I Fiordalisi – L’arte di Eliana (e Kazimir Malevič)

I Fiordalisi – L’arte di Eliana (e Kazimir Malevič)

Torna l’appuntamento con la nostra esperta d’arte Eliana Masulli che oggi ci propone un’attenta disamina di una bellissima opera di Kazimir Malevič, accompagnata da una poesia di Vladimir Majakόvskij da me scelta.

 

La dimensione sensibile di Kazimir Malevič

 Eliana Masulli

“Per il suprematista sarà sempre valido quel mezzo espressivo che consente un’espressione possibilmente piena di sensibilità. L’oggettivo in se stesso è senza significato per il suprematista e le rappresentazioni della coscienza non hanno valore per lui. Decisiva è invece la sensibilità, ed è per suo tramite che l’arte arriva alla rappresentazione senza oggetti, al Suprematismo. Arriva  a un deserto dove nulla è riconoscibile, eccetto la sensibilità. L’artista ha gettato via tutto ciò che determinava la struttura oggettivo-ideale della vita e dell’arte: ha gettato via le idee, i concetti e le rappresentazioni per dare ascolto alla pura sensibilità”.

 

Kazimir S. Malevič, Chetyreugol’nik (Quadrangolo) o Quadrato nero su fondo bianco, olio su lino, 1915, coll. Galleria Tretyakov, Mosca.

 

Con il Manifesto del Suprematismo, Kazimir Malevič raggiunse realmente quel deserto dove nulla è più riconoscibile, se non attraverso lo sguardo nuovo di un popolo toccato dall’alba di un deturpante 1915.

Di fatto, il Manifesto profumerà di stampa solo nel 1920, poiché contestualizzato in Il Suprematismo come modello della non rappresentazione, titolo esaustivo e loquace di un’opera che poteva definirsi già conclusa e resa viva, anche grazie alla collaborazione dell’acutissimo poeta della rivoluzione, Vladimir Majakόvskij. Non sembrerebbe un caso che quest’ultimo fosse reduce dal suo L’insurrezione delle cose (1913) e che successivamente, nel 1917, mentre Lenin sosteneva che l’insurrezione in sé fosse un’arte inevitabile, Vladimir dichiarasse con forza Basta vivere secondo le leggi/dateci da Adamo ed Eva/sfiancheremo la rozza della storia,/a sinistra !/a sinistra !/a sinistra!, manifestando chiaramente la più caparbia militanza degli eroi collettivi che, come in 150.000.000, Vladimir Il’ ic Lenin e Bene!, divennero a loro volta personificazioni mirate al grido di ogni libertà negata, rappresentanti ufficiali di un popolo cui la storia aveva l’obbligo morale di ripagare in termini di dignità e di beni primari alla vita.

Non ultima, in questo processo di rivoluzione, l’Arte, ovvero l’arte della sensibilità pura nel Suprematismo di Kazimir S. Malevič.

Asserire che la sensibilità potesse fungere da solo mezzo e da unico fine alla rappresentazione della realtà e che di fatto l’oggetto-ideale della rappresentazione potesse essere spazzato via dalla trasmissione pura di un Quadrato nero su sfondo bianco non rientrò certamente tra le imprese più facili di una divulgazione antropo-sociologica politicamente comprensibile a tutti. E di fatto fu così, l’opera non venne compresa e il pubblico si adirò: “è andato perduto tutto ciò che noi abbiamo amato. Samo in un deserto. Solo un quadrato nero su uno sfondo bianco ci sta davanti!”.

Kazimir Malevič seppe colpire il suo pubblico, il suo popolo, dimostrando che l’ascesa alle altezze dell’arte non oggettiva è faticosa e piena di tormenti e che, per penetrare l’epidermide del mondo delle cose, non occorresse più né la volontà né la sua rappresentazione, piuttosto la consapevolezza che la sola estasi di una libertà priva di oggettivazione potesse finalmente attraversare l’armatura della sterile riproduzione in massa, depotenziando il gusto dei virtuosismi di potere, sia questo lo Stato, la Religione e persino la Cosa-in-Sé.

L’arte non si pone più, con Malevič, al servizio del dogmatismo e della sua rappresentazione, non illustra più l’oggetto in quanto tale né la sua imitazione, non deturpa più la realtà con il fascino del rapimento sublime dell’immediato acume estetico, ma inabissa, schiaccia, disturba, interrompe il processo stesso dell’enucleazione formale, restituendo lo sfondo di una sensibilità su cui si adagia il Nulla, ciò che rimane fuori dalla sensibilità, ciò che in alcun modo si può raggiungere e possedere, eppure permane come costante ineccepibilmente inclusa nell’Esistenza.

La nostra vita è una rappresentazione teatrale in cui la sensibilità inoggettiva viene presentata mediante l’apparizione oggettiva (…). Il vero volto dell’essere umano si rivela con difficoltà ai nostri occhi; e se si interpella qualcuno, domandandogli chi egli sia, quello risponde –sono ingegnere, contadino-, insomma, risponde con la definizione della parte che interpreta in qualche dramma delle sensazioni.

Ecco arrivare al pettine il nodo della definizione dell’oggetto, quel configurarsi esaltato e repentino della risposta sociale dell’Essere, il dramma delle sensazioni che non trova mai uno spazio rassicurante nella dimensione quadrata e nera dell’Es. Lo sfondo luminoso determina, dunque, la sua essenzialità, proprio per supportare e suprematizzare quell’oggetto-figura-ideale dell’Io che incontra il Nulla, che deve incontrarlo.

Nel Quadrato Nero appaiono tutte le  possibili definizioni della realtà, del ruolo latitante dell’esperienza umana, del compromesso parolaio cui l’insurrezione delle cose si oppone: “la società non ha dedotto da ciò che essa non conosce il valore effettivo delle cose, e questo fatto è divenuto anche la causa degli insuccessi cronici di qualsiasi praticità. Gli esseri umani potrebbero arrivare a un vero e assoluto ordine nei loro rapporti reciproci soltanto se lo volessero formare e attuare nello spirito dei valori immortali. Risulta evidente, dopo tutto questo, che l’elemento artistico dovrebbe essere preso in considerazione, sotto tutti i punti di vita, come decisivo; non essendo così, le relazioni umane saranno dominate in tutti i campi della vita, non dalla tanto agognata tranquillità dell’ordine assoluto, ma dalla confusione degli ordini provvisori”.

L’agire umano, il calderone dei Nomi, l’almanacco della Parola salvifica sono tutti gli espedienti che le conoscenze contemporanee apportano al criterio di provvisorietà, ovvero l’oggetto del reale, sottoposto alla sintesi di un criterio costantemente variabile, poiché sublimato dall’idea di utilità, lascia inaridire il campo della realizzazione sensibile; e l’uomo conosce il deserto, comprende di essere incluso entro quel quadrato nero del Nulla. Le cose che “corrispondono allo scopo” sono state esse stesse ridicolizzate dalla ciclicità oscena della Storia; quale fine ha dunque più l’Arte se non quello di trasportare la percezione al di là del piano plastico di una  rappresentazione? Lo sfondo della sensibilità non-oggettiva risponde al fallimento della sintesi sottrattiva del nero, del quadrato perfetto e unico della creazione e della sua antitesi iconica: “la maschera della vita nasconde il vero volto dell’arte. Per noi l’arte non è quel che potrebbe essere”.

 

 

La guerra è dichiarata

(di Vladimir Majakόvskij)

«Edizione della sera! Della sera! Della sera!
Italia! Germania! Austria!»
E sulla piazza, lugubremente listata di nero,
si effuse un rigagnolo di sangue purpureo!
Un caffè infranse il proprio muso a sangue,
imporporato da un grido ferino:
«Il veleno del sangue nei giuochi del Reno!
I tuoni degli obici sul marmo di Roma!»
Dal cielo lacerato contro gli aculei delle baionette
gocciolavano lacrime di stelle come farina in uno staccio,
e la pietà, schiacciata dalle suole, strillava:
«Ah, lasciatemi, lasciatemi, lasciatemi!»
I generali di bronzo sullo zoccolo a faccette
supplicavano: «Sferrateci, e noi andremo!»
Scalpitavano i baci della cavalleria che prendeva commiato,
e i fanti desideravano la vittoria-assassina.
Alla città accatastata giunse mostruosa nel sogno
la voce di basso del cannone sghignazzante,
mentre da occidente cadeva rossa neve
in brandelli succosi di carne umana.
La piazza si gonfiava, una compagnia dopo l’altra,
sulla sua fronte stizzita si gonfiavano le vene.
«Aspettate, noi asciugheremo le sciabole
sulla seta delle cocottes nei viali di Vienna!»
Gli strilloni si sgolavano: «Edizione della sera!
Italia! Germania! Austria!»
E dalla notte, lugubremente listata di nero,
scorreva, scorreva un rigagnolo di sangue purpureo.
Alessandra Corbetta
(guarda l’uscita precedente di Eliana)

Alessandra Corbetta

Alessandra Corbetta è nata a Erba il 4 dicembre 1988. È dottore di ricerca in Sociologia della Comunicazione e dei Media e, in Social Media Communication, ha conseguito anche un master; è stata responsabile web e Social Media Director de La Casa della Poesia di Como, per la quale ha creato anche il sito www.lacasadellapoesiadicomo.com e con la quale ha collaborato come Content Writer e nell’organizzazione di reading ed eventi poetici, tra cui il Festival Europa in Versi. Ha scritto per la rivista culturale Alfabeta2. Per Flower-ed ha pubblicato la monografia poetica “L’amore non ha via” e per Silele Edizioni il romanzo “Oltre Enrico (Cronistoria di un Amore sul finale)”. Scrive di poesia e cultura per il blog Tanti Pensieri e di New Media e società per il giornale online Gli Stati Generali e per il Progressoline. Per il blog Menti Sommerse dirige la rubrica poetica “I Fiordalisi”. Ha vinto e ricevuto segnalazioni di merito a diversi concorsi poetici, tra cui il premio della critica a “Ossi di seppia”. Per Lieto Colle è uscita nel 2017 la raccolta di poesie “Essere gli altri”.Tutta la sua attività scientifica e poetica è disponibile sul sito web http://www.alessandracorbetta.net

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