Da quando esistono le banche, esistono le rapine in banca, e da quando esistono le rapine in banca esistono le storie sulle rapine in banca. Decine, centinaia, migliaia di racconti, romanzi, film, personaggi iconici, ladri da strapazzo, bande di ladri da strapazzo, poliziotti da strapazzo, eccetera eccetera.

Il genere in questione è quello degli “Heist movies” (letteralmente film sul “colpo”, inteso come rapina). Gli esempi più validi vanno dai “nostri” Soliti Ignoti, passando per le svariate saghe sui miti dell’illegalità tipo Jesse James o Bonnie e Clyde, per poi finire a titoli recenti come la saga degli Ocean’s 11-12-13, American Hustle, o Inside Man. Su quest’ultimo titolo ci torniamo tra qualche riga.

La differenza sostanziale tra un normale heist movie e un gran bel heist movie sta fondamentalmente nell’incipit che si dà alla storia, e a come questo viene sviluppato attraverso trame più o meno ordite che conducono solitamente a un colpo di scena finale che, se fatto bene, ti lascia stupito di come tu non sia riuscito a pensare a quella determinata possibilità su tutte quelle messe a disposizione dalla storia. Vedi alla voce Keyser Soze per capire di cosa stiamo parlando. Va da sé che se si vuole raccontare la storia di una rapina in banca, questa debba poggiarsi su un incipit solido, magari interamente originale o al massimo una rivisitazione aggiornata di spunti passati.

Ed ecco che riciccia Inside Man, film del 2006 diretto da Spike Lee, che narra di una rapina in banca organizzata dal ladro Clive Owen e di come il commissario Denzel Washington non riesca a venire a capo di estenuanti trattative per il rilascio delle decine di ostaggi chiusi dentro. Senza fare troppi spoiler, la trama più o meno è questa: i ladri entrano in banca travestiti da normali pulizieri, e una volta preso il controllo dell’edificio dopo le classiche mitragliate in aria, obbligano tutti gli ostaggi e gli impiegati a vestirsi come loro, con tanto di divise su misura e maschere, in modo da non rendere più distinguibili i ladri dagli ostaggi. Nel frattempo, Clive Owen e un paio di scagnozzi si mettono a fare i muratori per costruirsi la via di fuga picconando qua e là (non posso essere più specifico di così se non avete ancora visto il film). Fuori dalla banca c’è uno stuolo di agenti che aspetta gli ordini da Denzel Washington, commissario dal passato torbido e dalla personalità tendenzialmente fragile, che vuole risolvere il caso anche per una questione di riscatto personale.

Vi ricorda qualcosa?

A parte Dalì, finora siamo al limite del plagio, se non fosse per l’incipit. La differenza sta nel fatto che il Professore e la sua banda puntano alla Zecca di Stato, mentre Owen e soci si fissano con dei diamanti nazisti dal valore inestimabile. Entrambi però sono molto sicuri di ciò che fanno, lo sanno fare, sono menti brillanti al servizio del crimine, entrambi con scopi “nobili”, che li rendono dei disonesti simpatici, che hanno a cuore il popolo.

La demagogia scorre possente in La Casa di Carta, sin dalla prima puntata. Sin da subito passa il messaggio che se rubi allo Stato fai bene perché lo Stato ruba a te. Un po’ come dire che se la linea dell’orizzonte è dritta, allora la Terra è piatta. Lapalissiano quanto superficiale. Nonostante tutto, però, l’incipit regge perché c’è quel carattere di originalià a cui si accennava qualche paragrafo più su.

Poi però accade qualcosa. Dopo un pilota tutto sommato ben fatto, e che faceva ben sperare nonostante andasse comunque guardato tappandosi almeno una narice, ecco che riaffiora pian piano il DNA dell’audiovisivo spagnolo. Quello che ricordiamo per le telenovelas esportate nel mondo, per quelle storie d’amore melense e scontate che se inserite male, sviliscono anche la trama più avvincente. Non è che se al posto di Pedro e Carmencita ci metti Tokyo e Rio, le cose cambiano così tanto.

Ed ecco che, ad esempio, il super mega piano del Professore se ne va a meretrici perché a Tokyo piacciono i toyboy, e nessuno si ricordava che quelle cose che i poliziotti hanno attaccate alle cinture sono pistole da utilizzare anche nel caso in cui una ragazza si metta a fare Rambo in piazza.

Da lì in poi la rapina diventa quasi un sottofondo che sprofonda sempre di più negli abissi. La Zecca di Stato diventa una location come tante in cui ambientare storie viste, riviste, e ancora più riviste. C’è quello che si innamora, c’è il doppiogiochista, c’è quello che vuole fare “a modo suo” e (guarda caso) finisce male, c’è il professore bipolare che fa lo splendido con la poliziotta, ci sono i padri e i figli con i segreti, la ragazza con i segreti, i segreti con i segreti, e tutta un’altra sfilza di personaggi da prima pagina del manuale di sceneggiatura. Figurine senza spessore che si muovono qua e là prendendo decisioni che appaiono quantomeno improbabili vista la loro natura da ladri impeccabili dal profilo tanto sicuro da essere stati selezionati ed educati con così tanta cura dal Prof, che forse ne capisce meno di quanto sembri. Ognuno di loro passa infatti dall’essere un’infallibile scommessa a dimostrasi un fascio di emozioni ingestibili per una situazione che richiederebbe sangue glaciale più che freddo.

E quindi ci si ritrova a guardare una rapina basata su principi populisti d’altri tempi, una storia infarcita di flashback, dialoghi da Un posto al Sole, frasi a effetto che potrebbe scrivere un 40enne qualsiasi su Facebook con tanto di caffettino glitterato sullo sfondo, personaggi che non noterebbe nessuno se non fosse per i loro eccessivi impulsi, o che hanno un background ingiustificatamente difficile e profondo.

E poi c’è il pezzo di Bella Ciao… La sublimazione del trash.

E tutto ci riporta a Inside Man, e a come quel film debba essere preso come riferimento di genere. L’attenzione al personaggio deve restare entro i limiti delle sue azioni. Il protagonista di un Heist Movie è appunto il colpo, la rapina. Tutto il resto è un contorno. Può senza dubbio essere piacevole, divertente, articolato (vedi la già citata saga Ocean’s), ma non deve superare certi confini.

C’è chi paragona il Professore a Walter White, ma forse nemmeno un veneto bestemmierebbe mai in questo modo.

La Casa di Carta può indubbiamente essere considerata una sorta di esperimento di genere. Anche perché una serie è diversa da un film, quindi è ovvio che lo sviluppo debba in qualche modo articolarsi maggiormente. Purtroppo però, la cosa viene gestita in modo antico, non in linea con un genere che appassiona per altri motivi. Per questo non si dovrebbe cadere nell’errore di valutare il prodotto per quello che non è, e rientrare dai facili ed eccessivi entusiasmi che forse non gli si addicono. Chiaramente il marketing di Netflix se ne frega e non gli pare vero che questa sia diventata la serie non anglofona più vista nel mondo da quando esiste la piattaforma. Ma non è tutto oro quello che luccica.

In sostanza, se volete vedere storie d’amore difficili, tradimenti, intrighi e sotterfugi, baci rubati, passione e buonismo, allora La Casa di Carta fa decisamente per voi, senza alcuna offesa o pregiudizio sottinteso. Se invece volete vedere una serie su una rapina, lasciarvi travolgere dai colpi di scena o divertirvi a immaginarvi entrare di soppiatto in un caveau russo e rubare diamanti da milioni di dollari, evitatevi queste tre stagioni e passate oltre.