Il mare non bagna Napoli: macerie e luci di un dopoguerra

 

Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuno lo avesse visto, e lo ricordava.

Ripensando ai cinque racconti che Anna Maria Ortese raccoglie nell’opera Il mare non bagna Napoli la sensazione è quella di sentirsi scissi e spaesati davanti allo spazio che separa la brutalità del reale e la dolcezza che può renderlo abitabile e talvolta anche amabile.

Ad essere descritti non sono solo luoghi degradati e lontani dal tumultuoso rumore di città industriali ma periferie geografiche e umane.

In altre stanze, invece, tutto era fermo, come se la vita si fosse pietrificata; uomini ancora nel letto si rigiravano sotto grigie coperte, donne erano intente a pettinarsi, con l’incantata lentezza di chi non conosce quale sarà, dopo, l’altra occupazione della sua giornata

Il panorama di Napoli all’indomani della Seconda Guerra Mondiale si delinea tramite i volti stanchi e disincantati di giovani uomini e donne che esistono, ma non sempre vivono, in una quotidianità polverosa e desolata. La piccola Eugenia, via Santa Brigida, i cortili e le umili case si fanno portatori di una concretezza ordinaria che bene si lega all’universale condizione di un dopoguerra, di piccoli ed enormi incidenti e di precarietà.

Non vi era tristezza e neppure dolore, ma il senso di un’attesa, di una pena scontata in silenzio, con la sola vita di questa attesa, di una cosa che poteva venire di là da quei muri immensi, da quella finestra cieca, da quel buio, quel tanfo, quel sentore di morte

Dalle voci sommesse e dai rumori deboli di queste pagine quello che traspare è un alone fioco che se pensato nel suo potenziale può diventare rivoluzione silenziosa ma dirompente. Può divenire bellezza in ciò che è fragile e destinato a cadere. Per la Napoli della Ortese il tempo della discesa verso il basso però è già concluso: malati di cancro che chiedono medicine, delinquenti invecchiati, la trasmissione di una canzone che ricorda la giovinezza sono tutte immagini di una rubrica umana priva di aspettative o incanto.

 Questa è la mia città senza grazia

Quello che a noi lettori viene offerto è un viaggio dentro a questa desolazione. I personaggi quasi spettrali dei racconti sono le guide che ci accompagnano in una traversata che non diventa mai patetica o luogo di commiserazione. Essa è piuttosto rivestita da una dolce malinconia e da un tenero ricordo di contentezza. In noi può trovare accoglienza ma soprattutto rilancio nella possibilità di radicamento e adesione piena alla vita, nella gioia anche dentro la fatica.

Forse si trattava di dimenticare tutto come in un dopoguerra
e di mettersi a ballare fuori dai bar
come ha visto in certi posti della Ex-Jugoslavia.
Forse si tratta di fabbricare quello che verrà con materiali fragili e preziosi
senza sapere come si fa

 

”Non sono mai stato, tanto, attaccato alla vita”

Dimenticare è diverso che imparare a lasciare andare. Nel secondo si schiude la possibilità di aprire e aprirsi ad una prospettiva futura senza che il peso del passato impedisca il movimento. Così come nel dopoguerra della Ortese è fondamentale non negare e mantenere chiaro il ricordo di ciò che è stato allo stesso modo tocca a noi divenire consapevoli ma non per questo bloccati .

 

   Quanta vita, improvvisamente, dietro le spalle.

Un’altra musica chiede ascolto, lasciamola entrare,

stiamo a vedere la forma che prenderà

attraversandoci, se saprà rianimarci [….]

a dilatare l’orizzonte fino alla curvatura

che lascia presagirel’incanto

dei giorni a venire.

 

La leggerezza ha un peso o forse solo un livello tale di consapevolezza e accettazione, non indistinta legittimazione, da permettere di poter vivere e potersi vivere con gioia ma non per questo in maniera parziale o poco profonda.

 

Le pagine di questi racconti mostrano in maniera chiara il disfacimento e la difficoltà ma se le si osserva con volto mite e sereno esse diventano la base per rapportarsi alla fragilità. Per pensare a quanta luce può entrare da una persiana rotta, a quanta energia può sprigionarsi da un urto e al potenziale che essa conserva se indirizzata e trattata con cura.

È lo sguardo degli altri a mantenerci in vita
siamo un’impronta che rimane al cuore
di chi ci preme, a germogliare sulla ferita
il tralcio, il fiore oscuro che lega insieme

Ai nostri anni, all’imperativo di rimuovere il dolore, di allontanarlo e rifuggirlo Il mare non bagna Napoli mostra la complessità di scavare dentro la ferita, il coraggio che serve a conoscerla per non rimanervi schiacciati ma per trovare, lì dentro, vita.

Sara Rainoldi

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