Distopia e realtà: Il mondo nuovo di Huxley

Distopia e realtà: Il mondo nuovo di Huxley

La sensazione di intima e talvolta destabilizzante inquietudine che ho provato sin dall’inizio della lettura de Il mondo nuovo di Aldous Huxley ancora non mi ha abbandonata. Non so se mai lo farà. Nel dubbio io la prendo per mano consapevole che, per mancanza di competenze e spazio, non la potrò trattare in maniera esaustiva. Raccolgo allora nei caratteri concessi da una recensione quelle che vanno ben oltre che essere tematiche sollevate dalla finzione letteraria.

La felicità universale mantiene in ordine gli ingranaggi; la verità e la bellezza non lo possono.

 

 

Cos’è successo dal 1931, anno di inizio della stesura dell’opera, ad oggi? In che modo questi eventi ci portano ad avere l’impressione che le situazioni narrate siano a noi vicine? Qual è la distanza che da loro ci tiene lontani?

 

Il mondo nuovo tra finzione e profezia: la recensione

Scritto nel panorama di distruzione che seguì la Prima Guerra Mondiale, in quello di profondi mutamenti tecnici e culturali questo libro è profetico e critico. Le questioni che ci riconducono in maniera irrevocabile al nostro tempo emergono dal rapporto tra scienza e morale, guerra e nazionalismo, individuo, collettività e ideologia.

Definendo Il mondo nuovo come un romanzo distopico ne consegue la possibilità di inserirlo nell’insieme di narrazioni che delineano scenari negativi e portano a limiti estremi tendenze sociali ed economiche.

Ciò è esattamente quello che l’autore compie in queste pagine.

 

Gli anni Duemila: distopia o utopia?

Quella che vorrei emergesse non è una prospettiva catastrofista ma piuttosto la possibilità di aprire un spiraglio di dubbio e pensiero costruttivo nel muro dorato delle apparenze, di un sistema per cui ‘’va bene, basta che stai buono’’, delle felicità indotte dalla pubblicità e del pericolo celato nell’accettazione passiva e non riconosciuta dell’ideologia.

La narrazione di Huxley configura un futuro ipotetico: il 632 d.F. Il seicento trentaduesimo anno dopo la nascita di Ford: padre di un sistema basato sul controllo settoriale di ogni aspetto della vita.

Riproduzione in provetta di esseri umani, assenza delle emozioni, condizionamento mentale indotto da droghe e utilizzo della tecnica da parte di uomini per governare altri uomini.

Il controllo sulle società continuerà a esercitarsi dopo che l’uomo è venuto al mondo; mediante il castigo, come accadeva in passato, e in misura sempre maggiore mediante metodi più efficienti di premio e di manipolazione scientifica

 

Tecnica e individuo: il fantasma del progresso per Aldous Huxley

Far crescere novantasei esseri umani dove prima ne cresceva uno solo. Progresso.

La genetica e gli sviluppi che la caratterizzarono nei primi decenni del Novecento diventano ne Il mondo nuovo, con la produzione seriale di individui, il luogo in cui vive e si consuma l’idea estremizzata di comunità, identità e stabilità.

I protagonisti Lenina e Marx si muovono in contrasto ad una realtà che da una parte vuole il singolo a portata di tutti con relazioni occasionali e poligame ma che dall’altra parte offre libertà dalla fame, dalla sete e dalle malattie. Il prezzo da pagare è la rinuncia ai sentimenti, all’individualità e alle sue manifestazioni.

E’ uno scambio equo ?

L’avanzamento in campo scientifico apre la riflessione al concetto di progresso.

In che modo i mezzi di cui disponiamo portano effettivamente al miglioramento?

In che termini possiamo parlare di avanzamento delle condizioni di benessere considerando che negli Stati Uniti il tasso di adulti in condizioni di obesità si aggira intorno al 40% e nei Paesi in via di sviluppo il 12,5% della popolazione è denutrita?

Libertà o legittimato asservimento?

Una risposta si costruisce nell’intreccio tra affermazione del razionalismo economico, libertà individuale e legittimazione, accettazione e poi attaccamento alla schiavitù. Questa non vive più in tratte illegali o catene ma si insinua in maniera più subdola nella fusione di sistemi politici e mediali.

Dove ci sono guerre, dove ci sono giuramenti di fedeltà condivisi, dove ci sono tentazione a cui resistere, oggetti d’amore per i quali combattere o da difendere, là certo la nobiltà e l’eroismo hanno un peso. Ma ai nostri giorni non ci sono guerre. La massima cura è posta nell’impedirci di amare troppo la cosa.

Se ne Il mondo nuovo la possibilità di percepire emozioni positive o negative è completamente negata negli anni Duemila è piuttosto veicolata, mediata e resa quindi esperienza già filtrata da altri.

L’esposizione quotidiana a televisioni, film e social non solo rappresenta una forma di intrattenimento ma diventano luogo della nostra formazione. Impariamo a emozionarci e discernere quali reazioni siano più o meno legittime. Siamo mossi da una necessità di condivisione quasi virale, come se non fossimo davvero felici se tali non ci dichiariamo in uno stato su Facebook. Non realmente tristi, dubbiosi o stanchi se non attestati e immortalati così in una foto su Instagram.

Il tempo, lo spazio e i mezzi della conoscenza nel mondo nuovo

Correndo ad occhi chiusi nella maratona dell’infatuazione del digitale il rischio di tagliare il traguardo di un nuovo tipo di prigionia è molto alto.

E questo -aggiunse il direttore sentenziosamente- questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare. Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale

E’ un asservimento che non si struttura solamente nel livello della tecnica quindi nella nostra impossibilità di conoscere costruzione e funzionamento dei mezzi che quotidianamente usiamo. Ma è insito nella mancanza di strumenti per avvicinarci ad una conoscenza che permetta di prendere una posizione consapevole davanti alla realtà.

Non viene dato il tempo: sempre occupato dal troppo lavoro. Viene a mancare lo spazio: affollato, schiacciato in città e metropolitane sovrappopolate. Sono progressivamente resi più inaccessibili gli strumenti, ed è questo l’inveramento del romanzo di Huxley che più inquieta.

Non si può consumare molto se si resta seduti a legger libri.

Tagli alla ricerca, programmi tv spazzatura nelle fasce orarie di maggiore utenza, aumento del prezzo dei libri e svendite promozionali di reti internet per i social.

Vi rendete conto della pazzia che rappresenta il permettere alla gente di fare dei giochi complicati che non aiutano in alcun modo il consumo?

 

 

E vissero per sempre infelici e scontenti

E l’essere contenti non ha nulla d’affascinante al paragone di una buona lotta contro la sfortuna, nulla del pittoresco di una lotta contro la tentazione, o di una fatale sconfitta a causa della passione o del dubbio. La felicità non è mai grandiosa.

La creazione di condizioni che non permettono possibilità di pensiero autonomo è prerogativa per l’affermazione e adesione ad un modello che legittima l’essere infelici, scontenti, sempre stanchi e quindi più vulnerabili alle promesse di sicurezza e stabilità mantenute illusoriamente con chiusura e violenza.

La legittimazione e propaganda dell’insoddisfazione spinge all’appetito insaziabile di distrazioni. Alla sete di spazi minimi in cui sentirsi vivi, in cui riqualificare le emozioni. Come se ci fosse bisogno di scavare sotto il fondo di bicchieri di alcolici per scoprirsi persone con interessi oltre che essere impiegati, cassieri o funzionari.

Cacciatori irresponsabili di divertimento

 

All’interno dell’opera la figura che sembra sottrarsi al totalitarismo dell’ordine apparente è quella del Selvaggio. Esente dal condizionamento mentale, perché vissuto ai margini della società, lui legge Shakespeare e nel mentre suggerisce a noi la via alternativa all’assopimento della ragione.

”Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”

Curiosità, sete di conoscenza e cultura non sono una dimensione estranea alla vita quotidiana.                 Costituiscono il fondamento e il trampolino con cui uscire allo scoperto e vivere autenticamente.

Incontro, apertura e accettazione consapevole non sono sinonimo di utopia, nemmeno di fragilità ma l’atteggiamento che svincola dalla chiusura nell’universo del silenzio e dell’omologazione all’insoddisfazione collettiva.

Io reclamo il diritto di essere infelice

Afferma il Selvaggio e spinge noi ad esigere quello di poter sentire, emozionare e prendere parola.

L’allargamento ad uno spazio aperto che mai diventa caotica dispersione ma libera tramite la consapevolezza e autenticità di valori, relazioni e sentimenti.

Una proposta di lettura che può progressivamente divenire una chiave per aprire gli occhi dall’interno e poi rivolgerli al mondo in maniera attenta, ricettiva ed entusiasta.

LETTURE CORRELATE

Se ogni tanto avvertite il bisogno di staccare la spina, allontanarvi dalla monotonia, allora è giunto il momento di partire. E chi lo dice che per viaggiare debbano servire per forza un passaporto, un biglietto aereo e un mucchio di soldi? A volte basta un libro. Anzi, un ottimo libro.

Noi di Muse d’Inchiostro lo facciamo sempre e infatti vi abbiamo raccontato di questi altri mondi negli approfondimenti dedicati a “Homesick for another world” di Ottessa Moshfegh, “Creature di Sabbia” di Tahar Ben Jelloun e “Fondazione” di Isaac Asimov.

 

Sara Rainoldi

 

 

 

 

 

 

Sara Rainoldi

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