I Fiordalisi – Intervista a Gabriele Borgna

Torna lo spazio dedicato a “Le interviste” de I Fiordalisi, che oggi accolgono la voce e la poesia di Gabriele Borgna.

 

Gabriele sembra un ragazzo d’altri tempi trapiantato, per qualche strano caso, nella nostra epoca. I suoi modi gentili e il suo acume lo rendono una persona rara e di spiccata intelligenza, attentissima alla realtà contingente. Queste doti personali si riflettono nel suo modo composto e delicato di fare poesia, arte che per Gabriele è senza dubbio una scelta calibrata e autentica.

Vuoi raccontarci quando e come hai deciso di dire “Sì” alla poesia?

La generosità del quadro introduttivo rimarca due grandi verità – concetto cardine in poesia così come in vita – ovvero un certo disagio del sottoscritto nei confronti del contemporaneo e la tua non comune sensibilità nell’inquadrare il prossimo. Per rispondere invece brevemente al quesito posto, recentemente mi è stata giustappunto rammentata la precocità con la quale mi approcciai al grande gioco delle lettere: scrissi infatti i primi versi negli anni delle scuole elementari. In verità non ne conservo una memoria precisa in termini di forma, ma ricordo invece distintamente le facili ironie e lo scherno da parte di certi coetanei che per diverso tempo accompagnarono questa “epifania” in quello che credo fu niente più di un assaggio di quel che attende chi come me è in parte inadatto al proprio tempo e per questo si ritrova a riflettere/descrivere quel che sta fuori e dentro l’uomo in disparte, dialogando con quel silenzio dal quale la parola si origina. E tra le braccia di quel silenzio il mio scrivere è rimasto a lungo un esercizio privato imbrigliato in una nassa di disistima e codardia. Poi arrivò una donna a stravolgermi. Attraverso di lei imparai a mettermi un poco più a fuoco e a dire “Sì” fino in fondo alla poesia.  Così ai primi concorsi corrisposero i primi consensi e da lì le proposte editoriali e tutto quello che ne è inaspettatamente conseguito. E di tanta stima, di tanta fiducia, sono lieto non tanto per l’uomo di oggi, quanto per quel bimbo troppo sensibile che ancora batte alla base del cuore.

Sei nella giuria di alcuni importanti premi e hai quindi spesso occasione di confrontarti, oltre alle tue letture personali, con molta della produzione contemporanea.

Che idea ti sei fatto del panorama che ci circonda?

La poesia contemporanea ci restituisce un’immagine polimorfa e assai vivace. Certo non è semplice scandagliare in profondità il mare magnum delle tante – troppe – pubblicazioni editoriali che caratterizzano il nostro presente. Per questa ragione sarebbe auspicabile, a mio avviso, un drastico ridimensionamento in termini numerici dei volumi immessi ogni anno sul mercato con la finalità di presentare così ai lettori una proposta meno dispersiva e qualitativamente più elevata nella propria totalità. Un ribaltamento dello status quo che donerebbe il giusto risalto a quelle voci poetiche d’assoluto valore che al momento si ritrovano a galleggiare quasi inascoltate nel semi-anonimato di molta piccola editoria a tratti tristemente invisibile.

Il legame con il tuo territorio, la Liguria, patria e zona passaggio di alcune personalità poetiche assai rilevanti, ha influito, e se sì come, sul tuo modo di fare e intendere la poesia?

Per dirla con Hemingway, scrivo di ciò che conosco e in cui mi riconosco. La Liguria non rappresenta per me soltanto la terra d’origine o quel che chiamo casa, bensì un vero e proprio luogo dell’anima aspro e bellissimo dentro il quale specchiarmi, cercando di coglierne i riflessi. La sua morfologia è già di per sé quasi un’espressione non scritta di ostinata resistenza al giogo del dissesto a cui tutto e tutti devono sottostare. C’è nel mio scrivere una nota nostalgica, un male di vivere latente che ha caratterizzato e caratterizza quel che i dotti definiscono come “linea ligustica”: Camillo Sbarbaro, Giovanni Boine, Mario Novaro, Eugenio Montale, Paolo Bertolani e giù fino ai giorni nostri con Giuseppe Conte e Massimo Morasso. Molte delle poesie che avrei voluto comporre sono opera loro. Quel che resta da fare è cercare di proseguire nel solco di questa fulgida tradizione nel tentativo di tracciare una rotta spiccatamente mia.

 Artigianato sentimentale (Puntoacapo Editrice 2017), tua raccolta che vanta la prefazione di Giuseppe Conte, associa fin dal titolo l’idea di una perizia, di una cura particolare, meticolosa e affettiva insieme, all’ambito dei sentimenti che invece, per loro stessa natura, spesso sfuggono e si dimenano a ogni tentativo di contenimento.

Qual è l’antitesi profonda che questo binomio vuole descrivere?

Credo che il titolo di una silloge debba rappresentare l’intenzione ultima del proprio autore in una sorta di estrema sintesi della propria ricerca poetica. Artigianato Sentimentale porta in sé le caratteristiche di un vero e proprio manifesto, una corrente dove figuro come unico esponente, nel bene e nel male. Ancora m’imbarazza l’appellativo di poeta, preferisco considerarmi quel garzone di bottega che non ho potuto essere per mio padre – di mestiere tipografo – alle prese con la lenta creazione dei propri manufatti in versi di mare e retroterra, teso in ogni sua cellula nel dare un limite fisico all’immateriale che ci spinge, spesso condizionando, il nostro esistere. Un’operazione paziente di cristallizzazione di quel che per natura è destinato ineluttabilmente a dissolversi.

Artigianato sentimentale (Puntoacapo Editrice 2017)
Artigianato sentimentale (Puntoacapo Editrice 2017)

L’artigianalità, vista la calibratura che il linguaggio assume all’interno della tua opera, viene da te applicata anche e prima di tutto alla parola.

Quale tipo di lavoro hai fatto sulla scelta dei singoli termini in Artigianato sentimentale?

Qualche settimana addietro, durante un confronto tra varie voci poetiche provenienti da diverse regioni d’Italia, una di esse m’avvicino dicendo: “nessuno di noi qui possiede il rispetto per le parole che ti contraddistingue”. In tutta onestà mai nessuna notazione avrebbe potuto farmi più piacere, pur nella sua sproporzionata generosità. Significa che la travagliata gestazione che accompagna ogni mia scelta linguistica ha un senso ed è vivamente percepibile anche attraverso il solo ascolto. Credo nella sacralità della parola che dona significato a tutte le cose e un suono alla vita. Accostare accuratamente l’una alle altre rappresenta la via maestra per sconfigge il vuoto che ci affligge. E chi scrive ha il dovere di sentire propria questa grande responsabilità.

Già in altre occasioni ti ho manifestato il mio particolare apprezzamento per un gruppo di poesie contenute all’interno della raccolta e riunite sotto il titolo “La vita è un giorno” e che qui riporto.

I

Alba

 

Tumefatto prima di cadere.

Totalmente dipendente, piangente, appena nato.

Nessun piccolo sole puntato alla mia bocca.

Solo luce nel riflesso d’altri occhi

che in me vedono un foglio

non ancora scritto, dove tutto

può ricominciare.

 

II

Mattino

 

Padre a ore – tu – tu troppo presto

perduto, che con voce profonda m’avvolgevi

leggendomi d’oceani, e di tempeste

e di terribili naufragi sulle isole

bianche, le isole della fantasia…

A quell’oggi orfano

del passato e senza ancora un domani

apparivi così, altissimo, imponente,

uguale alla realtà,

fuori portata.

 

III

Mezzogiorno

 

Ormai è tanto prevedibile

il nostro dire e il fare

che, guardandoci, a volte ne sorridiamo.

Ogni attimo frapposto tra di noi

incede con la gravità di tutto un secolo.

Tu sarai la regina del mio tempo,

la compagna dei miei giorni maturi.

Avremo una vita degna di te,

il sole dentro agli occhi anche la notte…

E allora adesso

mentimi amore, mentimi ad oltranza.

Dimmi un’altra volta – t’amerò per sempre –

dillo eternamente…

 

IV

Pomeriggio

 

Mi chiedo da quale fonte sia sgorgata

la tenerezza del tenerci il viso tra le mani

in attesa d’un sonno non voluto

(noi che nel sogno già ci vivevamo),

ora che con rabbia ci auto-flagelliamo

gridandoci l’un l’altro

il nome dell’altro, i difetti dell’altro.

I ruoli sono due, ma ostinati recitiamo

scambiandoci le parti, senza smettere.

E così, a poco a poco, svanirà ogni traccia della nostra vita insieme…

 

V

Tramonto

 

Resti umani appesi a una finestra

che seguono distratti la piena del mondo.

Tra avanzi di lucidità mi riconosco.

Per me, non è più tempo di credere ai miracoli

né all’ultima ora, che salva e redime.

Una siffatta verità è l’anticamera della polvere.

Però la morte non pretende verità, ma vita.

 

Ti va di parlarcene?

Sono particolarmente legato a questa riduzione in scala dell’arco vitale. Custodisce al proprio interno una gamma di temi che ritornano all’interno dell’intera raccolta: l’impotenza dell’essere umano dinnanzi allo scorrere del tempo – dove la nascita rima con condanna, la perdita mai del tutto elaborata del padre, l’amore come labile (e a tratti doloroso) appiglio contro l’inevitabile caduta verso la disgregazione fisica che accomuna ogni essere vivente – senza alcuna discriminazione. Elementi che probabilmente torneranno in una veste rinnovata anche nei lavori a venire.

Scegli tu, adesso, una poesia dalla raccolta e dicci perché proprio quella.

Erosione

 

Il mio dolore è una pietra,

un pianeta senz’orbita

che chiama tutto sole, purché bruci.

In lontananza,

barbagli di tempesta

scorticano dal buio

la pelle dell’istante

che s’inventa il mattino.

Mi chiedo che ora è, adesso,

mentre qualcosa dentro scivola, degrada,

lasciando spazio al vuoto

deserto che mi cresce e si distende

sotto lo sguardo che scruta l’orizzonte

e vede un campo di croci.

 

Partendo dalla fragile condizione idrogeologica di questa cesta d’aspra terra alto sul mare chiamata Liguria,

l’uomo apparentemente immerso nella semplice contemplazione di una perturbazione ormai prossima, frana dentro sé stesso presagendo l’amara realtà di un destino segnato. Un testo che punta dritto all’osso. Un po’ come questa nostra chiacchierata.

Oltre alla poesia, quali sono gli altri grandi amori di Gabriele?

Un calice di vino, una buona compagnia, qualche sigaretta. L’ozio e la tavola, i baci di mio figlio, La carne. E le parole.

Ti chiedo di salutarci con una frase, tua o di altri, che equivale alla tua firma: parole, insomma, che potrebbero leggersi Gabriele Borgna.

“Sono vasto, contengo moltitudini” (Walt Whitman).

 

Gabriele Borgna (Savona, 1982) vive a Porto Maurizio (Imperia). Suoi testi sono presenti su svariate antologie, siti e riviste letterarie. Premi e riconoscimenti sono stati attribuiti al suo scrivere nell’ambito di numerosi concorsi nazionali e internazionali per la poesia edita e inedita. È stato giudicato tra i migliori autori under 35 italiani (Biennale di Alessandria – 2016). È del 2017 la sua silloge d’esordio “Artigianato Sentimentale” edita da Puntoacapo Editrice con prefazione di Giuseppe Conte – presentata al Salone Internazionale del Libro di Torino e al Festival Internazionale di Poesia di Genova.
Alessandra Corbetta
(guarda anche l’uscita precedente)

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