La forma dello scrittore: arrivederci Andrea Camilleri

La forma dello scrittore: arrivederci Andrea Camilleri

Cos’è la morte di fronte a 93 anni di vita vissuta appieno e più di 60 anni di carriera brillante? Cosa può significare morire quando si è riusciti a lasciarsi alle spalle un patrimonio inestimabile, destinato a durare per sempre? Me lo chiedo oggi, a solo un giorno di distanza dalla morte di Andrea Camilleri, uno dei più grandi che abbiamo conosciuto nell’ultimo secolo.

Sarà una settimana in cui il suo nome rimbalzerà sulle nostre home social molto più del solito, giorni in cui ognuno troverà un modo di salutarlo, di ricordarlo, di rendergli un omaggio meritato e mai nemmeno richiesto. Proverò anche io a raccontarvi un grande e per farlo dovrò raccontarlo a me stessa, dovrò avvicinarmi a una figura che non ho mai conosciuto a fondo, reinventando i confini del mio mondo di lettrice. Ma lo farò volentieri, per ricordare, per salutare e per testimoniare ciò in cui credo con forza: la scrittura ci rende eterni.

“Non omnis moriar” come diceva Orazio, parlando della funzione eternatrice della sua poesia e lo stesso possiamo dire anche per il nostro Andrea Camilleri:

Ho eretto un monumento più duraturo del bronzo

e più alto del regale sito delle piramidi, tale che

né la pioggia corroditrice né l’Austro sfrenato

potrebbero distruggerlo, né l’innumerabile serie

degli anni e la fuga delle stagioni. Non morirò

del tutto e anzi molta parte di me vivrà. […] (Ode XXX, libro 3)

LA FORMA DELL’ACQUA, OVVERO QUANDO TUTTO E’ INIZIATO

Lume d’alba non filtrava nel cortiglio della «Splendor», la società che aveva in appalto la nettezza urbana di Vigàta, una nuvolaglia bassa e densa cummigliava completamente il cielo come se fosse stato tirato un telone grigio da cornicione a cornicione, foglia non si cataminava, il vento di scirocco tardava ad arrisbigliarsi dal suo sonno piombigno, già si faticava a scangiare parole. (La forma dell’acqua, Andrea Camilleri, Sellerio Editore 1994)

E’ il 1994 quando “La forma dell’acqua” sbarca nelle librerie italiane, anche se dovremmo dire che si imbarca. Camilleri è a Roma, ma il suo cuore e le sue parole devono prendere il traghetto per tornare in Sicilia. Apriamo il libro ed è proprio qui che ci troviamo: nel 1993, ovviamente in Sicilia. Tra le mani ci troviamo le stragi perpetrate dalla mafia, immerse in un clima di crisi nazionale, dopo il crollo della prima Repubblica. Il giallo che ci parla è insomma proprio un prodotto italiano, senza troppi giri di parole. In Italia però non siamo davvero, ci troviamo invece a Vigata, una cittadina immaginaria, nel cuore, profondo e incomprensibile ai profani, della Sicilia. Un posto della memoria di un uomo solo, destinato però a diventare luogo familiare a milioni e milioni di altri italiani.

La Sicilia di Camilleri è fatta di silenzi e di ricordi: lo scrittore scrive da Roma, ma con la mente è proprio lì dove è nato, a Porto Empedocle. Nasce così Vigata, costruita nel corso di un esilio volontario ed epurata dagli eccessi di una contemporaneità troppo chiusa e complessa da comprendere, per chi non la viva sulla propria pelle. Una sicilia alla Verga, dove si lascia spazio alla memoria per ricostruire ciò che il tempo ha lasciato dietro di sè nella sua corsa senza fine. Ma non per questo una Sicilia meno vera, anzi, forse proprio per questo più vera che mai. Una terra che è fatta di persone, più che di avvenimenti, emerge da questo e dai 29 successivi romanzi incentrati sulla figura del commissario più amato d’Italia.

Camilleri già nel 1994, con questo primo titolo della serie di gialli che hanno fatto la storia della letteratura italiana, stava facendo la rivoluzione. Lasciamo i cieli ingrigiti di Londra e i bicchierini di whisky per intrufolarci in questo giallo (il colore della terra di Sicilia e del genere di questo romanzo) accecante, arido, segnato dal dolore e dalla malavita, ma profumato di triglie fritte, pasta e broccoli, sarde a beccafico. Profumato, insomma, di quotidianità.

Un popolo mediterraneo cacciato dentro in una piccola scatola che è a sua volta dentro altre scatole, come in un gioco di matrioske. Un mediterraneo che è circoscritto ed è frontiera del mondo, collegamento di terre e popoli, di barche e marinai, di viaggiatori e di sedentari. Un luogo, soprattutto, di storie. Mediterraneo che è mare e dunque acqua: acqua che scorre, cambia forma e colore, si ingrossa e spaventa, si calma e attrae. L’acqua, come la morte, è un mistero inafferrabile. L’acqua, come la giustizia, è essenziale per vivere.

In questo primo libro della serie di Montalbano si parla di una morte che è ambigua e di una giustizia che sfugge, proprio come l’acqua. Saltiamo dentro in questo mare, allora, in questa scatola, dove peraltro già, senza accorgerci, stiamo rannicchiati. Lasciamoci alle spalle i gialli dal sapore anglosassone. Dimentichiamoci di Sherlock Holmes. Immergergiamoci in un mondo altro, che solo Camilleri poteva creare.

IL COMMISSARIO MONTALBANO, UNO DI NOI

E’ stato proprio lui a fare della scrittura un mestiere per Camilleri. Montalbano doveva essere un compagno di vecchiaia, un amico con cui chiacchierare durante la pensione, quando ormai si è troppo stanchi per lavorare ancora e troppo arzilli per starsene in panciolla tutto il giorno. Ma il commissario è diventato molto di più e ha trasformato radicalmente la vita di Andrea Camilleri, consegnandolo all’eternità della storia.

A dire il vero Camilleri ha scritto, e anche tanto, prima di approdare alla Sellerio e far diventare i suoi libri un vero e proprio caso letterario. Eppure, quando sentiamo il nome di Montalbano, sono fondamentalmente tre le cose cui pensiamo: le copertine blu scuro caratteristiche della Sellerio, casa editrice che ormai pubblica i libri di Camilleri dal ’97, quelle basette candidissime dell’autore indimenticabile e il volto di Zingaretti, ormai indissolubilmente legato al commissario.

Salvo Montalbano è entrato nelle case degli italiani 20 anni fa ed è diventato uno di loro, uno di noi: ribelle, solitario e un po’ scontroso, cavalleresco con la sua Livia, protettivo, solido, buongustaio. Si muove nella sua Sicilia da sogno e ce la mostra non per come è, ma per come vorremmo vederla: un territorio di paesaggi mozzafiato, luce accecante e profumo di salsedine, circondato da un’aura di mistero, oltre che dal mare. Salvo Montalbano, come noi, vorrebbe che questo suo mondo-isola fosse un po’ più giusto e la sua lotta contro l’ingiustizia sembra non avere fine. Salvo Montalbano però, a differenza nostra, non si arrende mai e in questo dettaglio, piccolo, ma decisivo, diventa ciò che ciascuno di noi vorrebbe essere.

Che ne sarà di Montalbano, dopo la dipartita del suo “papà”? La sua fine è stata scritta tempo fa, un’eredità postuma che Camilleri ha previsto di lasciare a tutti i suoi lettori. Camilleri, al riguardo, è sempre stato chiaro: “Finirà Montalbano. Nel momento nel quale finisco io, finisce anche lui”. Sellerio Editore stringe tra le sue mani, fin dal 2006, il finale inedito della serie del commissario di Vigata e a noi non resta che aspettare per conoscerlo. Il maestro Camilleri, insomma, non ha lasciato proprio nulla al caso.

CAMILLERI E TIRESIA: NON SI VEDE BENE CHE COL CUORE

Scrivo perché è sempre meglio che scaricare casse al mercato centrale.
Scrivo perché non so fare altro.
Scrivo perché dopo posso dedicare i libri ai miei nipoti.
Scrivo perché così mi ricordo di tutte le persone che ho amato.
Scrivo perché mi piace raccontarmi storie.
Scrivo perché mi piace raccontare storie.
Scrivo perché alla fine posso prendermi la mia birra.
Scrivo per restituire qualcosa di tutto quello che ho letto. (Come la penso, Andrea Camilleri, Chiarelettere 2013)

Andrea Camilleri non è stato solo il padre di Montalbano: era uno scrittore a 360 gradi (tra i suoi titoli più importanti vi ricordiamo Il corso delle cose, romanzo di esordio del 1978, e Un filo di fumo, romanzo storico del 1980), era un drammaturgo, si intendeva di politica, si interessava all’attualità, lottava strenuamente contro la mafia. Era, insomma, un intellettuale. Non si spaventava di fronte alle difficoltà suscitate da una nazione, la nostra, contraddittoria, ambigua, tavolta stagnante, ed era sempre pronto a esprimere la sua forte e incisiva opinione. Mi sembra di poter affermare che scrivere era per Camilleri solamente una delle tante briciole da lasciare dietro di sè perchè altri seguissero le sue tracce. E camminava, Camilleri, con la sicurezza di chi non ha paura delle svolte, ma anzi le cerca per scoprire cosa si nasconde dietro esse.

Camminava, negli ultimi tempi, alla cieca, ma senza esitazione, come un profeta del nostro tempo che non ha bisogno degli occhi per vedere, a cui bastano il pensiero e la memoria per immaginare il futuro. Il nostro Camilleri era un Tiresia, il profeta reso cieco per l’ira di una dea, ma comunque capace di vedere “oltre”. Ed è stato Camilleri stesso a identificarsi in questo personaggio della mitologia greca, scrivendone il monologo andato in scena a Siracusa. “Da quando io non ci vedo più, vedo le cose più chiaramente” intona Camilleri-Tiresia: l’ultimo dono di un maestro che ha visto tanto e che, una volta divenuto cieco, ha continuato a guardare, senza gli occhi, ma sempre col cuore, è la narrazione di una perdita che si fa conquista.

D’altra parte, non possiamo che ricordare che “non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”. Grazie di tutto Andrea Camilleri e arrivederci, non addio, ti incontrerò in tutte quelle tue parole che ancora non ho letto.

Se avete voglia di sentire ancora una volta le parole di questo grande intellettuale, cliccate qui per un’intervista del febbraio 2019: “chi ha il sapere lo deve seminare come si semina il grano”.

 

 

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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