Sandor Marai e le (sue) braci senza tempo

Sandor Marai e le (sue) braci senza tempo

Sandor Marai – Le Braci

Esistono libri che, nonostante siano stati letti più e più volte, riescono sempre a sorprendere, a incantare il lettore, a farlo perdere tra le sue righe, a rassicurarlo e rigettarlo nella realtà con violenza inaudita. Sono i libri che parlano di passioni umane o, eticamente parlando, dei nostri difetti, a cui non possiamo però rinunciare affatto. E’ come se sentissimo il bisogno di prenderne le distanze, ma fossimo, allo stesso tempo, incredibilmente attratti da quel divario, senza il quale la nostra vita sarebbe condannata ad arrestarsi. All’inizio ne siamo curiosi, cerchiamo in tutti i modi di capire di cosa si tratti. Poi, invece, la curiosità lascia il posto a nuove cautele e dalla cautela nasce anche un certo allarme.

Credo sia proprio a causa dell’appena citato amore-odio per i sentimenti umani che adoro immergermi nelle righe perturbanti di questo libro che, proponendo al lettore pagine di sorprendente poesia, offre uno specchio magnifico dell’essenza umana.

Sandor Marai Le braci

LA SCRITTURA COME SPECCHIO DELLA PROPRIA INTERIORITÀ’

Sandor Marai, scrittore ungherese, consentì alla pubblicazione de Le Braci nell’anno 1942 e fu questo, per lui, il primo grande successo editoriale internazionale. Nonostante questa fama, a mio parere più che meritata, durante la vecchiaia Marai dichiarò di ritenere il libro “eccessivamente romantico”. Con alte probabilità, diede questo giudizio probabilmente nauseato dalla figura del generale, sua controfigura, che metteva in risalto i primi sintomi di un profondo disagio esistenziale che colpì l’autore durante la sua vita. Marai si rivelò profondamente antifascista e, come il protagonista de Le Braci, era pienamente consapevole di avere un importante compito da assolvere: contrapporre all’epoca in cui si trovava a vivere (1900-1989)le armi della scrittura, la sua scrittura, sempre animata dall’avversione per ogni forma di dittatura.

Nel 1948 le persecuzioni lo costrinsero a lasciare il Paese e a rifugiarsi in un profonda solitudine. L’isolamento dell’autore si rispecchia perfettamente nella volontaria reclusione del protagonista del romanzo, Henrik, che si esprime in tormentati monologhi che attingono da tempi passati e nascono dai silenzi assordanti, quanto profondi, della solitudine. “L’uomo comprende il mondo un po’ alla volta e poi muore” aveva detto Henrik e fu il destino che spettò, in qualche modo, allo stesso Marai.

L’EROS DELL’AMICIZIA NON HA BISOGNO DI CORPI

Il romanzo è un vero e proprio incontro-scontro tra due amici di vecchia data che, entrambi a loro modo, hanno avuto modo di attendere nel corso della loro vita. Henrik rinchiuso nella sua abitazione signorile e Konrad viaggiando per il mondo. Sono entrambi carichi di un bagaglio di esperienza che cercano di svincolare dal passato, ma, senza riuscirci. “L’amore domanda amore. Lo domanda…ancora”. (J. Lacan, Il seminario. Libro XX)

“Non ebbero bisogno di stringere patti di amicizia come fanno di solito i ragazzi della loro età, che indulgono con passionalità enfatica a rituali ridicoli e solenni, nella forma inconsapevole e grottesca in cui il desiderio si manifesta tra gli uomini quando decide per la prima volta di strappare il corpo e l’anima di un’altra persona al resto del mondo per possederla in maniera esclusiva. Il senso dell’amore e dell’amicizia è tutto qui. La loro amicizia era seria e silenziosa come tutti i grandi sentimenti destinati a durare una vita intera.”

L’amicizia tra Henrik e Konrad affonda le sue radici nella notte dei tempi e, Marai dedica al tema dell’amicizia, pagine in cui dimostra un’estrema sensibilità alla questione dell’incontro con l’altro. Sia questo un incontro tra amici o un incontro amoroso. Osservando la genesi di questi sentimenti  è facile accorgersi di quanto magico e incantevole possa essere il momento dell’incontro. I sentimenti che proviamo verso un’altra persona si offrono infatti come una sorpresa. Qualcosa di non programmato, ad un certo punto, accade, interrompendo la sequenza temporale ordinaria. Non è forse questo un miracolo? Ma, un incontro, è sempre fatto di frammenti, di sguardi, di profumi, di colori, con l’aggiunta che, spesso, siamo colpiti da un difetto singolare dell’altro. Quel difetto che lo rende unico, inimitabile e per questo degno della nostra più alta considerazione.

“La loro alleanza, fragile e complessa come ogni relazione umana, doveva essere salvaguardata da tutte le complicazioni causate dal denaro, da ogni ombra di invidia o di indiscrezione. Non era una cosa semplice.”

LE BRACI: UN NUOVO SENSO PER UN NUOVO MONDO

Konrad è originario di una famiglia povera mentre, Henrik, è figlio di un importante ufficiale, ma, l’amore che li lega, è qualcosa che va oltre al Dio soldo. Dato il loro forte legame ognuno perdona l’altro: Konrad perdona ad Henrik la sua ricchezza, mentre il figlio dell’ufficiale perdona all’amico la sua povertà. L’incontro si realizza infatti come esperienza di un altro che è diverso da me, ma sentiamo che questa esigenza di contrapposizione è ripresa e voluta nei suoi minimi dettagli. L’incontro con l’altro è l’incontro con qualcosa che non si può possedere, è sfuggevole, lontano ed è questa divergenza che rende l’altro apprezzabile in tutto il suo essere. Si staglia uno iato possibilistico che lascia lo spazio all’immaginazione, un nulla che, a poco a poco, vediamo riempirsi fino ad avvicinare gli opposti. Così come l’incontro d’amore conferisce senso all’esistenza, l’amicizia rende questa vita unica e insostituibile, attesa.

“Ma poi sei tornato, perchè non potevi fare diversamente. E io ti ho aspettato, perchè nemmeno io potevo fare diversamente. E sapevamo entrambi che si sarebbero incontrati ancora una volta, e che poi sarebbe stata la fine. Della vita, e naturalmente di tutto ciò che ha dato senso alle nostre vite e le ha mantenute in tensione fino a quel momento”

Henrik aspetta l’amico per quarant’anni, rimanendo chiuso nella sua casa, circondato da una riflessiva solitudine, che, gli permette di maturare alcune domande, cariche di angoscia e risentimento, da porre all’amico. Konrad era partito per un lungo viaggio senza render conto a nessuno di questa improvvisa partenza, ma, Henrik, in cuor suo, sapeva che sarebbe tornato.

“Come le persone appartenenti allo stesso gruppo sanguigno sono le uniche che possano donare il loro sangue a chi è vittima di un incidente, così anche un’anima può soccorrere un’altra solo se non è diversa da questa, se la sua concezione del mondo è la stessa, se tra loro esiste una parentela spirituale”

SANDOR MARAI E L’ALTRO INAFFERRABILE

Il racconto ha il suo perno attorno alla giornata del 2 luglio 1899, quando i due amici, partecipano insieme ad una battuta di caccia. Lì, nel fitto bosco della tenuta, qualcosa tra i due si rompe, la fiducia cade e si apre il solco profondissimo del tradimento. Da quel momento tutto precipita di colpo e Konrad decide di darsi alla fuga per non dover subire le conseguenze del suo gesto. E’ in questo contesto che compare anche la terza figura del romanzo, Krisztina, moglie di Henrik, e si inserisce perfettamente in uno sfondo di sotterfugi e parole mai dette.

Henrik si sente per la prima volta solo e prova rabbia, scaturisce in lui, a ragione, il neonato sentimento della gelosia. Il geloso, infatti, fa esperienza angosciante della libertà dell’amato e la vive come un tormento, perchè, deve necessariamente riconoscere che c’è in lui un segreto insondabile, che lo rende assolutamente illeggibile. Per questa esigenza di assicurarsi un possesso assoluto dell’amato, la gelosia, potrebbe sfociare anche in atti violenti, oppure, come nel caso di Henrik, in un allontanamento totale dall’altro.

L’ESPERIENZA INDELEBILE DEL TRADIMENTO IN “LE BRACI”

La gelosia porta con sé, dunque, un timore perenne di essere traditi ma, nel tradimento, di fatto si realizza. Ci sono vari modi in cui possiamo sentirci traditi o delusi da qualcuno ma, se ci fate caso, questi sentimenti scaturiscono sempre da chi sentiamo più vicino, da chi ha costruito con noi un mondo che si sgretola e scompare di colpo. Per Henrik tutto questo, dunque, non è solo la perdita di un fondamentale sostegno, ma, la morte di due mondi: di quello che l’amore tra lui e la moglie aveva creato e di quello che l’amicizia tra lui e Konrad aveva fatto miracolosamente sorgere. Quando muore l’esistenza del sentimento muore un mondo che si sente spogliato del suo senso.

“E ogni libro conteneva un pizzico di verità, e ogni ricordo mi insegnava che è vano cercare di scoprire la vera natura dei rapporti umani, perchè la conoscenza non ci aiuterà a diventare più saggi. Ecco perchè non abbiamo il diritto di esigere franchezza e piena fedeltà da chi abbiamo scelto come amico, tanto più se gli eventi hanno dimostrato che questo amico ci è stato infedele”.

Il dramma del tradimento coinvolge indiscutibilmente anche lo stesso traditore, poiché Konrad, nonostante tutto, rimane profondamente legato all’amico. Proprio per questo il perdono risulta al traditore tanto difficile perchè chiede di perpetuare un patto che lui stesso ha rotto. Ma l’evento del tradimento è indelebile e, come dice Massimo Recalcati in “Lessico amoroso”, l’esperienza, rara ma non impossibile, del perdono è atroce e molto lenta.

“La gelosia, il disinganno, la vanità ferita fanno terribilmente soffrire. Ma poi a poco a poco il dolore si attenua, e anche la collera con gli anni svanisce. Alla fine tutto passa, come passa la vita”

SCORDARE QUALCUNO NON SIGNIFICA DIMENTICARLO

Ormai i due amici non hanno nulla da dirsi e, come sapevano che si sarebbero rivisti, questa volta sono certi che si separeranno per sempre. Ma, cosa significa separarsi? Separarsi non vuol dire semplicemente allontanarsi da qualcuno o qualcosa ma distaccarci da una parte di noi, quella parte che colui che abbiamo perduto sosteneva. Da qui scaturisce il dolore che, tutte le separazioni, indistintamente, portano con sè. All’inizio è difficile prendere coscienza del fatto che non possiamo più affidarci ad un mondo ormai privo di senso, sentiamo ancora la presenza dell’altro, forse per abitudine. Siamo tormentati, perseguitati dall’immagine dell’altro il cui nome abbiamo sempre a fior di labbra. Vorremmo urlare, chiamare quel nome perduto per sempre ma il fiato non ha voce e non c’è nessuno ad accogliere quel l’invocazione e, così, regrediamo nella posizione della vita inerme.

“Perchè la passione non si piega alle leggi della ragione, non si cura minimamente di quello che riceverà in cambio, vuole esprimersi fino in fondo, imporre la sua volontà, anche se in cambio non ottiene altro che sentimenti mansueti”

sandor maraiPer sfuggire al dolore della separazione c’è chi tenta di sostituire l’oggetto amato, chi si rifugia nell’odio oppure chi costruisce un nuovo mondo, senza l’altro, in totale solitudine. Queste sono soluzioni comode, adottate ai nostri tempi, per sfuggire a qualcosa da cui, in realtà, non abbiamo scampo. Si apre dunque la possibilità di prendere coscienza dell’assenza dell’altro e, nel tempo, di dimenticarla, ovvero, toglierla dalla mente, e di farla scivolare lentamente nel cuore, senza mai scordarla.

Un fuoco, come può essere quello di un amore o di un’amicizia particolarmente intensa, brucia per poco, poi si spegne. Allora, le fiamme ardenti, si tramutano in braci che, raffreddandosi, diventano cenere leggera con cui il vento tanto ama giocare. Le braci conservano il calore della perduta fiamma, ma, senza più essere fuoco, quasi a perpetua memoria di un passato troppo denso da affidare interamente alle parole.

“C’è troppa tensione nel cuore degli uomini, troppa animosità, troppa sete di vendetta. Guardiamo in fondo ai nostri cuori: che cosa ci troviamo? Una passione che il tempo ha soltanto attutito senza riuscire a estinguerne le braci”

Altre letture sul ‘900

Il ‘900 è stato il secolo che ha accolto la crisi delle conoscenze e delle certezze nelle loro più svariate sfaccettature. Anche la letteratura e gli scrittori ne hanno risentito e si sono così spinti verso nuovi lidi, fino ad allora inesplorati, spingendo le possibilità della scrittura fino a superare limiti che prima si pensavano invalicabili.

Su Muse d’Inchiostro ci siamo confrontati con queste sfide a suon di romanzi di Italo Calvino, sia in “Se una notte d’inverno fossimo noi i viaggiatori?” sia in “Il castello dei destini incrociati“, senza dimenticare Tahar Ben Jelloun e il suo “Creature di sabbia” e l’eterna vergine scrittura di Kenzaburo Oe.

 

Valentina Sprega

Valentina Sprega

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