Lo specchio si è rotto. L’inesorabile declino di Black Mirror

Lo specchio si è rotto. L’inesorabile declino di Black Mirror

Ho iniziato a vedere Black Mirror quasi un paio d’anni dopo la sua uscita in TV. I miei coinquilini di allora mi avevano parlato di questa serie pazzescamente innovativa, e tecnicamente molto valida. Quest’ultimo aspetto è stato fondamentale nell’opera di convincimento che ha portato a farmi mettere in play il primo episodio, perché la tecnica e la resa visiva delle serie inglesi mi ha sempre lasciato perplesso. Non riuscivo ad andare oltre quei 30 frame al secondo perennemente sfocati, o alla fotografia smarmellata tipica di gente che non ha mai visto un cielo sgombro da nuvole e pensa che il sole sia un enorme palla di neon. Fortunatamente a un certo punto della mia vita sono rinsavito, o avrei rischiato di perdermi delle perle come Misfits, Utopia, Broadchurch, e persino Doctor Who (e qui si fa davvero fatica a farsi andare bene le “prime” 2-3 stagioni). Per poi arrivare a Black Mirror. Cinque stagioni, l’ultima delle quali uscita il 5 Giugno scorso.

Il primo episodio della prima stagione è uno schiaffo sulla nuca dello spettatore. Non in faccia, perché se lo schiaffo lo prendi in faccia è facile che tu veda chi te lo sta dando, e magari hai tempo di realizzare la cosa. Se lo prendi sulla nuca, invece, accusi l’effetto sorpresa, non sai chi te lo ha mollato, e sei costretto a voltarti in cerca di un colpevole che quasi sempre è stato abbastanza abile da fuggire in tempo per non farsi trovare. E tu resti lì, con una nuca arrossata, come un coglione che da quel momento in poi vivrà con l’ansia che prima o poi prenderà qualche altro schiaffo, e con l’illusione di poter girarsi in tempo per evitarlo.

Questo popò di metafora che manco Bersani sotto acidi, può estendersi tranquillamente alle prime tre stagioni di Black Mirror, che al netto di uno o due episodi sottotono, rappresentano una pietra miliare della televisione mondiale. Episodi come Orso Bianco, Messaggio al Primo Ministro, Zitto e balla, San Junipero, sono valsi premi e largo consenso di critica e pubblico. Bisogna ricordare che la durata degli episodi è variabile così come il numero degli episodi stessi per ogni stagione, e che le prime tre contano un totale di 13 episodi, potendo quindi essere assimilate alla media stagionale di una qualunque serie TV. Questo aspetto è importante perché se nell’arco di 13 episodi è quasi fisiologico che esistano quei 2-3 inciampi, non è normale che guardando i rimanenti 9 (il totale delle ultime 2 stagioni) si rischino deviazioni del setto nasale per quanto si storca il naso di fronte allo schermo.

La produzione inglese si è fatta lentamente contaminare, accettando di buon grado un evidente iniezione di budget a stelle e strisce, che se da un lato ha potenziato visivamente la produzione, dall’altro ha fatto sì che si accantonasse l’aspetto che non ha mai fatto pesare le eventuali carenze tecniche, ovvero quella sceneggiatura dal sapore unico e mai gustato prima. Se prima Black Mirror era quella semplice pasta col tonno scarna ma inaspettatamente gustosa e necessaria in regime di frigo vuoto, adesso siamo di fronte ad un piatto di lasagne emiliane senza ragù! 

Nella quarta stagione si assiste a un cambio di rotta inspiegabile, con trame, scene e personaggi che non si riesce mai ad amare fino in fondo. Si è passati da misteriosi virus anonimi che ti ricattano a distanza senza possibilità di scampo, a porcellini d’India che risolvono omicidi.

 

La tensione, quel senso di ansia tecnologica di orwelliana memoria, quelle trame che per quanto basate sulla fantascienza avevano comunque quel retrogusto amaro del “potrebbe succedere anche oggi”, tutto finito.
Idee scarne, sceneggiature ridondanti e noiose, emozioni piatte, tutto ciò è il leitmotiv delle ultime due stagioni.

 

La quinta stagione, uscita il 5 Giugno e composta da 3 episodi, faceva ben sperare, anche in seguito al riuscito esperimento di Bandersnatch, un episodio speciale uscito a inizio 2019, particolarmente interessante (niente di più) perché interattivo, con lo spettatore che poteva scegliere come sviluppare la storia tramite un tasto del telecomando (il tutto studiato per bene, niente a che vedere con i giochi telefonici di Solletico). Un nuovo slancio creativo che si pensava potesse far risorgere un prodotto sbiadito e che sta deludendo i fan della prima ora stagione dopo stagione.

E invece no. L’ultima stagione è un trionfo di occasioni mancate. Temi già visti e rivisti, cosa non nuova, ma se nelle prime stagioni saltava agli occhi uno stile di narrazione unico che costituiva la marcia in più della serie, nelle ultime due tutto ciò è ridotto a pochi sprazzi qua e là, lasciando agli affezionati quel sapore di delusione a cui non erano abituati. Molto interessante lo spunto in base al quale le vicende narrate non vengono ambientate nel classico futuro non definito, ma comunque estraneo dal nostro presente. In questa stagione tutto sta succedendo oggi, o al massimo domani. Vediamo tecnologie plausibili già oggi, o che potremmo trovare nei negozi al massimo tra qualche anno. I riferimenti alle implicazioni sociali delle nuove tecnologie fanno da collante tra spettatore e puntata. 

L’episodio che più tiene fede al dogma stilistico originale è quello di mezzo, Smithereens, che rende giustizia a un genere. Recitato bene, strutturato ancora meglio, un thriller all’inglese asciutto ma efficace. Gli altri due episodi sono una copia grottesca di mille altri film basati su realtà virtuale e trasferimenti mentali. A poco servono guest star del calibro di Miley Cyrus, che interpreta un upgrade buggato di Hanna Montana, o Anthony Mackie, che si districa in una trama che non decolla mai del tutto. Buona prova quella di Topher Grace, abbastanza schietto e credibile nella sua versione più umana di un alter ego di Mark Zuckerberg.

Insomma, si poteva fare di meglio. Ci aspettavamo di meglio. Ci aspettavamo che lo specchio tornasse a splendere, e invece le crepe si allungano.

Riccardo Greco

Videomaker con licenza di scrittura. Ha all'attivo un po' di tutto, cortometraggi, webserie, videoclip, format tv, tutto scritto, diretto e montato. Se la canta e se la suona, insomma, ma sempre con la stessa passione.

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