I ragazzi qui fuori sono morti dentro

I ragazzi qui fuori sono morti dentro

L’Italia è la sua provincia. Il voto delle Europee dimostra, se ancora ci fosse bisogno, che il cuore (e la pancia) del nostro Paese batte lontano dai grattacieli delle grandi città.

Il 30% a Salvini vuol dire tanto: ridurre tutto all’ignoranza sarebbe forse gratificante, ma terribilmente pericoloso.

La Lega ha fatto breccia un po’ ovunque, anche tra i vecchi cari terroni. Ma non voglio discutere ancora di un partito che, come tutto nella nostra realtà liquida, avrà una fine non troppo lontana.

Il voto delle Europee ha ricordato che in provincia, in periferia, il futuro non esiste. Infatti vince chi s’adegua all’eterno presente dei social.

I vecchi vivono alla giornata. Chi avrebbe il diritto (e il dovere) al futuro invece vive in apnea.

La provincia italiana soffoca. Fuggire è l’unico orizzonte possibile, che presto si trasforma in un’autostrada verso un odi et amo insanabile.

La frenesia delle metropoli affascina e stanca chi fugge dal rumore del silenzio. Inietta vita, ma dà in cambio stress sconosciuto.

Gli altri non possono capire. Ma casa ti manca anche quando sei consapevole di essere al centro del mondo. Anche quando vieni da un buco sperduto a 200 chilometri da Milano o Roma.

Ci vuoi tornare, eppure dopo poco resti di nuovo intrappolato nella gabbia della noia.

I ragazzi qui fuori sono morti dentro

Vivi una vita con la consapevolezza di essere condannato a quella condizione. L’alternativa? Cazzo, non esiste.

I ragazzi qui fuori sono morti dentro. A vent’anni sono mostri di cinismo, senza sogni, ideali e utopie. Ignorano che esiste un mondo al di là dei palazzoni grigi che occupano le loro monotone giornate.

Sono disposti a ingoiare merda per sorbirsi una vita tutto sommato decente: un lavoro d’ufficio, un appartamento in affitto e una macchina usata a rate.

Non sono davvero interessati a qualcosa, perché sono consapevoli che quel qualcosa non li porterà mai da nessuna parte. Si sentono legati da un sistema corrotto che, oggi, cerca facili nemici per lavarsi le mani.

Il dramma è che noi, ragazzi che col sistema dovrebbero avercela a morte, finiamo per abbaiare all’ordine del padrone.

E se proviamo ad abbaiare diversamente, siamo subito messi a cuccia. Davvero a nessuna fa rabbia, questo?

Le stesse cravatte che ci hanno lanciato in una bolgia infernale adesso provano a vestire le felpe da salvatori.

Intanto gli altri, gli adulti, si specchiano nelle loro fotocopie colorate da un illusorio potere.

E spesso sorridono compiaciuti.

Il tempo della politica deve essere il futuro: ma se noi che dovremmo pretenderlo, quel futuro, abbassiamo la testa, chi dovrebbe reclamarlo?

Cos’è l’Italia?

Chi vuole capire davvero l’Italia del 2019, l’Italia di Salvini e della Lega al 30%, deve avere l’umiltà di lasciare i salotti buoni di Milano.

Milano è un’ancora di speranza in un Paese terrorizzato da una strategia criminale che, per tornaconto personale, soffia sul putrido vento dell’odio.

Eppure l’Italia è tutti quei posti dove le scuole cadono a pezzi, le strade sono nastri d’asfalto tra una buca e l’altra e i bar sono il rifugio di vite sprecate.

L’Italia è questo e qualcosa in più.

Gli stipendi da fame e quelli bruciati nelle slot machine, la noia che assale e l’alcol o le droghe che divorano, le opportunità sognate e gli ostacoli che le tengono irraggiungibili.

Mentre siamo patologicamente distratti si sta consumando una lenta tragedia diffusa.

Uno studio dell’anno scorso ha dimostrato che in Italia la depressione giovanile colpisce 800mila ragazzi.

La preoccupante diffusione di quella che, entro il 2020 sarà la malattia mentale più diffusa, dovrebbe aprire serie discussioni. Invece è completamente ignorata.

La vera emergenza

Ripetiamo da anni che l’immigrazione non è un’emergenza. E come potrebbe essere altrimenti?

Un ragazzo africano, io e i miei coetanei abbiamo molti più punti di contatto di quanti i signorotti possano credere.

Non saremo mai in grado di comprendere le sue paure – lui scappa da una guerra, dalla carestia, dalla persecuzione.

Ma condividiamo il futuro rubato: lui rischia la vita per riprenderselo, noi, privilegiati nati in una parte del mondo più fortunata, sarebbe ora di svegliarci.

Cullarci in una malinconica accettazione della realtà non farà che appesantire il fardello d’inadeguatezza che ci sentiamo addosso.

Ecco, voglio dirlo: la vera emergenza italiana è il futuro rubato.

La dittatura della contingenza sta mettendo a serio rischio un domani che già ieri aveva contorni nerissimi.

A vent’anni so che domani qui non c’è posto per me – a meno che non me lo prenda. Ma chi pensa a chi non ce l’ha, la forza di prenderselo?

Felice Lanzaro

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