Una lettera a tutti i padri nelle Dilazioni di Raboni

Una lettera a tutti i padri nelle Dilazioni di Raboni

Qualche tempo fa mentre leggevo un bel romanzo di Julian Barnes – ‘Il senso di una fine’ – mi sono imbattuto in un punto interessante: dopo una prima sezione in cui il narratore-protagonista rievocava dettagliatamente una parte della sua adolescenza e giovinezza il racconto scivolava quasi frettolosamente verso gli eventi sbiaditi dell’uomo ormai cresciuto. Una figlia adulta, un nipote, una moglie-amica dalla quale ha divorziato e una formula che riassume tutto quanto: ‘sono sopravvissuto’.
Sebbene il focus della narrazione fosse decisamente altrove, è stato naturale per me interpretare la breve frase (che ho riportato sull’onda dei ricordi) non come quella di un uomo sopravvissuto ma di un padre sopravvissuto. Non so perché, non sono uno di quelli che ritiene che l’esistenza di qualcuno si risolva nella maternità o nella paternità: probabilmente è solo frutto della mia esperienza di figlio.

CHI E’ UN PADRE?

Quel padre era sopravvissuto, dunque, alla sua stessa vita: ai suoi studi, al suo lavoro, alla famiglia che aveva contribuito a costruire – una figlia allevata al meglio delle sue possibilità, sostenuta finché è stato necessario, una moglie amata finché possibile (con gli alimenti convenuti su una cifra dignitosa) -, persino alla novità della sua vecchiaia.
Un uomo tranquillo, un uomo capace di vivere per sé e per gli altri fino al punto di potersi sedere in poltrona e guardare oltre la finestra senza affanno.
Una vita impersonale? Forse sì, forse no ma, quale che sia, è bastata a farmi pensare a mio padre e, con lui a tutti i nostri padri.

Per questo ho avuto l’idea – il ritrovamento – di Giovanni Raboni.

DILAZIONE PRIMA: GIOVANNI RABONI

Nel 1966 esce per Mondadori “Le case della Vetra”, seconda raccolta del poeta milanese. Silloge corposa e intensa si gioca tutta sui toni della perdita del paesaggio urbano di Milano che si declina nella forma dell’abbandono e della dimenticanza. A questo tema si intreccia quello della perdita personale, della rievocazione precisa dei morti.
Nei versi di Risanamento, per esempio, i due filoni si compenetrano così: “[…] Qui, diceva mio padre, conveniva/ venirci col coltello… Eh sì, il Naviglio/ è a due passi, la nebbia era più forte/ prima che lo coprissero… Ma quello/ che hanno fatto, distruggere le case,/ distruggere quartieri, qui e altrove,/ a cosa serve? […]”

Proprio la figura del padre ricongiunge sotterraneamente i testi della raccolta per poi emergere di tanto in tanto. Nella terza sezione della raccolta si mostra in un dittico di poesie intitolate Dilazione prima e Dilazione seconda. In entrambe l’ombra del padre affiora dal tessuto dei versi sublimando in sé tutti i padri possibili. Leggiamo il testo della prima poesia:

“Al cuore finalmente silenzioso viene
dal vetro pieno di sangue
l’ex natura dei borghi, il gesso
stralunato dei nomi che ogni sera
ti crépita incontro LEGNANO
SUD LEGNANO NORD
e il tobòga dei ponti… M’assicuro
che sia, la pagata-rinnovata cambiale, al sicuro
nel buio del cruscotto. E tu raddrizzati mucchio di
penne, vola
trasparente figura
che precedi l’assente che ritorna
al desco non ancora illuminato, al fioco
pulsare del tetto che raccoglie
preparativi sacri, normale
oggetto intanto della tua
previdenza paterna.”

Il padre si individua come cardine della famiglia, come homo oeconomicus, ma qui non nel senso dell’uomo che persegue con i propri mezzi la realizzazione personale.
Al contrario: recuperando la radice etimologica è l’uomo della casa, l’uomo intorno a cui la casa cresce e prospera, l’uomo che protegge la famiglia e da cui è a sua volta protetto.
Nessuna visione retrograda qui è concessa: non c’è spazio per il padre-padrone, per l’uomo proprietario materiale dei suoi affetti e delle vite che ha contribuito a generare. Questo padre ha legato l’intera sua felicità e buona parte della sua realizzazione nella felicità della sua famiglia.
Per questo a lui compete il sacrificio, autonomamente scelto e dunque dovuto.

In questi primi versi di Raboni emerge la parola chiave per entrambi i testi: ‘cambiale’, documento che concede la proroga di un pagamento. La cambiale è sempre pagata-rinnovata, col trattino che unisce definitivamente i termini e allunga ad interim il periodo del sacrificio paterno.
La durezza è dunque primariamente quella economica (qui sì nel termine più corrente) che può essere superata solo con la penosa routine del lavoro: le strade, i cartelli visti prima in un senso poi nell’altro, unici testimoni del padre lontano che solamente a sera fa ritorno.
Ma la tavola non è ancora illuminata, forse oggi il padre è in anticipo: può persino godersi la sua dilazione, l’estensione semantica della cambiale, una pausa di sollievo, un respiro tirato alla fine dell’affanno.
Ma ciò che qui più mi colpisce è che i preparativi siano detti sacri, che la cena si presupponga come la ridefinizione di un rituale che fa pendant col sacrificio paterno: una forma di ringraziamento implicito e di riscatto domestico al travaglio della vita. Anche per me, nella mia veste di figlio, la cena in famiglia è stata sempre difesa con serietà rituale: ma della sua importanza ci si accorge sempre dopo.

DILAZIONE SECONDA: GIOVANNI RABONI

In Dilazione seconda i versi slargano qualsiasi condensazione ma insieme suggeriscono l’impellenza di una conclusione:

“L’ombra nei cingoli nel
l’asfalto presumibilmente tenero
per quel tanto che interseca migrazioni
paterne fra crolli ecc. e armature di ponti

forse è questa, considero gustando
d’esser piatto, deserto, la traccia che dovresti seguire
per scoprire invisibili legami
di oggetti lontani fermi o in movimento

come la cambiale, uno, ritirata previo rinnovo e,
due, la piccola cena luminosa per esempio dove con
crampi di dolcezza t’abbatti, vittorioso.”

C’è la purezza serena dell’evidenza in questi versi: la loro bellezza è quella del fumo diradato su un paesaggio non più in ombra, di una sconfitta rimontata.
Raboni ha questa grazia, la lentezza di una metamorfosi che ci conduce a vedere le cose come sono dall’altro lato della barricata, a trovare gli spiragli di luce tra i calcinacci e la terra smossa, sterile.

Forse è questa, dice l’io lirico, la traccia che dovrebbe essere seguita: quella delle ruote affondate giorno dopo giorno in un asfalto che si è fatto fango, ripetere quasi per coazione migrazioni, iterazioni di crolli, ponti che reggono a malapena uno spirito prostrato.
Ma ci sono altri oggetti in attesa: sì, certo, la cambiale ma essa non è solo l’oggetto della minaccia. È il mezzo, l’oggetto del sacrificio. La cambiale sarà ritirata – previo rinnovo – ma alla fine i crampi di dolcezza, il dolore e la gioia, la vittoria.
Uomini sopravvissuti, quindi, padri sopravvissuti cioè vittoriosi. Uomini che ce l’hanno fatta, ma non come quando si resiste al male, piuttosto come quando si arriva in cima e si guarda infine la valle in basso, più verde di sempre.

PADRI DI TUTTI NOI

Ho pensato a questi padri, dunque. E ho pensato che fossero i padri di tutti noi.
Noi, giovani pieni di speranza, forti della responsabilità dei nostri sogni: noi, ultimi figli alla ricerca del futuro, un futuro che forse ci strappano o sul qualche comunque non abbiamo controllo, siamo qui sulle spalle dei nostri padri, come quando da bambini ci si fa portare saltellando e il mondo sembra molto diverso da lassù. Il mondo È molto diverso, e senza di loro non potremmo saperlo.
Ho pensato a questi padri: a quelli responsabili dei loro figli, che rinunciano a un boccone se serve, che si rinchiudono nelle maglie di un lavoro mal sopportato perché i figli volino a rendere i desideri un presente concreto.
A questi padri sempre sull’orlo della resa, con i cuori mai silenziosi e la mente urlante, eppure col sorriso intento a trasfigurare una miseria in gioia.
Ho pensato a questi padri, ai nostri padri e a loro dico grazie con le parole di una riconoscenza insufficiente ma evidente. So che loro direbbero qualcosa come ‘non è nulla’ o ‘va tutto bene’ ma oggi conosco i loro cuori dubitosi di figli che erano.
Vorrei che si sedessero un istante, porgere io la poltrona, contemplare una sopravvivenza che invece è vita intera, condividere i crampi di dolcezza.
Vincere insieme.

 

Massimo Del Prete

Massimo Del Prete

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