Gennaro Maresca ha un elemento distintivo: il sorriso, nascosto dietro un muro di profonda riservatezza. Lo incontro a Via San Vincenzo, nei pressi del Nuovo Teatro Sanità. Ha indosso una camicia e un pantalone che gli calzano a pennello. Parla a bassa voce, in maniera misurata. Questo suo modo di porsi è così differente dalla sua postura sul palco, sicuramente più plateale, ma è il ruolo che lo richiede, questo è un dato di fatto.

Ci sediamo a un tavolino di un bar e ordiniamo dei caffè. Nel momento in cui inizia a raccontarmi di sé e della sua carriera artistica, lo vedo brillare di una nuova luce. Per lui, quel lavoro, è linfa vitale, senza ombra di dubbio.

Parliamo di te. Chi è Gennaro Maresca?

Gennaro Maresca è un ragazzo di 36 anni, nato nella bella Castellammare di Stabia. Sono figlio di commercianti, mio papà è un esperto dell’arte della panificazione. Ho frequentato il Liceo artistico, mi sono laureato in lettere moderne, ho frequentato un corso di specializzazione alla Silvia D’Amico. Amo dipingere e scrivere, seppure molto più raramente. Faccio l’attore, il lavoro più bello del mondo.

Sei un attore, ma soprattutto un essere umano. E’ facile far convivere le due anime? Non si rischia mai di far entrare troppo un personaggio che stai interpretando nella tua quotidianità?

Non so quanto queste due anime convivano davvero, in un artista. Noto di sicuro una certa sensibilità e parlo a nome di tutti gli amici attori che conosco. Nel quotidiano c’è una fragilità che può trasformarsi in energia, ogni volta che si affronta un nuovo ruolo.

Credo che sia più facile, più naturale, convogliare questa fragilità dalla vita di tutti i giorni al palco e farne un punto di forza. È un discorso che faccio spesso agli allievi del mio laboratorio: le debolezze sono la nostra parte migliore, perché nascondono visioni diverse della realtà che ci circonda. È materiale vivo su cui lavorare.

 

Recitare è una passione, certo, ma è anche un lavoro su di sé, una vera e propria analisi introspettiva. Fare l’attore è un atto di coraggio, un qualcosa di “epico”, persino. Glielo dico e sorride di gusto.

 

Completa questa frase: il teatro, per te, è …?

 Una grandissima creazione, completamente umana che ci rende esseri eletti, da un certo punto di vista.

Tantissimi spettacoli teatrali all’attivo. Qual è quello al quale sei maggiormente affezionato?

Sono legato a tutti gli spettacoli a cui ho preso parte: ogni volta si è creata una dinamica a se stante, nel rapporto con il regista, con la troupe, gli altri attori. Se devo proprio nominarne uno … “Il mercante di Venezia”, con la regia di Laura Angiulli, in cui ho interpretato il ruolo di Antonio. Mi è stata data la possibilità di fare ricerca e lavorare su un personaggio così complesso.

 

Al cinema sei stato diretto da Enrico Iannaccone in “La buona uscita” con Gea Martire. Ti va di raccontarci questa esperienza?

Un’esperienza davvero divertente. Enrico è un grande professionista ed è riuscito a fare sì che l’ambiente fosse gradevole dall’inizio alla fine delle riprese. Il provino è stata una vera e propria chiacchierata intorno alla storia del film, sul personaggio e sulla vita in generale.

Gea Martire è una grandissima interprete: da lei è possibile solo imparare.

 

Nel corso dell’intervista, ricorda spesso nomi di attori e registi con i quali ha collaborato. Una forma di ringraziamento che profuma di nobiltà d’animo. Un atteggiamento che vorrei riscontrare con maggiore frequenza nel suo settore.

Hai lavorato in un progetto indipendente sul quale aleggiano da anni rumors e dicerie varie, “Road to Calessi” di Marco Sommella. Cosa ci puoi raccontare al riguardo?

Grazie a un mio amico attore, mi sono messo in contatto con Marco, che vive a Benevento. Il film, purtroppo, non ha poi avuto un’uscita nelle sale. Mi ricordo un clima piacevole e ingrassante: con la troupe di Marco si mangia in continuazione e io, come è noto, non dico mai di no al cibo (ridacchia). Mi ricordo la location meravigliosa in una foresta nei dintorni di Benevento.

 

In “Girotondo 360 gradi” tiri fuori il tuo lato più ironico, divertente. Si è portati a pensare che fare commedia sia più semplice, immediato. Qual è il tuo pensiero al proposito?

Uno spettacolo di alcuni anni fa, prodotto dal Nuovo Teatro Sanità. Interpretavo il ruolo di un capo manager ricchissimo e autoritario.

Guarda … io trovo sfumature di tragedia nella commedia e viceversa. Ritengo che l’arte performativa contemporanea debba arricchirsi continuamente di nuovi linguaggi.

Tutto, al di là di un genere, dovrebbe essere affrontato con una leggerezza necessaria, così come diceva Calvino. Una leggerezza che riesce a togliere i macigni dal cuore.

 

Nella quarta stagione di Gomorra hai interpretato il ruolo del magistrato Walter Ruggieri. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza? La serie, di enorme successo, ha sollevato anche qualche piccola critica: c’è che pensa che, il raccontare la storia di Genny Savastano e co. possa spingere gli spettatori a idolatrare elementi negativi. Qual è il tuo pensiero al riguardo?

Nel momento in cui ho saputo che avrei interpretato Walter Ruggieri, non sono riuscito a trattenere l’entusiasmo. Tutti mi chiedevano come fosse andata, ma non sapevo cosa dire, ero frastornato. Mi sento in dovere di ringraziare Francesca Comencini, Ciro Visco, Enrico Rosati, Claudio Cupellini i registi con cui ho lavorato, con cui mi sono confrontato.

Per ritornare a ciò che mi chiedevi: credo che una serie televisiva sia troppo piccola in confronto a famiglie o quartieri “difficili”. I giovani ritrovano gli esempi da simulare nelle loro famiglie, nelle strade in cui vivono, non di certo su Sky Atlantic!

Tra le altre cose, proprio il mio è un personaggio positivo: Walter Ruggieri crede fermamente nella legalità. Magari, un giorno, simuleranno le azioni di chi vuole giustizia (sorride).

 

Cinema, teatro, televisione. Qual è l’habitat in cui Gennaro Maresca si sente maggiormente se stesso?

(Ci pensa su) … i luoghi in cui mi trovo meglio sono quelli che mi permettono di lavorare ed esprimermi con maggiore entusiasmo, con condivisione, permettendomi di creare qualcosa di nuovo. Non voglio fare una scelta, anche se il teatro è la mia casa, la mia famiglia. Il teatro mi accoglie completamente.

 

Il teatro regala, ruba, condivide, distrae, limita, pugnala. È una forma d’amore unica, egoisticamente vissuta, che arricchisce e richiede alimentazione continua.

È una casa, una famiglia, ma persino una prigione. Un gioco al massacro dal quale si può uscire sconfitti, se non si possiede una passione pura.

Gennaro Maresca e il Nuovo Teatro Sanità …

Da sei anni, ormai, faccio parte di questo meraviglioso collettivo. Molti dicono che sia accaduto un miracolo: grazie all’impegno e alla sensibilità di Mario Gelardi abbiamo portato il teatro in un quartiere di Napoli che già trasuda arte da tutti i pori.

Lo abbiamo fatto con convinzione, senza mai mollare un attimo la presa. Abbiamo a disposizione uno spazio in cui poter fare ricerca; curo il secondo anno del laboratorio per adulti. È un’esperienza importante, completa, che mi ha finalmente portato a dire ad alta voce “Sono un attore”.

 

Ricerca. Sperimentazione.

Sono termini ricorrenti in questa intervista. Gennaro Maresca evolve, si trasforma. Ma non si ferma mai, perché questo percorso non ha mai fine.

Parliamo di un piccolo gioiellino: “Do not disturb” …

“Do not disturb” è un format ideato da Mario Gelardi che si basa sulla scelta di portare il teatro in ambienti non convenzionali. Nel caso specifico, nelle camere d’albergo. Uno spettacolo di grandissimo successo da anni: le persone sono curiose, la dinamica dello spettacolo è molto stuzzicante.

C’è un contatto diretto e ravvicinato con il pubblico, si viene a creare una forte sinergia ogni volta. Un’evoluzione del “Do not disturb” è il “Tour de vasc”, ideato da Carlo Gertrude, un’altra colonna portante del NTS. In questo caso, la location è rappresentata dai Bassi del Quartiere Sanità. Speriamo di replicarlo al più presto.

 

C’è un ruolo che vorresti interpretare e che non ti hanno ancora offerto?

Non ci sono ruoli particolari. Ogni volta che mi viene offerto un ruolo, lo accetto con entusiasmo: è il come mi vede l’eventuale regista che mi incuriosisce, una volta che mi ha affidato quella parte. Il mio divertimento sta soprattutto nel creare spunti, sfumature, proporre alternative per costruire e approfondire il personaggio.

 

Analizzare lo aiuta a rendere sempre nuovo questo lavoro, evidentemente.

Cosa dobbiamo attenderci da Gennaro Maresca nei prossimi mesi?

Il 19 e il 21 giugno sarò in scena per il Napoli Teatro Festival con “629”, un progetto di Mario Gelardi. A me è toccato “Bombe di cartoncino” di Aldrovandi.

Qualche piccola sorpresa: in particolar modo, una collaborazione con Alessandro D’Alatri per Raiuno. Ho in cantiere un lavoro alla regia, ma non posso ancora svelare nulla al riguardo, solo che collaborerò con Elvira Buonocore, che è una giovane drammaturga del NTS.

 

 

E ora marzulliamo un po’: fatti una domanda e datti una risposta

“Come hai intenzione di agire, nei prossimi mesi, nei prossimi anni?”

“Con assoluta serenità, perché la ricerca della serenità non si ferma mai.”

 

È tempo di andare: lascio Gennaro Maresca al tavolino del bar. È intento a scrivere appunti su un quadernetto. Sta creando un nuovo personaggio? Si sta divertendo ad analizzare alcuni aspetti caratteriali del ruolo che dovrà interpretare? Gli è venuta un’idea per una sequenza di un nuovo spettacolo? Preferisco non chiederglielo: non è importante, in questo momento.

Di sicuro so una cosa: quelle idee, buttate con attenzione su quei fogli, gli regaleranno sacro nutrimento per nuove ricerche …

Intervista a cura di Christian Coduto