente pubblicato una nuova silloge di testi, dal titolo ‘Questioni naturali’, nel Quattordicesimo Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2019), a cura di Franco Buffoni, con prefazione di Gian Mario Villalta. Insieme ai poeti Sebastiano Gatto e Giovanni Turra, è curatrice della collana di poesia A27, di Amos Edizioni.

 

Alessandra Corbetta
(guarda anche l’uscita precedente)

 

Alessandra Corbetta

Alessandra Corbetta è nata a Erba il 4 dicembre 1988. È dottore di ricerca in Sociologia della Comunicazione e dei Media e, in Social Media Communication, ha conseguito anche un master; è stata responsabile web e Social Media Director de La Casa della Poesia di Como, per la quale ha creato anche il sito www.lacasadellapoesiadicomo.com e con la quale ha collaborato come Content Writer e nell’organizzazione di reading ed eventi poetici, tra cui il Festival Europa in Versi. Ha scritto per la rivista culturale Alfabeta2. Per Flower-ed ha pubblicato la monografia poetica “L’amore non ha via” e per Silele Edizioni il romanzo “Oltre Enrico (Cronistoria di un Amore sul finale)”. Scrive di poesia e cultura per il blog Tanti Pensieri e di New Media e società per il giornale online Gli Stati Generali e per il Progressoline. Per il blog Menti Sommerse dirige la rubrica poetica “I Fiordalisi”. Ha vinto e ricevuto segnalazioni di merito a diversi concorsi poetici, tra cui il premio della critica a “Ossi di seppia”. Per Lieto Colle è uscita nel 2017 la raccolta di poesie “Essere gli altri”.Tutta la sua attività scientifica e poetica è disponibile sul sito web http://www.alessandracorbetta.net

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