The Night Writer – L’arte che trasuda di notte in scena al Politeama

The Night Writer – L’arte che trasuda di notte in scena al Politeama

Non ho mai sofferto d’insonnia. Personalmente, posso dormire (e ho dormito!) su qualunque superficie, in qualunque momento della giornata, qualunque cosa sia successa. Nulla mi toglie il sonno. Ma, dopo aver visto quello che la mente umana può letteralmente trasudare durante le ore notturne, spero in un’insonnia artistica, perché quella srotolata dai diari di The Night Writer dell’artista belga Jan Fabre è meglio del sonno. E l’interpretazione che ne ha dato l’attore Lino Musella è meglio del sonno.

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Mi sono innamorata dell’opera di Fabre una mattina di luglio di pochi anni fa, guardando verso l’alto assieme al suo Uomo che misurava le nuvole, esposto sul tetto del MADRE. La lettura dei suoi pensieri, ieri sera al Teatro Politeama, con la voce s-misurata di Lino Musella, giovane promessa mantenuta napoletana, mi ha eternamente convinta. Fabre e Musella hanno trovato quello che manca (che sembra mancare) all’arte contemporanea, quello che sempre le si rimprovera e finalmente hanno sbugiardato i pregiudizi.

Quali? Lo si sente continuamente: l’arte di oggi è troppo seria. È intellettuale. È difficile, oscura, tronfia ed è vero per chi, l’arte, l’ha sempre fatta senza capirla. Ma l’arte è una liberazione, è una risata dell’anima. L’arte è Jan Fabre che attraverso Lino Musella piange e ride sul palco contemporaneamente, racconta delle stranezze della madre fumando una sigaretta dopo l’altra (e spegnendosene una sulla lingua), si definisce un cliché: “il giovane artista povero mantenuto da donna matura e ricca”.

The Night Writer è uno spettacolo che sta tutto nel suo titolo: una scenografia essenziale e fissa entro cui si muove solo l’attore e le sue ombre, mentre snocciola un pensiero dietro l’altro annotato su un diario notturno che copre gli anni ’70 e gli anni ’80, più stralci di successivi testi teatrali e dietro di lui, ogni tanto, una frase in particolare rimane inchiodata sullo schermo in fondo al palco, e se tutto va bene s’inchioda anche al pensiero di chi ascolta e guarda perché, come Fabre non dimentica di ricordare, il pensiero è un organo vivente, e “sgocciola sangue”.

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Intanto, sul palco, quello che davvero sorprende è che Lino Musella non ne fa una questione di personaggio ma di persona. Sarebbe una tentazione semplice scimmiottare un uomo dal carisma di Fabre, e risultare poi un semplice lettore, un narratore che si interpone tra chi ha vissuto e chi ha parlato. Musella invece convince, non si cala nella parte quando nella pelle: e alla fine è difficile immaginarsi che sia stata un’altra persona a vivere a scrivere e a rivivere ciò che si legge in quei diari.

Attraverso la sua voce viaggiamo tra Anversa, New York, Berlino e assieme a lui cantiamo – perché nella vita si canta, e pure sul palco, e pure nell’arte, e non lo si fa mai da soli. L’arte è un fatto corale, e questo né Fabre né Musella se lo scordano mai – a volte se lo scorda qualche critico, o qualche cultore dell’ermetismo (“è facile fare gli ermetici”, diceva Battisti. “Tanto io ho capito e tu no”). L’arte è partecipazione, come la libertà. È per questo che ieri sera al Politeama è successo un grande fatto artistico, oltre che teatrale, perché siamo stati partecipi dei pensieri di un altro essere umano.

Poca importanza ha che fossero di Jan Fabre, di Lino Musella, i miei o quelli della persona seduta accanto a me. Poca importanza ha che parlassero a volte di solitudine, di droga, di sangue, di morte. Ha importanza che siano stati condivisi, e che fossero veri. Perché notturni.

E la notte, con le sue ombre e le sue luci, è tutta un gioco. Come l’arte. E, come l’arte, come il teatro, la notte ha conseguenze serissime e potenti: costringe a riflettere.

Marzia Figliolia

Marzia Figliolia

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