L’eterna vergine scrittura di Kenzaburo Oe

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La vergine eterna. Chi è questa donna? Avevo sedici anni quando me lo chiesi per la prima volta. La donna della copertina, una bellezza orientale piuttosto anonima, mi aveva lanciato un’occhiata vuota dallo scaffale stracolmo dei libri consigliati dalle bibliotecarie. Certi libri, in corso di lettura, oppure a posteriori, ti fanno pensare a chi prima di te li ha stretti tra le mani. Questo non è da meno. Certi libri, prestati da una biblioteca, hanno il sapore di una verginità sottratta all’altro che prima di te ha goduto di quello stesso aroma agrodolce delle pagine. Quella stessa sensazione di stare dentro a una storia che, in fondo, non è mai la tua e, proprio per questo, è ancora più seducente.

THE BEAUTIFUL ANNABEL LEE WAS CHILLED AND KILLED

A distanza di ormai cinque anni mi sembra di vederla ancora, la donna-bambina con la candida veste, sdraiata su di un prato verde di primavera, mentre sopra di lei il cielo lentamente si fa azzurro. Ha finito di piovere, ma la sua veste è ancora candida? Questa  l’immagine e questo l’interrogativo che Kenzaburo Oe, classe 1935 e premio Nobel per la letteratura nel 1994, ripropone ininterrottamente nel suo romanzo “La vergine eterna” (Feltrinelli, 2007). Romanzo che è in parte biografia, in parte lezione di vita, in parte encomio della vita e della possibilità di riscattarsi dai mali del passato

Per una volta non me la sento di battibeccare con i traduttori delle case editrici italiane, che spesso invece di tradurre tendono a tradire i titoli dei romanzi stranieri. Anche questa volta è successo, ma la metamorfosi secondo me è stata vicente. “La vergine eterna” è un titolo ipnotico, come la donna sulla copertina, tanto comune eppure tanto inquietante. Titolo che gli editori anglosassoni hanno preferito tradurre alla lettera dal giapponese: “The beautiful Annabel Lee was chilled and killed” ((臈たしアナベル・リイ 総毛立ちつ身まかりつ) . Gli appassionati di Edgar Allan Poe non avranno tardato a riconoscere in questo titolo la citazione di una delle poesie più malinconiche e inquietanti dell’autore.

Molti e molti anni or sono,
in un regno vicino al mare,
viveva una fanciulla che potete chiamare
col nome di Annabel Lee;
aveva quella fanciulla un solo pensiero:
amare ed essere amata da me.

Io fanciullo, e lei fanciulla,
in quel regno vicino al mare:
ma ci amavamo d’amore ch’era altro che amore,
io e la mia Annabel Lee;
di tanto amore i serafini alati del cielo
invidiavano lei e me.

Poe scrisse questa poesia due anni dopo la morte della moglie, avvenuta all’età di 24 anni. Annabel Lee fu l’ultima poesia scritta dall’autore anglosassone, noto per aver dato inizio al genere narrativo della storia dell’orrore, ma in realtà anche commovente poeta. Questa fu, appunto, l’ultima poesia completa, perchè Poe sopravvisse solamente due anni alla moglie. Una poesia che è un addio e un arrivederci: essa costituisce parte del necrologio di Poe, come un ultimo, inquietante e gelido, gesto d’amore. Ave atque vale, insomma.

A discapito di ciò, il legame che lo scrittore giapponese intesse tra questa poesia e il suo romanzo è tutto costruito sui fili della speranza. In un’intervista infatti Kenzaburo Oe ha parlato del sollievo provato nel concludere la storia della sua “vergine eterna”:

Per la prima volta, ho deciso di scrivere una storia con un lieto fine, dove qualcuno si eleva da un luogo di sofferenza. Dopo aver concluso la stesura, ho compreso che una prospettiva di futuro luminosa, guadagnata dopo aver superato le difficoltà della vita, riguarda l’accettare nuovamente, da capo, la propria gioventù. [Kenzaburo Oe]

UNA BIANCA, CANDIDA VESTE

La gioventù d’altra parte è il piano di partenza su cui è costruito questo romanzo immenso, non tanto per numero di pagine, quanto piuttosto per la quantità dei piani temporali e dei filoni narrativi che si intrecciano. Tre sono le sequenze narrative fondamentali, che si dipanano in un Giappone a tratti contemporaneo e a tratti primordiale: il presente, il passato e il futuro.

La prima è appunto quella del presente e dell’incontro tra Kenzaburo e il vecchio amico di gioventù, Komori. Un incontro in grado di aprire uno squarcio tra i veli del tempo, permettendo all’autore di riportarci indietro, verso un passato distante. La storia inizia infatti con un’immagine che pare una fotografia dalla vita dello stesso autore che, ormai settantenne, cammina a braccetto col figlio Hikari, handicappato dalla nascita a causa di una menomazione celebrale e da sempre musa ispiratrice dello scrittore giapponese. Le passeggiate sono un esercizio abituale per il padre ormai vecchio e stanco di scrivere e per quel figlio, che nulla può contro l’inganno della natura.

“Come! Siete voi qui?” è la citazione di Eliot con cui Komori saluta Kenzaburo riportando nella sua vita i profumi e gli infortuni di una passato distante ormai trent’anni. Un passato tormentato, le cui lave incandescenti ruotano intorno al Progetto M: la realizzazione di un film tratto dal romanzo storico Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist. Una storia ambientata tra i contadini della Germania del 1500 ma trasposta al tempo delle rivolte contadine contro l’aumento delle imposte nello Shikoku durante la Restaurazione Meiji. Un progetto la cui regina è Sakura Ogi, bellezza orientale, attrice celebre per i ruoli hollywoodiani interpretati da bambina. Un’orfana, adottata e poi sposata da un militare americano.

E’ lei a voler prendere le redini di questo progetto, nei panni di regista e di attrice, affidandone la stesura del copione a un giovane Kenzaburo involontariamente sedotto dalla sua bellezza e dal suo passato oscuro, sfuggente. Un passato che tormenta tutti quelli che ha toccato.

Alice Liddell fotgrafata da Lewis Carroll, 1858

All’età di soli dieci anni infatti Sakura era stata protagonista di un filmino in 8 mm girato dall’allora padre adottivo, (sarebbe infatti poi diventato suo marito). Il filmino mostra l’attrice bambina, vestita con un abitino bianco Una bambina tanto simile a quelle che Lewis Carroll amava fotografare, catturata dalla cinepresa mentre corre spensierata su di un prato verde, mentre in sottofondo una voce maschile recita la poesia di Edgar Allan Poe. Sakura è Annabel Lee, la stessa bambina misteriosa della poesia.

Per lunghi anni la scena finale ha tormentato la bella attrice, una scena a dire il vero del tutto priva di significato (la bambina è semplicemente sdraiata su un prato verde), ma tale da suscitare incubi implacabili per tutto il corso della sua vita. Una sola domanda assilla Sakura: era rimasta bianca e linda la sua candida veste? Sarà il regista del nuovo film di cui è protagonista, Komori, a svelarle l’arcano e a mostrarle la versione integrale del filmino, quale è stata ritrovata tra i possedimenti del marito da poco morto. La visione nuda e cruda dello scandalo pedopornografico lì contenuto avrebbe portato al definitivo fallimento del progetto.

 

Quando Nabokov scrive che non indossava nulla sotto il vestitino leggero, mi veniva in mente Sakura-san che saltellava qua e là liberamente malgrado indossasse quegli ingombranti mutandoni di cotone. E da allora, nonostante il tempo che continuava a passare, l’ho ricordata sempre così, la mia cara Sakura-san, con indosso un vestito rosso e leggero che al sole lasciava intravedere le gambe in trasparenza. Così, come una … vergine eterna. […] in effetti Sakura-san era una vergine eterna di tutt’altro tipo, una ragazzina che brillava e splendeva in ogni suo gesto. [La vergine eterna, Feltrinelli 2007]

 

LE FORESTE DELLO SHIKOKU

Le foreste di Shikoku

Annabel Lee non è l’unico alter ego di cui Sakura si riveste. La splendida donna, che con i suoi modi gentili ma sempre distanti si scava con le unghie un ruolo sempre più centrale all’interno del progetto M, si impersonifica nella Madre di Meisuke.

Meisuke è uno dei protagonisti della seconda rivoluzione agricola dello Shikoku (la più piccola isola dell’arcipelago giapponese) e sua madre è un personaggio tragico, venerato alla stregua di una divinità nell’oscurità delle profonde foreste dell’isola. Una donna impavida, che lotta per i propri ideali, ma che è anche destinata a una grande sofferenza. Una figura inquietante, in onore della quale le donne contadine dello Shikoku organizzano passionali rappresentazioni teatrali, dove ogni attrice sembra essere posseduta dallo spirito innarrestabile di quella madre, che fu anche eroina.

Sono tante le cose che Sakura sente di avere ereditato da questo personaggio semi-mitologico: la forza di una donna capace di costruirsi da sola una propria carriera di successo, certo, ma anche quella vena di sofferenza mai del tutto sopita, che la tormenta prevalentemente di notte. Una sofferenza legata a quel filmino mai conclusosi nella sua memoria, ma il cui finale, dolorosamente vero, ha influenzato tutta la sua vita tramite il subconscio. E’ infatti tramite la spiegazione di quell’ultima scena che il lettore riesce a rendere conto delle strane perversioni sessuali che possiedono questa donna all’apparenza perfetta. Una vergine eterna che ha smesso di essere vergine quando ogni donna meriterebbe di restare tale.

Così letteratura, cinema, mito e storia fuoriescono dalle parole scritte e entrano nella vita reale. Sakura è Annabel Lee, ma è anche Meisuke: questa forse la spiegazione della passione violenta con la quale l’attrice sente di dover rendere giustizia a quelle storie di un Giappone sepolto da secoli di storia. Storie di resistenza strenua, di bellezza, di coraggio e di profondo, profondissimo orrore per tutte quelle perversioni umane che non vanno taciute né dimenticate. Sakura è una contraddizione vivente: una vergine non vergine, una sposa bambina, un’attrice di successo fallita.

Sono molti i significati che possono essere attribuiti a questo romanzo: un’allegoria dello stupro della cultura giapponese da parte di quella americana forse, oppure uno specchio della fitta trama di citazioni letterarie che fanno da sfondo alla vita di ciascuno di noi, o ancora la rappresentazione dell’eterno mistero della verginità.

Una verginità intesa non tanto come concreta preservazione, ma piuttosto come desiderio di preservare ciò che siamo in quella zona più intima di noi che non può essere ridotta a mero corpo. Il desiderio di conservare se stessi, a discapito delle violenze, non solo e non tanto fisiche, che siamo costretti a subire. Il mistero di un paese, il Giappone, che non rinuncia alle proprie tradizioni, perchè sa per esperienza cosa voglia dire perderle e restare privo di identità. Master Eckhart diceva che nessuna verginità è eterna, assoluta e che l’unica verginità a esserci concessa è quella del cuore. Una verginità non di fatti, ma di intenti.

Tu le hai mostrato la tua grande storia, la storia del tuo villaggio nel cuore della foresta dello Shikoku alla vigilia della modernizzazione del Giappone, una storia che conosci come le tue tasche e nella quale lei ha fiutato un personaggio di cui si è invaghita: la Madre di Meisuke. […] Lo spettacolo teatrale in cui tua madre impersonava quella donna leggendaria, all’indomani della guerra, in un’epoca amara e di grande sofferenza per l’intera nazione… Le vicende della tua famiglia, così radicate nel contesto storico del tempo… E poi le donne del villaggio che partecipavano tutte insieme alla rappresentazione e il pubblico commosso e incantato… Sembrava in estasi mentre mi raccontava queste cose al telefono. Mi ha detto che questa Madre di Meisuke è il personaggio che stava cercando da tempo, il prototipo della donna straziata dal dolore che arde dal desiderio di vendetta. [La vergine eterna, Feltrinelli 2007]

LEGGERE UN MAESTRO

Non è solo la storia tuttavia a rendere questo romanzo degno di essere letto, quanto anche lo stile con cui questo vecchio maestro ci comunica: i suoi personaggi parlano, parlano e basta. Le descrizioni sono rare e fuoriescono dai pensieri del narratore, che si sovrappone allo scrittore e veste i panni di uno dei personaggi. Pensieri che a loro volta si intrecciano con i dialoghi, lasciando il lettore a chiedersi cosa sia pensiero vergine e cosa invece parola.

Kenzaburo Oe, con la moglie, Yukari Ikeuchi, e il figlio, Hikari.

Uno stile di scrittura che incalza incantando, una favola per la buonanotte e una scossa per ridare vita alla riflessione. La scrittura di Kenzaburo Oe non è alla moda, non segue il passo dei tempi, ma si perde all’indietro, in quell’epoca in cui alla parola era affidato il compito di generare credezna e vita e sogno. E’ questa una scrittura che segretamente ti inganna, portandoti dalla storia di un fallimento alla storia di un riscatto, dando voce a personaggi che non sono esotici solo per la loro provenienza, ma anche per il loro modo di essere. Sakura, Kenzaburo, Komori, Hikari: la loro essenza è così piena e vera da renderli simili all’Odisseo di Omero, a quegli eroi insomma che esistono solo nella nostra immaginazione. I personaggi de “La vergine eterna” sono intensi e partecipi della propria vita come nessuno di noi è e forse come tutti dovremmo essere.

E così, leggendo, scopriamo che questa non è altro che la storia di una redenzione. Di molte redenzioni. E’ la storia di un paese in grado di risorgere dalle proprie ceneri, allegoriche e materiali, la storia di tradizioni che non devono andare perdute. E in fondo, come ci suggerisce lo stesso Kenzaburo nel suo tentativo di assimilare la ribellione dei contadini tedeschi a quella dei contadini dello Shikoku, il messaggio che possiamo trarne è che ovunque siamo, siamo tutti esseri umani.

Credo di star componendo le mie opere per connettere me stesso, la mia famiglia, con la società – col cosmo. Connettere me e la mia famiglia al cosmo, questo è semplice, perchè tutta la letteratura ha qualche tendenza mistica. Perciò, quando ci troviamo a scrivere della nostra famiglia, possiamo connettere noi stessi con l’intero cosmo. [Conversation with Kenzaburo Oe , Harry Kreisler]

CON UN AMORE CHE ERA PIU’ DI UN AMORE

Chi è questa donna, dunque? Questo spirito bianco e vergine che infesta le foreste oscure delle nostre menti? Forse quell’anelito ancora irrealizzato, quell’essere intatto e celato nella nostra più profonda essenza: la fuga da ciò che si è stati. Ma non c’è fuga e non c’è rifugio: esiste l’accettazione e poi il riscatto. Nel bene e nel male, per nostra o per altrui volontà, di qualunque genere sia quel torto che ti tormenta, non merita di mangiarsi ogni nostra storia.

Oltre gli alberi fitti di questa foresta implacabile si erge eterna e sempre cangiante la possibilità di scoprirsi nuovamente nuovi e, in grazia di questo, continuare a vivere. Vergini eterne e consapevoli che il tempo non sempre e non solo lacera: talvolta cristallizza ciò che di noi temevamo per sempre perduto.

Martina Toppi

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