The Umbrella Academy. Un’altra occasione mancata per Netflix

Ormai si è capito, il modello di produzione di Netflix ha lo scopo principale di riempire il catalogo di contenuti più variegati possibile, cercando di intercettare ogni tipo di target che possa trovare conveniente pagare una cifra esigua per una quantità enorme di audiovisivi. Tutto ciò ha un prezzo che si riflette direttamente sulla qualità dei contenuti prodotti. Negli anni si è passati da una produzione di Originals mirata e limitata a pochi prodotti di livello, a un modello che ha allargato orizzonti e confini seguendo la globalizzazione del catalogo, ormai pressocchè identico in ogni nazione in cui è arrivata Netflix.

La premessa è doverosa, perché se si pensa ai fasti di House of Cards e Orange is the new Black, non si capisce come si sia arrivati a toccare vette di trash creativo come Baby, Santa Clarita Diet, o The Umbrella Academy. Il povero Frank Underwood si starà rivoltando nella tomba.

Soffermiamoci proprio su The Umbrella Academy. La prima puntata parte con un voiceover che spiega che il 1º ottobre 1989, 43 donne in tutto il mondo partoriscono contemporaneamente, senza aver mai mostrato segni di gravidanza sino al travaglio. Un incipit interessante che ti porta a pensare che questa serie possa essere qualcosa di diverso dal solito clichè paranormale/supereroistico. La storia continua con l’introduzione del miliardario Sir Reginald Hargreeves, un uomo rude che decide di adottare 7 di quei 43 bambini (non si sa che fine abbiano fatto gli altri), crescendoli e addestrandoli a combattere il crimine, formando una squadra chiamata appunto “The Umbrella Academy”. Ognuno di loro ha un potere diverso, dalla telepatia alla manipolazione del tempo. A questo punto scatta in automatico un pensiero che ci porta a chiederci cosa succederà di differente e innovativo che non si sia già vsito in serie e film come X-men, Misfits, Heroes, Sense8, Freaks, Titans, the OA, e la lista è lunga.

Sempre durante la prima puntata scopriamo anche che una dei sette, Vanya, non ha alcun superpotere, e per questo la si vede spesso (tramite flashback) in situazioni in cui veniva emarginata dal padre, e messa sempre in secondo piano dai fratelli, che vanno in giro a salvare il mondo lasciandola a casa a suonare il violino. Peccato che Vanya sia interpretata da Ellen Page, il volto più noto del cast, attrice di livello, costantemente nel giro degli awards più importanti, insomma non esattamente una a cui affidare un ruolo da emarginata che dovrebbe passare inosservata.

Battere su questo punto è fondamentale per capire quanto la trama di questa serie risulti scontata sin dalla prima mezz’ora del pilota. Per tutta la serie ci viene mostrata la difficoltà esistenziale di Vanya, attraverso flashback di infanzia che ne visualizzano ridondantemente gli aspetti salienti. Pur essendo il personaggio apparentemente meno influente della famiglia, gode di un minutaggio maggiore rispetto agli altri e di un numero di scene in solitaria stranamente sottolineate. La sensazione è che si voglia battere il chiodo su un aspetto che prima o poi risulterà importante nella storia, ovvero che Vanya non sia così poco importante come si cerca di far credere all’inizio.
Nel frattempo uno dei sette fratelli, Cinque (il padre adottivo ha dato ad ognuno di loro dei numeri al posto dei nomi) torna dal futuro, in cui si era perso misteriosamente, mettendo gli altri in guardia sull’imminente fine del Mondo, inesorabile e causata da un cataclisma mai visto e di difficile risoluzione. Evitare la fine del Mondo diventa lo scopo della famiglia, ma senza che questo li sconvolga particolarmente, anzi tutt’altro. La storia scorre come se ognuno sapesse perfettamente di potersi fare gli affari suoi, prendendo sottogamba l’inesorabile minaccia prospettata da Cinque, con la sensazione che tanto prima o poi la squadra avrebbe salvato il Mondo.
Prima di farlo, però, c’è da sbrigare la solita trafila di rapporti da ricucire, cose non dette da confessare, segreti da condividere, crepe da risanare, impulsi da frenare, e vecchi scheletri da rispolverare. Dopo tutto ciò, i ragazzi salveranno il Mondo dalla minaccia più importante, ovvero Vanya. La sorellina timida e disagiata, infatti, esattamente come si capisce sin da subito, non solo in realtà possiede un superpotere (ma dai…), ma è anche il superpotere più cazzuto che esista, un tipo di energia incontrollabile legata al suo umore, capace di distruggere e piegare al suo volere qualsiasi cosa o persona. Capite bene che un potere del genere in mano ad una povera disadattata che ha più rabbia repressa che capelli, può portare solo alla fine del pianeta. E infatti, contro ogni pronostico (sarcasmo mode on), Vanya causa la fine del mondo, distruggendo “accidentalmente” la Luna, che si disintegra in mille pezzi sulle nostre teste, lasciandoci con un cliffhanger scontato quanto il resto della serie. Prima che il pezzo di Luna decisivo li colpisca, infatti, i sette fratelli svaniscono nel nulla. Fine della prima stagione. Ce ne sarà una seconda e probabilmente si andrà oltre, visto il successo di pubblico nel mondo.

Ci sono spunti di originalità bellissimi, e qui non c’è sarcasmo. I poteri dei ragazzi sono ben variegati, e persino i viaggi nel tempo vengono sputtanati meno del solito, rimanendo tutto sommato coerenti e immuni da buchi di sceneggiatura e incongruenze sempre dietro l’angolo quando si scelgono narrazioni del genere. Così come i rapporti tra il bene e il male, mai ridicolizzati, ma al massimo resi grotteschi da personaggi e situazioni sopra le righe tipici di un fumetto, ma che se rese bene fanno il loro effetto anche sullo schermo. Un prodotto anche molto visionario, per certi aspetti.

Il punto debole di questa serie è il racconto. Non si aspetta cosa succederà, ma quando succederà. Non importa nemmeno il come o il chi, perché si riesce a immaginare facilmente. Il personaggio di Vanya fa da esempio a quanto detto finora. Si tratta di un archetipo già visto ma non sviluppato. Un blocco di marmo pregiato scolpito con un cacciavite. Una forma identica a una miriade di personaggi già visti in una miriade di altre serie e film di genere. Vanya è poco più di una Rogue (x-men), di un Simon (Misfits), di tutti quei protagonisti-non-protagonisti che se sviluppati bene lasciano lo spettatore a bocca aperta nel momento in cui si riscattano mostrandosi davvero per ciò che sono, evolvendosi con cura. In questa serie l’evoluzione non c’è, all’arco narrativo si preferisce un angolo retto che aggiunge poco e niente a dei personaggi con poco spessore. Li seguiamo mentre fanno cose sapendo che ne faranno altre, senza particolare stupore. La parte più interessante della storia è legata alle peripezie di Cinque, che fa di tutto per portare a termine una missione ribelle contro forze che vorrebbero impedirglielo. La sua lotta personale contro nemici che non ti aspetti è la parte della trama per cui vale la pena non fare spoiler e guardare la serie.

The Umbrella Academy è una produzione imponente, che trasuda alto budget da ogni poro, e che parte da un’idea potenzialmente molto innovativa, che sulla carta potrebbe reinventare un genere, ma che invece è stata realizzata badando più alla forma che alla sostanza. E non è che ci abbiano badato benissimo. A cominciare dal casting. La scelta di volti anonimi e dalla recitazione monocorde per ruoli da protagonisti non aiuta a isolarsi da possibili congetture e teorie tipiche dei binge wathcers più incalliti. Da questo punto di vista diventa quasi inutile parlare di Ellen Page, ottima nel non eccellere troppo rispetto a tutti gli altri, ma sarebbe stato meglio se il suo ruolo fosse stato affidato ad una sconosciuta emergente che avrebbe garantito più carisma senza distrazioni (vedi alla voce Millie Bobby Brown). Non a caso il più bravo di tutti risulta essere senza dubbio Aidan Callagher (Cinque), che ha 15 anni, ne dimostra 10, ma è bravo come se ne avesse 50 di recitazione alle spalle. Davvero una bella scoperta.
Ah, ci sarebbe pure Robert Sheehan, già noto per aver interpretato Nathan in Misfits. In quella serie il suo potere era l’immortalità, in questa parla e interagisce con i morti. Ennesima scelta opinabile di un casting ragionato male.

Per il resto, c’è un’ottima tecnica, parliamo di qualcosa che resta bello da vedere e che in certi momenti lascia il segno, visivamente perlando. Effetti speciali, costumi, scenografie, fotografia, tutto a livello cinema. Peccato che non ci sia una sceneggiatura all’altezza di tutto ciò.

Voto? The Umbrella Academy è come quel secchione che inizia le superiori inanellando solo voti dal 9 in su, con ottima possibilità di diplomarsi a pieni voti con lode, ma poi scopre che esistono le tette, e alla fine le speranze da centista si riducono ad uno stentato 60.

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