I Fiordalisi – Alba che non so

La scelta della citazione luziana con cui si apre l’opera di Anita Piscazzi Alba che non so dice molto del senso di assenza/presenza che avvolge tutti i versi della raccolta, trasponendola fin da subito in una dimensione iper-presente e innescando spontanea una riflessione sulle possibili implicazioni di una virtualità dilagante e spesso erroneamente definita. Virtuale, nella sociologia della comunicazione, non è ciò che si oppone al reale, bensì l’insieme degli orizzonti possibili, dell’infinito materiale grezzo potenzialmente sempre pronto a farsi atto e, quindi, a divenire realtà concreta. Il virtuale di Piscazzi è, piuttosto, un’incorporeità sofferta e sofferente, un vuoto-mancanza che si fa emblema tangibile dell’impossibilità di avere, toccare, afferrare e che diviene il secondo termine di una scelta in cui domina, al centro, un imperante aut. Tu o non tu; amore o non-amore; adesso o mai; tutto o niente. L’autrice separa di netto la materialità della presenza all’immaterialità dell’assenza, per poi ribaltare le carte e dimostrare come il verso poetico, l’aut che prende forma, è in grado di rendere immanente il trascendente, qui il là, abbraccio la mancanza. Un’illusione? Non è questo che interessa a Piscazzi né al lettore di Alba che non so, poiché la questione sta da un’altra parte, è tutta annidata nella percezione di quello che manca, nel prendere coscienza del vacuum di cui, in quanto esseri umani, ci troviamo a fare continua esperienza. Vicina alla natura nel continuo riferimento al mondo animale e vegetale, e vicina alla natura per la sua ineliminabile ciclicità, l’opera fa di ciò che non c’è il primo passo nella direzione dell’esserci, dell’assenza il trampolino verso una presenza piena e a due, perché è nell’oltre-sé l’unico sé degno di questo nome; è solo ammettendo la notte e solo attraversandola l’unica possibilità di vedere l’alba.

 

Alba che non so, CartaCanta 2018

 

Tutto quello che voglio dirti

è rimasto chiuso mille anni.

 

Ti ho cercato nel blu virtuale di

un android, nelle profondità dei suoi

ultimi accessi

 

non sei venuto incontro.

 

Allora ricomincerò, come se non fosse

mai stata mattina. La gatta piumosa mi

guarda pigra.

 

Il sole sa distruggere se lo fissi

non ho capito il vuoto di te, trema il suolo.

 

Non dirmi niente.

 

Leggi. Come l’ultima volta

quando sei partito. Sarò qui a toccarti

la mano mentre fuori il temporale sorprende.

 

Tutto se ne va si mette in viaggio

ma tu non voltarti se passa una rondine.


Fioriscono i pruni e i ciliegi

 

e il passero si perde nelle stanze

vuote di quand’ero ragazza che

cercavo l’inverno in estate.

 

Ora so che la vita fa strani giri

per ritrovarsi dove un tempo

era facile stare.


Non mi basta questo biancore sordo

che cade da due giorni.

 

Non mi basta questo dove sono e molte

volte non sono.

 

Cercami nel vento

cerca la casa dove vivo

o forse dove muoio.

 

Si sorride, si sorride molto stasera

anche se c’è il gelo. Bevo vino bollente

e sorrido forte e canto davanti ai gatti

laminati che volano alla miccia.

 

È vero sono qui col chiodo conficcato nelle

caviglie, ma tu dammi ancora la dolcezza della

fine, capitati per caso senz’altro tempo da fare

se non il silenzio.

 

Muti e nello spazio che rimane

cercare una canzone, ma ce n’è una

che insiste nella testa:

 

“Come la fede al santo, come la gola al canto

io ti vorrei bastare. Come il fiato in salita,

come il cielo in prigione io ti vorrei mancare”


Forse mi cerchi perché

sono la parte oscura di te

 

il nero dove ti bagni ogni volta

che la monda parla al casello

di ciò che non vedi

 

all’estremo saluto del tuo rimorso.

 

I rami aspettano nel buio

le loro dita scheletriche ripetono

quella parola di mille anni fa

 

il tempo tra noi è morte

non si può dividere l’universo.

 

L’uomo si perde senza il pensiero

 

ti ho aspettato silenziosa nella mia

mensa prima che tu riconoscessi

me, io te

 

quell’unica sillaba rimasta dentro

attende il movimento più alto

 

fuori luglio infiamma.

 

Anita Piscazzi, pianista, poeta e dottore di ricerca si occupa di studi etnomusicologici e didattico-musicali. Ha pubblicato le raccolte poetiche: In lumen splendor (Oceano Ed., Sanremo 1999), Amal (Palomar, Bari 2007), Maremàje (Campanotto, Udine 2012), Alba che non so (CartaCanta, Forlì 2018). Sue poesie sono presenti in “Ossigeno Nascente” (Atlante dei poeti contemporanei italiani a cura del Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica Alma Mater Studiorum – Università di Bologna), in diverse antologie tra cui “Umana, troppo umana” (Aragno, Torino 2016) e blog letterari come “Centro cultural Tina Modotti Caracas”, “InternoPoesia”, “Poetarumsilva”. È stata recensita da Maurizio Cucchi su «Specchio» de «La Stampa», nella rubrica «Perle di classica» di «Libero» e per «TeatroLaFenice». Ha collaborato al progetto poetico-musicale: “Alda e il soldato rock” con Eugenio Finardi e al progetto teatrale: “Miss Kilimangiaro” in Kenya per “Avis for Childrens”. Collabora con le riviste poetico-letterarie «La Vallisa», «Incroci», «CittàdiVita» e «ClanDestino». È caporedattrice della rivista di poesia «Marsia. Variazioni poetiche».
Alessandra Corbetta
(guarda anche l’uscita precedente)

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