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Siria: 6 domande e un libro per rispondere

Sono ormai otto anni che di guerra in Siria sentiamo parlare ai telegiornali, le notizie dei morti e degli scontri senza sosta sono diventate ormai un rumore di sottofondo abitudinario. Un po’ come la pubblicità. Buona parte del motivo per cui tanti di noi hanno smesso di interessarsi è che è molto complicato dare un quadro chiaro della situazione. Non appena se ne perde un pezzo, ci sembra di non essere più in grado di guardare al puzzle completo e farcene un’opinione personale. Ecco che, ancora una volta, i libri ci vengono a salvare. Oggi per Muse d’Inchiostro parleremo di Siria partendo da Taccuino siriano, un libro, che non è un libro, di Jonathan Littell.

 

COM’E’ INIZIATA LA GUERRA IN SIRIA?

Tutto è iniziato nel 2011, nel pieno della cosiddetta “primavera araba“, quando centinaia di persone in Siria sono scese in piazza per protestare pacificamente contro il regime del presidente Bashar al-Assad: guida spietata, dittatore e carnefice della Siria. Le richeste principali dei cittadini vertevano sull’attuazione di una serie di riforme democratiche, ma, per quanto queste richieste fossero mosse nel segno di un confronto pacifico, il governo rispose alle piazze con una violenta soppressione della protesta. Da questo momento i manifestanti hanno iniziato a organizzarsi in maniera armata, per rovesciare lo stoico governo di Assad e hanno formato l’ESL (Esercito Siriano Libero), nel mondo anglosassone conosciuto come FSA. Dal 2012 in Siria si è cominciato ufficialmente a parlare di guerra civile.

Gilles Jacquier, reporter e cameraman francese, morto l’11 gennaio 2012 a Homs.

Ed è proprio nel gennaio del 2012 che Jonathan Littell, scrittore e giornalista statunitense naturalizzato francese, parte per un viaggio clandestino in Siria, su richiesta del quotidiano francese Le Monde. Con gli occhi attenti del reporter, Littel ci racconta in Taccuino Siriano gli ultimi giorni della rivolta di una parte della città di Homs (nella foto sopra), poco prima che la stessa fosse soffocoata in un bagno di sangue. Il governo di Assad all’epoca aveva vietato quasi totalmente ai giornalisti stranieri di lavorare sul territorio siriano e i pochi professionisti in grado di ottenere un visto venivano sorvegliati con attenzione dagli organi di sicurezza del regime, limitati e impediti nella loro missione di dare una visione trasparente degli eventi in corso. Spesso sottoposti a manipolazioni e provocazioni, alcuni di questi reporter come Gilles Jacquier hanno perso la vita.

L’alternativa, quella scelta anche da Littell, è di lavorare al di fuori del controllo del regime, entrando in Siria con un visto turistico e sfuggendo quotidianamente (e illegalmente) alla sorveglianza, con l’aiuto dell’esercito siriano libero. Al fianco di Littell c’è anche Mani, un fotografo che ha già avuto un’esperienza in Siria, grazie alla quale Littell e Mani riescono a introdursi a Homs con relativa facilità.

QUANTO C’ENTRA LA RELIGIONE?

Bashar al-Assad

Quella che è iniziata come una guerriglia locale ha presto assunto i tratti di unconflitto di religione. Ma in cosa consiste esattamente questo scontro? Littell cerca di farselo spiegare dai protagonisti diretti di questo conflitto: stiamo parlando della lotta secolare tra le due principali branche dell’islam, ovvero sunniti e sciiti. La maggioranza della popolazione siriana infatti si contrappone nettamente, in quanto sunnita, alla setta alawita vicina al presidente Assad.

Il termine “alawita” sembra complicare ulteriormente una situazione già delicata (per chi avesse bisogno di un recap sul conflitto tra sunniti e sciiti, può cliccare qui), cerchiamo di fare chiarezza. Il termine “alawi” richiama la fedeltà di questo esiguo gruppo di credenti nell’Islam nella figura di ʿAlī, cugino e genero del profeta Maometto. Sottogruppo della setta sciita, gli alawiti si separarono da questi ultimi già nel IX secolo.

Dal punto di vista teologico tuttavia essi si riferiscono ancora a se stessi come “sciiti duodecimani”, ma sono ormai da tempo considerati degli estremisti dalla maggior parte della corrente musulmana, in particolare dai sunniti. Per questo motivo vengono anche considerati al di fuori dell’Islam, adducendo come principale ragione la loro quasi deificazione della figura di ʿAlī. Si mostrano dunque come sciiti, ma la sostanza reale del loro credo resta segreta. Non permettono infatti neppure la pubblicazione dei loro testi sacri, gelosamente conservati da una ristretta cerchia di credenti di sesso maschile. Gli alauiti in Siria oggi dominano all’interno dei vertici militari e dei servizi segreti e rendono molto difficle la vita di tutti i giorni per i civili sunniti.

In aggiunta, questo contesto ha costituito un terreno estremamente fertile per favorire l’entrata in campo dei gruppi jihadisti, sia quelli dello Stato Islamico che di al-Qaeda. La presenza di queste due organizzazioni terroristiche ha spinto diversi Paesi a partecipare al conflitto, per difendere i propri interessi. Fortunatamente, oggi possiamo dire che l’Isis (lo Stato Islamico) è stato definitivamente sconfitto in Siria, con l’espugnazione dell’ultima roccaforte del Califfato, Baghuz, nel marzo di quest’anno.

CHI STA DALLA PARTE DI CHI?

I principali protagonisti esterni alla Siria in questo conflitto sono, nell’ordine di pregnanza di intervento: Russia, USA, Iran, Arabia Saudita, Turchia e popolo curdo e, per finire, Israele. Tralasciamo per un attimo il ruolo di Russia e USA e concentriamoci su questi ultimi nazioni e popoli citati.

L’Iran, la cui popolazione è a prevalenza di confessione sciita, ha fin dall’inizio del conflitto investito miliardi di dollari nel sostegno alle forze governative. Questa situazione si è ulteriormente aggravata a partire dal 2015, quando Teheran è stata sollevata in parte dall’embargo impostole in conseguenza a un accordo sul nucleare e ha quindi potuto contribuire più attivamente al conflitto.

L’Iran si schiera fondamentalmente contro l‘Arabia Saudita: anche questo vis-à-vis può essere inserito nel contesto del secolare scontro tra sunniti e sciiti di cui sopra. L’Arabia Saudita infatti finanzia ormai da anni, in maniera più o meno esplicita le forze sunnite. Entrambi questi due paesi tuttavia, è fondamentale sottolinearlo, prendono parte al conflitto siriano anche per poter sfruttare alcune delle risorse naturali di enorme ricchezza presenti sul suolo della Siria.

Nella nazione siriana è storicamente presente un gruppo del movimento indipendentista curdo che da anni la Turchia sogna di riuscire a debellare dalla faccia del pianeta, nel timore che la nascita di uno Stato curdo possa minare la stabilità della Turchia stessa. Altre due tuttavia sono le ragioni che hanno spinto la Turchia a prendere parte attiva nel conflitto: gli interessi economici legati alle risorse energetiche presenti sul territorio siriano e una percentuale (il 20%) di popolazione turca di fede alawita, quindi sostenitrice del regime di Assad.

Veniamo infine a Israele: il primo ministro israelita Natanyahu si è scagliato in siria contro Hezbollah, un gruppo sciita libanese che è nato in Siria per opporsi alle influenze israeliane e sostenere attivamente il regime di Assad, insieme agli altri gruppi sciiti iraniani cui abbiamo fatto riferimento poco sopra.

CHE RUOLO HANNO RUSSIA E USA IN SIRIA?

Rispondere a questo punto in particolare è tanto lungo quanto complesso, limitiamoci quindi a delineare i punti essenziali della questione per rendere un quadro il più sintetico e chiaro possibile. Da una parte, infatti, abbiamo la Russia, fortemente interessata ad avere una presenza diretta sull’area siriana, dove si trovano alcune delle sue basi militari. Questo spiegherebbe le ragioni alla base del patto stretto tra Putin e Assad nel 2015, suggellato da una campagna aerea che ha determinato la morte di centinaia di civili asseragliati nelle roccaforti dei ribelli. Un’esperienza, quella dei bombardamenti, che Littell non si risparmia di narrare in tutte le sue più crude sfumature all’interno della sua inchiesta giornalistica.
Sembra oggi che la Russia sia il paese che ha avuto i maggiori vantaggi derivanti dal conflitto siriano, grazie alla posizione strategica della nazione e agli interessi russi sul territorio.

Come se fossimo stati rilanciati indietro agli anni ’50 del secolo scorso, non possiamo non aspettarci che gli USA prendano una posizione forte e simbolica per sottolineare la propria radicale opposizione alla Russia e alle sue mire espansionistiche. Gli USA sono intervenuti in Russi con un supporto parziale alle varie forze ribelli, insieme a una coalizione di paesi occidentali, guidata sopratutto da Regno Unito e Francia. Giusto il 3 giugno scorso il presidente Trump ha twittato il seguente messaggio: “Sento voce che la Russia, la Siria e, in misura minore, l’Iran, stanno bombardando l’inferno fuori della provincia di Idlib in Siria e stanno uccidendo indiscriminatamente civili innocenti. Il mondo sta guardando questa macelleria. Qual è lo scopo, che cosa si pensa di ottenere? Stop!”. Ma, come possiamo ben immaginare, gli interessi del presidente vanno ben al di là della difesa dei diritti umani che vengono quotidianamente violati in Siria.

QUAL E’ IL BILANCIO ATTUALE DELLE VITTIME?

Ecco qualche dato numerico, per intendere più chiaramente la situazione. I dati qui riportati sono frutto del Violations Documentation Center in Syria e sono aggiornati all’aprile 2019 a partire dal marzo de 2011:

  • 192,036 morti nel corso degli scontri;
  • il governo siriano (regime di Assad) e i suoi alleati sono responsabili della morte di 104,535 civili e, in totale, di 146,918 morti;
  • nel corso del solo mese di Aprile sono morte 260 persone;
  • fino al 2018 sono stati uccisi 1,106 bambini;
  • fino al 2018 gli attacchi armati alle strutture scolastiche e sanitarie sono stati 262.

PERCHE’ LEGGERE “TACCUINO SIRIANO”?

Jonathan Littell

Noi combattiamo per la nostra religione, per le nostre donne, per la nostra terra e, infine, per salvarci la pelle. Loro combattono solamente per salvarsi la pelle.

Con una prosa frammentata, grezza e talvolta estremamente cruda, ma non estranea a brevi e istantanei momenti di drammatico lirismo, Jonathan Littell ci racconta ciò che nessun articolo giornalistico mai ci potrà narrare: quasi un mese di vita tra le macerie di Homs. Dove la vita tenta inesorabile di proseguire, al di là delle faide, al di là dei bombardamenti.

Se leggerete Taccuino siriano vi verrà aperto uno spiraglio su un mondo per noi estremamente distante, non solo a livello geografico, ma anche sociale. Assisterete ai pranzi tra i combattenti dell’ESL, alle visite agli ospedali improvvisati, vedrete bambini fantasma aggirarsi tra le rovine delle case bombardate, leggerete le opinioni politiche e religiose dei siriani. Non del regime, non dell’Isis: le opinioni del popolo siriano. Quello che fa Littell è aprire “una piccola finestra su tre settimane perdute in un passato distante”, passato che però non può essere dimenticato.

Taccuino siriano non è un libro, ma appunto, come recita il titolo, un taccuino.  Un documento grezzo, non rielaborato, ma, come sostiene l’autore stesso “la trascrizone, più fedele possibile, di due taccuini di appunti che ho preso durante un viaggio clandestino in Siria”. Taccuino siriano è un’impresa giornalistica estremamente rischiosa e un commovente atto di dedizione a un lavoro che è al contempo vocazione: dare voce a chi voce non ha.

Ma se noi non leggeremo le parole di Littell, allora quelle voci rimarrano mute per sempre. Per sempre rinchiuse in una terra lontana dai nostri occhi e, come si suol dire, lontana dal nostro cuore. Ma non è così che deve andare: anche solo leggere, anche solo comprendere, può essere un passo in avanti verso l’agire, un passo che non ci costa nulla fare.

Capire, poter capire: un dono il cui valore così difficilmente riusciamo a comprendere.

Il popolo siriano è allevato come in un pollaio: hai diritto di mangiare, dormire, fare l’uovo, tutto qui. Non c’è posto per il pensiero. Viviamo sotto il regime Ba’th e Bashar al-Assad è il nostro presidente per l’eternità. Non si può immaginare nessuna alternativa. Il regime della Siria non ha nessun equivalente, a parte la Corea del Nord. Ci hanno ficcato in testa che siamo un grande popolo, che lottiamo per gli arabi, contro Israele, contro l’imperialismo. Ma ci hanno venduti, hanno venduto gli arabi, i palestinesi, il Golan. Tutta l’élite è all’estero, e perchè? Hanno capito. E in Siria è vietato capire. 

Martina Toppi

 

Di Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista.

"I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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