MDLSX – Il teatro del Corpo (libero)

“Certe volte scopro che le parole non mi bastano: non mi ritrovo in parole come tristezza, gioia, meraviglia. vorrei… vorrei una parola per dire la felicità del disastro… oppure quella stranezza improvvisa che ti fa guardarti allo specchio dopo i trent’anni…”

Appena Silvia Calderoni appare sul palco, in mezzo ad una scenografia a metà strada tra la stanzetta di un’adolescente e la tana un animale da rave, una cosa è già chiara a tutti: su quelle tavole c’è una bomba. Una bomba che minaccia una cosa terrificante, se non si è preparati: minaccia di liberarci tutti. Questo è MDLSX, performance/spettacolo prodotto da Motus, per la regia di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò.

Piccolino, magro fino all’inverosimile, guizzante di muscoli, il corpo di Silvia riempie tutta la scena con una voracità che non avrebbe la più bella delle top model, il più sexy degli attoroni di Hollywood. Si mangia tutta la platea, quel corpo. È una meraviglia che mi ricorda Patti Smith, la Gloria di un fisico che non obbedisce, che non si piega ad essere né maschile né femminile e manco se ne preoccupa. È un corpo che si esprime. Forse per questo provoca tanto turbamento.

Suonerà perciò strano, forse, il mio voler parlare di MDLSX, così pieno di corpo com’è, come di uno spettacolo delle idee. Eppure, MDLSX mi è parso proprio questo: un corpo con delle idee da esprimere. Con la sua nudità, il suo movimento, le sue parole, la sua ribellione, Silvia Calderoni ha donato un corpo – il suo – al concetto di turbamento; di scoperta; di incredulità; di risoluzione.

MDLSX muove da spezzoni del romanzo Middlesex di Jeffery Eugenides, greco non a caso come il mito di Ermafrodito, e racconta la storia di Calliope/Cal, nata due volte: “Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960 in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto 1974, al pronto soccorso di Petsokey, nel Michigan”. Ma non solo: nella gran (con)fusione tra la figura della protagonista nel romanzo e di quella sulla scena, MDLSX incorpora al suo interno elementi della performance, della musica, del cinema, senza essere nessuna di queste cose… Finché non smettiamo di chiederci, finalmente, che cos’è.

Sul fondo del palco scorrono vecchi filmati della Calderoni di una dolcezza commovente e titoli di canzoni di una playlist che rende lo spettacolo a tratti un concerto, a tratti un festino, a tratti una finestra aperta sulla cameretta di un’adolescente che nello scoprire i segreti del suo corpo sta facendo delle dichiarazioni al mondo, sul mondo.

E infatti le dichiarazioni vere, declamate, non mancano: prive di qualsivoglia regola, si alternano e si mescolano manifesti Queer e teorie sul gender, da Judith Butler a Preciado, da Donna Haraway a Pasolini, lo spazio del Teatro diventa spazio di rivendicazione a cui siamo chiamati a partecipare non con il nostro assenso, ma con la nostra presenza. E allora, sì, il corpo diventa idea, e l’idea diventa rivoluzione ma in senso copernicano, senza violenza: basta solo spostarsi un po’ per vedere le cose da un altro punto di vista e, chissà, magari scoprire un intero nuovo sistema solare nelle luci stroboscopiche proiettate sul fondo di un palcoscenico. Mentre una voce dolce, gentile, ci racconta di sé e noi smettiamo di chiederci se appartenga ad un uomo, una donna, oppure…

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