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La mafia (non) esiste: “Il giorno della civetta”

«Mi si accusa di tenere rapporti coi mafiosi, e quindi con la mafia: ma io vi dico che non sono finora riuscito a capire che cosa è la mafia, e se esiste; e posso in perfetta coscienza di cattolico e di cittadino giurarvi che in vita mia non ho mai conosciuto un mafioso.»

Nel 1961 viene pubblicato da Einaudi il racconto più studiato e discusso del siciliano Sciascia: Il giorno della civetta. 

Romanzo poliziesco e antropologico, ma soprattutto di mafia, in cui la necessità di conoscere la verità e scavare all’interno di una specifica realtà, seppure con dei limiti, oltrepassa la condizione omertosa di un sistema poco incline all’accettazione dell’oggettiva quotidianità vissuta.  

È lo stesso Sciascia ad affermare: «Ho impiegato addirittura un anno, da una estate all’altra, per far più corto questo racconto. […] il risultato cui questo mio lavoro di cavare voleva giungere era rivolto più che a dare misura, essenzialità e ritmo, al racconto, a parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi, più o meno direttamente, colpiti.» 

La storia che Sciascia narra trae spunto da fatti realmente accaduti: nel 1947 a Sciacca viene ammazzato per mano mafiosa il sindacalista comunista Accursio Miraglia. 

Il romanzo si apre con l’uccisione dell’impresario Salvatore Colasberna, seguirà poi la scomparsa di Paolo Nicolosi. Il Capitano Bellodi, un ufficiale dei carabinieri ed ex partigiano (temporalmente ci troviamo nel decennio successivo la liberazione d’Italia), dalla lontana Parma giunge in un piccolo paese nei pressi di Palermo. 

L’indagine inizia e presto il Capitano Bellodi, accompagnato dalla squadra di carabinieri locali, si accorge di come effettivamente il divario di pensiero fra nord e sud sia tangibile e ostruzionistico ai fini dell’inchiesta.

«Noi due, siciliani, alla mafia non ci crediamo: questo, a voi che a quanto pare ci credete, dovrebbe dire qualcosa. Ma vi capisco: non siete siciliano, e i pregiudizi sono duri a morire. Col tempo vi convincerete che è tutta una montatura. Ma intanto per carità, seguite attentamente le indagini di questo Bellodi… E voi che alla mafia non ci credete, cercate di fare qualcosa, mandate qualcuno: che sappia fare, che non pianti una grana a Bellodi […]».  

Con abilità il Capitano Bellodi – in un paese costituito da cittadini omertosi che sbandierano: la mafia non esiste – riesce a identificare tre possibili colpevoli, di diverso lignaggio sociale e mafioso. 

Il finale aperto è il giusto compresso di una realtà che forse, per il male di tutti noi, è destinata a non risolversi mai. 

Oggi affermare l’inesistenza della mafia è da collusi o vigliacchi; allora per davvero la gente comune era convinta che questa fosse un’invenzione, una montatura ad arte da parte di giornalisti infami. 

Dunque è difficile condannare in via definitiva, al contrario di adesso, coloro che non s’accorgevano della realtà, poiché il tessuto sociale, sconvolto o ammagliato (a seconda dei punti di vista) dal buio fascista, era debole e in parte speranzoso che il male fosse sconfitto per sempre, oppure, consapevole della sua natura imperitura aveva imparato a conviverci senza disturbare il can che (non) dorme. 

I racconti di mafia ormai sono sdoganati e quasi destinati a lettori freddi e rassegnati, la mafia, non solo campanilistica, ha trovato il proprio posto nel mondo, e più che agire per sotterfugi si mostra spavalda e sfarzosa; il racconto che se ne dà pur rimando di denuncia, oggi, non subisce l’effetto di sconquassamento e fragilità che l’opera di Sciascia provocò nell’opinione pubblica, che ancora negava oppure comprendeva, l’esistenza di fatto di uno stato illegale, criminale e spregiudicato. 

Sciascia scrive nero su bianco che la mafia esiste ed è cattiva. Quella dell’autore è una penna graffiante, diretta ed essenziale; un romanzo breve, a mio avviso, pensato in siciliano ma scritto in italiano, del primo mantiene i costrutti, traducendoli, così da rende l’opera non esclusiva ma accessibile all’intera platea alfabetizzata, poiché la mafia non è un problema siciliano o meridionale, bensì nazionale.  

La mia personale lettura ha alternato una dizione tipicamente nordica a una siciliana, reinterpretata da un parlato televisivo e cinematografico della materia. 

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