I Fiordalisi – Inondazioni

I Fiordalisi – Inondazioni

Una massa d’acqua esonda e ricopre una superficie ben definita e subaerea, allagandola: questa è un’inondazione.

Dello sconvolgimento, del repentino cambio da una fattualità a un’altra, tipici di questo fenomeno, le Inondazioni di Valeria Cagnazzo (Capire Edizioni 2019) si fanno portavoce, inserendosi in uno spazio che avrebbe potuto non esistere e destinato comunque a esserci solo per un tempo limitato; in tale scenario, non può sussistere pacatezza o timore nel dire, e infatti il versificare di Cagnazzo, finemente non strutturato e pregno di significanza, è travolgente e non lascia scampo, né nella forma più compiuta e sintetica, né in quella che si allarga, che travalica i margini, senza per questo divenire mai vera e propria prosa. La peculiarità di Inondazioni, coincidente con la bravura di Cagnazzo, sta nell’inserimento dell’io poetico all’interno di una geografia storica e logistica che si espande a macchia d’olio, che tutto avvolge con succinta carnalità, tratto distintivo dell’autrice, capace di investire ogni cosa di odori forti, colori, cibi, amori e morti appartenenti a un Sud che si fa mondo. Tutto volge allo straripamento, a un esistere non circoscrivibile in un punto, né indicabile in un tempo esatto: è un continuo muoversi tra coordinate spaziali e attimi velocissimi, inafferrabili, un fluttuare senza sagoma di confine all’orizzonte.

Cosa può restare? Cosa, alla fine, resta? Sembra questo l’interrogativo pulsante che anima Cagnazzo e la sua raccolta di esordio; una questione eternamente aperta e perennemente riproponibile ma che in Inondazioni, tra persone e personaggi, luoghi lontani e prossimità irrisolvibili sembra avere la forma di madre, il suo bacio senza pegno, il suo profumo di fiore.

 

Inondazioni (Capire Edizioni 2019)

 

Fame

Io vengo dal sud e amare lì è uno stare all’erta.
Mi ha educata mia madre, rintocco eterno di
“Hai mangiato?”, domanda fatta donna e culla.
Ci salviamo dalla miseria in questa lingua, è proteggersi
dal lutto che sudano le statue e imbavaglia le finestre,
l’amore, per noi; spazziamo via con alfabeto di cibo
l’olezzo onnipresente della morte accovacciata
fin dentro ai vermi d’oro nelle nostre dispense.

La vigilanza, prima dell’affetto, amare per noi
è che l’altro non conosca fame. Colmiamo
il suo stomaco vuoto, nel ventre vuoto universale
che ci hanno insegnato essere il mondo, a forza
di premure, ansie immotivate, dolore preventivo
a scongiurare il suo – che tu non abbia mai fame.

Quando è sazio, l’amore può essere altro
che mancanza, che bisogno, che fame,
altro che amore – e siamo paghi della nostra vita
che anche oggi riempie uno stomaco, quello
tra tutti più amato, soltanto con una domanda.

È pane macerato a saliva che ci passiamo
di becco in becco, sopravvivenza spicciola, collettiva
resistenza di corvi abbandonati a lungo
in mezzo ai campi, sopra al filo della paura,
pallina bianca impastata di salvezza: hai mangiato?

Non muore, chi ha mangiato, non gli drena le energie
la terra. E se la risposta fosse no, oh amore mio, oh Dio,
onnipresente anche tu perché attaccato al seno della morte,
fammi pianta, fammi grano, e se di questo corpo
non puoi, sia io foglia di menta per rianimargli
le forze, succo di arancia per bagnargli le labbra –
sarà almeno il mio amore lo zucchero nella tua acqua.

 

Rondini

Certo, troveremo una casa dopo il porto
di Sirte e il suo cielo gracidante di grosse stelle
e punti amari che inchiodano le vele ai quattro
angoli di osservazione – la polare è una, sempre
vi si volge la curva del gobbo tra noi
che guarda ancora indietro dove ha perso
le scarpe. Troveremo una casa e infissi nuovi
e una televisione che sarà sempre accesa
su documentari da posti senza mare senza fiumi
senza onde o profili minimamente increspati,
nessuna trasparenza o specchi o alghe né
mucillagini e fondali non esplorabili: tutto
tenderà il petto all’Alto, sopra i nostri schermi,
le montagne bucheranno le cartoline ai muri
col loro azzurro duro e certo. Così sarà
la nostra preghiera, il nostro parlare, il
toccarci nei letti. Non come ieri che col bastone
e il coltellino cercavamo nel ventre della rana
l’acqua, e per godere, e intorno era un deserto
senza ombre, ci camminavamo incerti come
su una salma di madre. Arriveremo, ascolta,
a una grande finestra azzurra, e i bambini
andranno spesso alla finestra, a inventare
un nome alle rondini sui fili della corrente
e del telefono: saranno ogni anno gli stessi.
Crederanno nel ritorno. Così Felipe, Beniamino
non saranno mai morti abbastanza
per questo faro abbagliato di calce che si aggiunge
ai gabbiani. Tra gli occhi spenti del dentice
affacciato tra le dita del corallo col nome latino
e i grovigli di sonno e calamari che dall’altra parte
fanno le reti, la tua vita è compresa qui,
e se morte più morte è il singhiozzo del vento
tu sei quel salto, la distanza. Veniva marzo
ed ero sempre: “Mamma, è tornato Mariolino”.

Fiori

Piccolo alfabeto di fiori, dormo
al tuo fianco. Eri tu che mi nutrivi piano
dalle vie costellate di latte, dalla tua lingua
battevano parole e io da quelle
aderivo allo spazio. Sempre celeste,
sempre viva, ogni cosa cospirava in me
la tua venuta. Era la tua voce allora
che annodava i miei capelli, e nessuno
conosceva il tuo nome, la tua presenza
color di grano. Nuda, agnella che la madre
ha appena espulsa, sono tutta una celebrazione
di minutissime speranze sommesse e fiorite:
puoi udirle cantare dal mio corpo, nel silenzio sentirai
suono lieve di germogli. Dove hai nascosto,
nel pensiero mi chiedi, la battaglia del giorno,
sbadiglio di narcisi e furia di colombe?
La trattengo qui, sotto alle palpebre.
Nessuno censiva i popoli nelle mie palpebre.
Eri tu che preparavi ai sogni loro la meta
modellandola al periodo dell’addome
che oscilla nel sonno. La notte nella notte
riposa. Ignara del lavorio orchestrato in noi,
abbandonata con incuria di medusa spensierata,
inutile come l’alga o il pettine spezzato,
esisto. Il tuo respiro mi incolla al mondo.

 

Valeria Cagnazzo (Galatina 1993). Dopo la maturità classica, si trasferisce a Bologna, dove si laurea in Medicina e Chirurgia. Viaggia in Palestina, della quale scrive anche per agenzie online, e come medico in Grecia, Libano, Etiopia. Nel 2018 vince per la sezione Inediti i premi di poesia Elena Violani Landi dell’Università di Bologna e Le Stanze del Tempo della Fondazione Claudi. Collabora con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna. Sue poesie compaiono sulla rivista “Poesia” Crocetti Editore e online su Poesia Ultracontemporanea, Critica Impura, Laboratori Poesia, Inverso Giornale di poesia. “Inondazioni” (Capire Edizioni, giugno 2019) è la sua prima silloge poetica.

 

Alessandra Corbetta
(guarda anche l’uscita precedente)

Alessandra Corbetta

Alessandra Corbetta è nata a Erba il 4 dicembre 1988. È dottore di ricerca in Sociologia della Comunicazione e dei Media e, in Social Media Communication, ha conseguito anche un master; è stata responsabile web e Social Media Director de La Casa della Poesia di Como, per la quale ha creato anche il sito www.lacasadellapoesiadicomo.com e con la quale ha collaborato come Content Writer e nell’organizzazione di reading ed eventi poetici, tra cui il Festival Europa in Versi. Ha scritto per la rivista culturale Alfabeta2. Per Flower-ed ha pubblicato la monografia poetica “L’amore non ha via” e per Silele Edizioni il romanzo “Oltre Enrico (Cronistoria di un Amore sul finale)”. Scrive di poesia e cultura per il blog Tanti Pensieri e di New Media e società per il giornale online Gli Stati Generali e per il Progressoline. Per il blog Menti Sommerse dirige la rubrica poetica “I Fiordalisi”. Ha vinto e ricevuto segnalazioni di merito a diversi concorsi poetici, tra cui il premio della critica a “Ossi di seppia”. Per Lieto Colle è uscita nel 2017 la raccolta di poesie “Essere gli altri”.Tutta la sua attività scientifica e poetica è disponibile sul sito web http://www.alessandracorbetta.net

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