L’estate del 1958: “Memoria di ragazza” di Annie Ernaux

«In questo preciso istante, per le strade, negli open space, in metropolitana, nelle aule magne, milioni di romanzi sono scritti nelle teste delle persone, capitolo dopo capitolo, cancellati, ripresi, e tutti muoiono, perché realizzati o perché non lo sono».

Non mi è mai capitato di leggere un romanzo così vertiginoso e insano, esplosivo e intimo.

Annie Ernaux ha abituato i suoi lettori ad uno stile asciutto e penetrante, ma con quest’ultima opera: Memoria di Ragazza (edito L’orma) si è spinta oltre:  ha creato il suo personaggio reale con cattiveria (e razionalità annebbiata) e l’ha giudicato, abbandonando l’idea che quella scrittrice tra le pagine è ella stessa. 

Protagoniste sono l’estate del 1958 e  la ragazza del ’58, come l’autrice si definisce. Parte, lontana dalla famiglia e diciottenne, per lavorare come educatrice presso una colonia estiva.

In quell’occasione scopre, per la prima volta, il proprio corpo e la sua vulnerabilità, l’amore (o presunto tale), il sesso, la paura d’essere sempre carne in pasto alle dicerie, la luce e il buio, la violenza, la bellezza di percepirsi giovane ma il timore di non esserne all’altezza, la voglia di ribellione.

«Per far strabuzzare gli occhi alle suore mi faccio le trecce, mi metto lo smalto e porto la giacca slacciata.

Essere giovani è strepitoso! Non ho nessuna fretta di mettermi in catene sposandomi.

Alla ragazza del ’58 piace tutto ciò che le sembra emancipato, moderno, à la page e critica le bacchettone, le ragazze con i paraocchi o quelle alla ricerca di un marito pieno di soldi

  

Racconta come è diventa donna, scrittrice, l’una penetra nell’altra e la libertà ne è la sintesi. 

Rivela le sue ambizioni, la bulimia e l’amenorrea che l’hanno investita, la speranza del futuro e la vergogna del passato; confortandosi nella certezza che nessuno ricorda la ragazza del ’58.

Pur nutrendo turbamento la Ernaux non vuole solo evocare il suo passato: vuole essere in quel passato, confessa: «non cerco di ricordarmi, cerco di esserci». Ed è per tali ragione che definire l’opera come una semplice raccolta di memorie risulta riduttivo e ingiusto. 

L’autrice dipinge una società: maschilista e bigotta, ma la speranza è la tempera più accesa, speranza che le donne, dieci anni dopo l’estate del 1958, si sarebbero percepite come tali e non inferiori agli uomini, e avrebbero iniziato a camminare lungo quel sentiero che ancora percorrono: destinato all’uguaglianza e alla libertà.

Non è solo la storia di una donna piuttosto di tutte le donne. E se per questo sesso immedesimarsi ed empatizzare con siffatto racconto è facile, lo è anche in relazione a personaggi maschili e intessuti di machismo: poiché le lettrici sono state cresciute e abituate ad un solo modello narrativo: uomo-centrico.

Dunque, mi rivolgo a tutti i lettori di sesso maschile, aprite i libri scritti da donne che parlano di donne… perché tra quelle righe c’è la storia di tutti.

Non è stato semplice continuare, pagina dopo pagina, la lettura, poiché lo stato d’inconscio della scrittrice fuoriesce  illogico come il sangue dopo una lacerazione, e fa male; oltre al fatto che la ferita esiste e negarla o camuffarla non è altro che sabbia su quel rosso che scorre. 

Il vittimismo e il pietismo non sono mai contemplati e forse questa loro totale assenza ha disturbato la percezione di ciò che stavo andando a leggere, ancora non sono in grado di dire se in positivo o in negativo, e forse non lo saprò mai. 

Annie Ernaux è stata coraggiosa a raccontare la fine della sua adolescenza, di certo più audace di me nel leggere la sua testimonianza. 

Lascio a voi lettori curiosi le ultime parole di questa incredibile opera.

«Tra le mie carte ho ritrovato questo appunto, una sorta di dichiarazione d’intenti:

Esplorare il baratro tra la sconcertante realtà di ciò che accade nel momento in cui accade e la strana irrealtà che, anni dopo, ammanta ciò che è accaduto.»

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