Sharp Objects: la frontiera inesplorata del thriller televisivo

Sharp Objects: la frontiera inesplorata del thriller televisivo

Scrivere di Sharp Objects è impresa ardua. Una recensione solitamente risponde a certi schemi, e per quanto ci si sforzi nell’essere originali ed emergere dalla massa di parole che affollano il mondo dei media, spesso tutto passa attraverso la fredda descrizione di una trama, l’esaltazione o la distruzione delle performance attoriali, e se avanza tempo si dedicano due parole tecniche ad alto rischio noia, per poi finire con lo zoccolo duro del voto basato su una scala solitamente numerica o astrale.

Questa serie, però, non segue schemi propriamente classici. L’unico dogma che rispetta è quello della trama orizzontale, dunque si ha un inizio e una fine, tra i quali accadono cose che vengono raccontate in modo tale che sia l’intuito dello spettatore a ca(r)pire i risvolti di ciò che sta vedendo, soprattutto nei primi episodi. E quindi niente, complichiamoci la vita parlando di una delle serie tv probabilmente più innovative di questa stagione.

Prodotta da quella splendida fabbrica di capolavori che è l’HBO, Sharp Objects è una miniserie antologica (anche se qualcuno accenna ad una seconda stagione), tratta dal best seller di Gillian Flynn (Gone Girl, Dark Places). Otto episodi, difficilmente collocabile in un genere unico. Si potrebbe parlare di un dramma nero che strizza più di un occhio al giallo senza disdegnare il i tipici tratti dell’horror.

La storia narra le vicende di Camille Preaker, giornalista dal passato a dir poco tormentato, che si fa affidare dal suo caporedattore un caso di cronaca avvenuto nella sua cittadina natale, la ridente Wind Gap, classico paesino americano dove tutti sanno tutto di tutti, e dove le gerarchie sociali non danno spazio a niente che vada oltre quella cupola di vetro sotto la quale tutto viene conservato senza alcuna possibilità di cambiare o, peggio ancora, evolversi. E così Camille si ritrova catapultata in un passato dal quale non si è mai ripresa del tutto, nemmeno dopo aver trascorso qualche anno in un centro di riabilitazione psichiatrica, in cui era stata mandata dalla madre Adora, una donna apparentemente gentile e amorevole, ma che invece risente di turbe e crepe psicologiche sapientemente mascherate in pubblico, data la posizione della famiglia, stabilmente ai vertici dell’alta borghesia locale. Al torbido quadretto di famiglia si aggiunge Emma, la terza e ultima figlia di Adora, adolescente ribelle che vede in Camille un modello più da forgiare che da seguire, secondo i suoi canoni, mostrando i tipici atteggiamenti sprezzanti di una tredicenne che passa le giornate a fare quello che le pare, in barba a regole e restrizioni, e che intuisce in fretta quanto la sorella fosse stata traviata da un passato di oppressioni e lotte con la madre, che le hanno tolto la possibilità di avere un futuro sereno. Camille si divide tra le indagini sul caso e la gestione dei rapporti con la madre e la sorella, due elementi agli antipodi rispetto a lei, che per quanto possa essere una donna di carattere, non riesce a slegarsi da un passato che ha lasciato il segno, nel vero senso della parola (il titolo della serie è quasi uno spoiler in tal senso).

Il rapporto tra Camille, Emma e Adora è il perno attorno al quale ruota il giallo legato ai macabri omicidi di due ragazze del luogo, ritrovate barbaramente mutilate in luoghi diversi della città. Trovare l’assassino diventa quasi marginale, un pretesto che ci porta a scoprire meandri profondi della psiche, traumi difficili da risolvere, e caratteri complessi, che influenzano il lavoro di Camille, rendendo il caso molto più difficile da risolvere.

Camille viene magistralmente interpretata da Amy “come cavolo è possibile che non abbia ancora vinto un Oscar” Adams, che ne mette in luce tutte le ansie, le angosce, le paure, le difficoltà nelle relazioni umane, con sfumature di interpretazione davvero rare da trovare in una serie tv. Fortemente influenzata dal rapporto con la madre, che l’ha sempre vista come la pecora nera che non è mai riuscita ad addestrare come avrebbe voluto, secondo le sue regole, fatte di apprensioni malate e dogmi sociali da rispettare, dettati da qualcosa di più profondo e inquietante che va scoprendosi con l’evolversi della trama, e che lasciano lo spettatore stupito quanto inquieto.

La sceneggiatura si prende i suoi tempi, gli eventi non scorrono in fretta, soprattutto all’inizio, e se da un lato la cosa potrebbe sembrare sinonimo di lentezza, in realtà tutto ciò risulta funzionale alla narrazione, che non necessita affatto di ritmi frenetici. Insomma, non è CSI.

Tecnicamente due parole vanno spese, e non si può non elogiare un montaggio destrutturato che racconta alla perfezione ogni sfumatura psicologica legata ad ogni singolo personaggio. I flashback sul passato di Camille, in tal senso, sono delle piccole perle di regia e messa in scena sapientemente montate in modo da rendere l’idea di come passato e presente siano ancora prepotentemente e inesorabilmente legati tra loro.

Il casting è a dir poco azzeccato. Se Amy Adams si conferma una delle under 50 più affidabili di Hollywood, non è da meno Patricia Clarkson (Adora), perfetta nel rendere credibile ogni sfaccettatura del suo enigmatico personaggio. Ottimo lavoro anche quello di Eliza Scanlen, che interpreta Emma mettendone in luce il carattere complesso di un’adolescente sicura di sé, ma costantemente in cerca di attenzioni come di cocaina. Una menzione a margine la merita anche la bellissima (e minorenne…) Sophia Lillis, già interprete di Beverly Marsh nel recente remake di IT, che interpreta Camille da giovane, rendendo il paragone stabile e credibile. Ottima la messa in scena, così come la fotografia, con punte di realismo al limite dell’errore tecnico, ormai sdoganate sul grande schermo, ma che risultano ancora affascinanti se viste sulla tv di casa. Da apprezzare infine la colonna sonora, variegata e funzionale nel suo incedere a tratti disturbante, fatta di temi cupi e pezzi pop, a cominciare dalla sigla, nella quale la musica cambia ad ogni episodio.

Ah già, il voto. Se Sharp Objects fosse un ristorante da recensire su Trip Advisor, meriterebbe 4 pallini su 5. Camerieri gentili e disponibili, ma tra gli antipasti e il primo passa troppo tempo. La qualità delle materie prime però è ottima.

Questa serie non passerà forse alla storia come Game of Thrones o I Soprano, ma sicuramente è un esperimento ben riuscito, di quelli che non ti aspetti. Una storia raccontata in un modo originale, che inizialmente fa storcere il naso, ma che manda comunque lo spettatore avanti fino alla fine tenendolo per mano, a passo d’uomo, come la guida di un museo che mostra al visitatore le opere d’arte in ogni loro dettaglio, trascendendo dalla noia per affascinarlo con la descrizione di ogni pennellata, di ogni elemento presente sulla tela, anche il più apparentemente insignificante.

Riccardo Greco

Videomaker con licenza di scrittura. Ha all'attivo un po' di tutto, cortometraggi, webserie, videoclip, format tv, tutto scritto, diretto e montato. Se la canta e se la suona, insomma, ma sempre con la stessa passione.

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