Ritratto di Novecento

Ritratto di Novecento

Si apre il sipario. Sul palco appare un uomo. Un solo uomo in mezzo ad una sceneggiatura inesistente ed è vestito di sole parole. Quella che recita è un’opera che vive in bilico tra l’essere monologo teatrale e semplice racconto, meglio se letto ad alta voce. Ma poco importa in realtà: quella che Baricco scrive, e pubblica nel 1994, è la storia di Novecento e questo un suo ritratto. Non di pennellate precise, ma aloni luminosi. Non il rigore di margini lineari, ma il flusso del fascino che un uomo fuori dal tempo può esercitare su di noi.

 

 

Lasciate perciò la ricerca di un’immagine definitiva e definitoria; oppure, se quella cercavate abbandonate pure la lettura di queste righe che vivono e vivranno nella sola intenzione di avvicinare e incorniciare questo personaggio che si chiama proprio così: Novecento.

La fisionomia della sua vita si delinea in questo modo: immaginate un bambino abbandonato in una scatola, sopra ad un pianoforte, a bordo di una nave, il Virginian. Singolare. Pensate ora che il bambino, Novecento, mai più vi scese . Nel frattempo, lì sopra, incantava i passeggeri traghettati dall’Europa all’America con le sue note e i suoi racconti di terre e città lontane, senza mai averle viste. Ancora più singolare.

Ecco, tenete a mente che un giorno disse anche di voler vedere il mare. Quello che forse leggerete è quindi il racconto di un uomo che vive su una nave e dice di non averlo mai visto per davvero, il mare. Questo è più folle che singolare.

”Devo vedere una cosa laggiù’’ mi disse.
‘’Quale cosa?’’
’Il mare.’’
‘’Il mare? Sono trentadue anni che lo vedi il mare, Novecento.’’
‘’Da qui. Io voglio vederlo da là. Non è la stessa cosa.’’

Se ancora non avete storto il naso e indirizzato altrove i vostri occhi con atteggiamento indispettito me ne rallegro e poi vi rassicuro: il fascino di Novecento passa proprio per queste forme bizzarre che prima incuriosiscono per poi rapire in una tensione tra il suo profondo desiderio di vita e l’incapacità di abitarla in una dimensione autentica.

Lui, insieme alla sua straordinaria sensibilità, rubavano l’anima di tutti quei volti che trasudavano storie. Le catalogava, incollava nel suo cuore e poi le trasformava in musica.

In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia. Tutta scritta, addosso.

Quale meraviglia e ricchezza, direte voi, da questo andare e venire di esperienze. Quanto potenziale da questi agglomerati di vite filtrate da un unico sguardo. Quando mai fu sentita una musica tanto intensa da destare anche le anime dei passeggeri più schivi? Quale colore per dipingere una figura così intrigante?

Le parole di questo monologo scorrono veloci e, rincorrendole, il gioco di chiaroscuro si intensifica e le ombre mettono in rilievo la statura di Novecento.

Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone alla volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che potevano stare tra una prua e una poppa.

A poco a poco i toni diventano più cupi. Quella che si svela è l’esperienza di tante vite attraversate tramite il riflesso delle parole. Novecento, è spettatore mai partecipe dell’atto che va in scena.

Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me.

La prospettiva centrale sul suo volto impallidisce quando si riempie del suo tentativo fallito di raggiungerla quella vita, quell’America che scorge sempre dalla parte sbagliata delle acque del mare, dalla parte opposta dei suoi desideri.

La nostalgia per giorni non attraversati all’inizio traspare soltanto, nelle ultime pagine abbaglia senza chiedere permesso. Scenderà mai dalla sua nave? Vedrà il mare dalla terraferma ?
Il ritratto prende forma. Le tinte si addensano. L’attore, che prima raccontava in terza persona, si trasforma in Novecento.

Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla..

Scisso tra il desiderio bruciante di vita e la paura di essere sommerso dalla sua potenza il pianista rimane meraviglioso ma statico nella sua posizione. Rimane chiuso nel microcosmo del Virginian. Nella mediazione dei pensieri di altri, nell’accettazione tacita di un compromesso che lo imprigiona proprio nel luogo che l’ha visto nascere: l’Oceano.

Quella terra è la musica che non sa suonare, è una donna troppo bella, un cammino troppo lungo da percorrere.” È con la paura che lui ha disarmato la felicità’’

Novecento si allontana e cammina verso le quinte. Ad un tratto si ferma e mette la firma nell’angolo nel quadro.

I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito. Allora li ho incantati.

A cosa conduce l’abbaglio di un fascino se poi non diventa vita? La meraviglia che si condensa nelle note di una canzone si perde nell’aria se non parte e rimanda ad un volto, un pensiero, un amore. Novecento era consapevole della finitezza del numero dei tasti di quel suo pianoforte, infinita poteva essere la vita nel mezzo.

L’attore esce dalla scena ma il ritratto di Novecento non è terminato.

Resta e forse resterà sempre inconcluso nella speranza che, forse, alla fine del suo monologo lasciando i bagagli di una vita a bordo del Virginian, scenderà.

Se il confine tra la finzione narrativa e la realtà vacillasse appena un poco io probabilmente Novecento l’avrei accompagnato giù, da quella nave. Se questa non fosse solo la brutta copia di una storia già conclusa io accanto al suo viso ne avrei dipinto un altro. Perché non fosse troppo tardi per dar lui una possibilità di salvezza, una casa e un volto in cui riconoscersi. Avrei voluto anche solo tratteggiarlo timidamente quell’amore che Novecento non ha mai conosciuto.

Le luci sul palcoscenico si spengono. Metto da parte il pennello. Il ritratto di Novecento rimane sospeso.

Perché nessuno possa dimenticare di quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi. E qualcuno – un padre, un amore, qualcuno – capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume – immaginarlo, inventarlo – e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio. Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita.
E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare. Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente umano. Basterebbe la fantasia di qualcuno – un padre, un amore, qualcuno.
Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare. Strada clemente, e bella. Una strada da qui al mare.

 

Sara Rainoldi

Sara Rainoldi

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