La vieni a passare una serata con Manuel…?

Mi piace usare le parole di gente che ha detto quello che penso molto meglio di come potrei mai dirlo io, e allora a volte anche quando mi pongo delle domande lo faccio citando qualcun altro – c’era un gioco che facevo, qualche tempo fa, a proposito: collezionare le domande poste nelle canzoni che amo, e poi provare a rispondere: epico resta il dibattito che si incentrò sul verso is a dream a lie if it don’t come true? da The River di Springsteen.

Ecco, dunque, dicevo, io tengo il gusto della citazione. E allora lo spettacolo (perché chiamarlo concerto è riduttivo) che ieri sera Manuel Agnelli ha messo su al Teatro Bellini, organizzato da Vertigo e FastForward Live, non potevo proprio non amarlo. Perché pure Manuel sente il gusto dolce delle parole già masticate da altri, ma non perché non tiene niente di suo da dire. Anzi. Già quando partono le prime note di Place to be di Nick Drake, lo senti che Nick Drake non c’è, c’è solo lui. C’è solo Manuel. E lui di parole se ne intende, diciamo. Negli anni ce le ha cantate, sussurrate, fischiate, sputate le sue parole, fedele d’altronde al  suo vecchio adagio, quello che insisteva che sui giovani d’oggi, lui, ci scatarra su.

Però questa volta è tutto molto delicato. Pungente, ma delicato, con una certa tenerezza che forse accarezza il pensiero che, alla fine, di quella gioventù gli sono rimasti i capelli e tante storie da raccontare, un po’ per farci i conti, un po’ per celebrarle. E poi, ovviamente, sono rimaste le canzoni.

“Quando ho iniziato a fare musica, quello che facevo in Italia era terroristico. Era davvero difficile, ma io in realtà con la musica ho trovato il mio linguaggio, il modo di parlare verso l’esterno, perché ero molto timido da ragazzo; il mio modo era cantare, perciò non ho mai pensato di fare nient’altro nella vita. Il problema è che devi trasformare questa cosa in lavoro e non è che non può diventare un hobby, perciò ho cercato di raggiungere dei risultati… ma lo scopo non era questo e sono arrivato a perdere il senso di quello che stavo facendo. Mi sono dimenticato di me. E in quel momento ho scritto Padania”.

E poi parte il violino di Rodrigo D’Erasmo, l’unico strascico degli Afterhours che Agnelli ha deciso di portarsi appresso, e non c’è più niente da fare se non ascoltare, rapiti come se stessimo ascoltando una rivelazione, platea, palchi e tutto sintonizzati sulla stessa verità. Mica capita spesso – partecipando al gioco di rimandi e citazioni che ha cominciato Manuel, mi ha ricordato un concerto di qualche anno fa di Morrissey, quando attaccò il piano di Asleep e l’auditorium ammutolì, si potevano sentire le lacrime che pigiavano sugli occhi per uscire.

Su un palco arredato come il salotto di Ossigeno, pieno di luci e strumenti ovunque, Agnelli ha invitato non solo noi a passare una serata con lui, ma anche Bruce Springsteen, Joy Division e una nutrita folla di artisti, musicisti e poeti le cui canzoni e poesie sono un pretesto per raccontare, per suonare un tempo. Un tempo passato, come quando ci fa partecipi di quella volta in cui, a Londra, vestito con una magliettina di Elvis Costello, gli riuscì miracolosamente di far rimbalzare un uovo lanciatogli da un “punkabbestia” contro il giubbino. Non si ruppe. E ci vuole A perfect day di Lou Reed, per celebrare la vittoria.

Ma Agnelli chiacchiera anche del tempo presente, di tutta la musicadimmerda che ha dovuto ascoltare partecipando ad un talent e di come, in mezzo all’abbruttimento, è sempre possibile trovare qualcosa che si salva, e che quindi, un po’, ti salva: e Rodrigo attacca Video Games di Lana del Rey, l’ospite a sorpresa di una serata che non smette di sorprendere.

E la grande sorpresa, forse sempre un po’ sospettata da chi lo segue da sempre, ma nondimeno eclatante, è che Manuel Agnelli… ha scoperto l’ironia. Ed è un vero talento quello di far ridere raccontando di un tempo di miseria in cui le case discografiche non volevano pubblicargli Hai paura del buio…? (“Ora tutti a dire che l’avevano capito da subito che sarebbe stato un successo, ma in realtà… stocazzo!”), non c’era lavoro e solo una stanzetta su un magazzino e un pianoforte scordato su cui però è nato il suo futuro.

Fanno ridere e sorridere, i racconti di Manuel in mezzo alle canzoni disperate, arrabbiate, inquiete scritte o prese in prestito – perché lui non voleva essere uno di questi artisti autoreferenziali che passano tutto il tempo a celebrare loro stessi e le loro canzoni, dice alla fine rivelando una maglietta con una sua foto stampata sopra, sotto il giubbino. Ridiamo tutti, e il miracolo è che ha imparato a ridere di sé stesso anche lui. L’ha capito, che è l’autoironia che salverà il mondo.

Quella, e la sua interpretazione di Ci sono molti modi, una canzone pericolosa e bellissima, che ha bisogno di un’ancora ferma – un bracciolo, una mano, un pianoforte – per essere ascoltata in sicurezza. Ma tanto è inutile opporre resistenza perché lo sappiamo, ce l’ha ricordato ancora una volta: torneremo a scorrere.

Marzia Figliolia

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