Per Camus è finito il tempo degli eroi

«Un romanzo non è mai altro che una filosofia messa in immagini» (dalla recensione di Albert Camus a de “La nausea”, Jean-Paul Sartre, per la rivista Alger républicain)

 

 

 

 

 

Albert Camus nel 1947, sulla scia di quelle ferite e di quei sentimenti che il secondo conflitto mondiale aveva lasciato dietro di sè, scrisse “La peste”. Romanzo inseribile nel cosiddetto ciclo della rivolta, con il quale ci si riferisce alla seconda fase dell’attività letteraria di Camus, “La peste” è un ritratto a tratti apocalittico a tratti dolorosamente realistico di una città algerina negli anni Quaranta. Rivolta contro cosa? Contro quel senso dell’assurdo, il senso cioè dell’assenza di senso nella vita umana che lo scrittore algerino percepì sulla propria pelle durante tutta la sua esistenza. Bizzarro modo, il suo, per provare a imprigionare l’assurdo sulla carta e raccontare ciò che non può essere raccontato: Camus infatti lo fa attraverso un romanzo che parla, innanzitutto, della morte.

CAMUS CONTRO LA MORTE: UN MALE INCONTROLLABILE

La morte è il vero grande assurdo della vita. E tutto l’arbitrio dell’uomo risiede qui: nell’accettare di giocarsi la partita della vita contro la morte, oppure nel rifiutarla. Se nel precedente romanzo di Camus, Lo straniero (1945), l’assurdo era analizzato dal punto di vista del singolo, ne La peste l’assurdo, che in questo caso coincide con la morte, non può che esplicarsi dal punto di vista della società.

La peste stessa, in quanto catastrofe naturale ci sembra a tratti assurda in quanto inconcepibile, a tratti perfettamente logica nel suo decorso di fenomeno naturale. Ciò che la rende a tutti gli effetti mortalmente spaventosa non è tanto il non conoscerne le conseguenze, quanto invece l’ignoranza della vittima circa le cause. Conoscere le cause vuol dire poter prevenire. Prevenire vuol dire poter controllare. La peste allora non può essere analizzata dal punto di vista del singolo essere umano, ma piuttosto dalla reazione dell’intera società, ristretta entro le mura di Orano, città maledetta, come quelle che si incontrano nell’Antico Testamento, città che forse è specchio di Algeri. Città che diventa mondo.

Non è un caso che Camus decida di narrare La peste, che è una risposta di gruppo, comunitaria, ad un dramma di dimensioni catastrofiche, da protagonista, interno alla catastrofe stessa, nella forma di un diario. E non è un caso neppure che

SPOILER ALERT

il narratore, seppure svelatosi alla fine del romanzo, sia Rieux, un medico.

Così l’intento di Camus è chiaro: inchiodare la morte sul tavolo anatomico e spiegarla nelle sue componenti visibili, percepibili. E’ il tentativo estremo di dare un senso a ciò che non sembra poter essere controllato.

UN CAMUS TUCIDIDEO

E questo è tanto più riscontrabile in un passaggio particolare del romanzo, quello che narra dell’agonia del giovane figlio del giudice Othon. La morte lunga e densa di dolore del bambino è descritta nei minimi particolari, quelli colti dagli occhi di un medico che si preoccupa di salvare una vita.

Rieux, di cui conosciamo per lungo tempo solo la voce anonima, ci descrive quest’agonia secondo gli aspetti che di essa può spiegare, dal contorcersi del corpicino, coperto di bubboni, che artiglia con le mani esili le coperte impregnate di acre sudore, fino al cavo vuoto della sua bocca, da cui esce un urlo destinato inevitabilmente a spegnersi.

Quando agli studenti del liceo classico viene chiesto di studiare lo storico ateniese Tucidide, uno dei brani antologici maggiormente quotati è la descrizione della peste. Una descrizione fredda, scientifica, oggettiva, che non si lascia sfuggire nemmeno un particolare, ma che anzi li filtra tutti tramite il linguaggio scientifico proprio della medicina.

“Gli altri invece senza alcuna motivazione visibile, ma d’improvviso mentre erano sani, inizialmente erano presi da vampate di calore alla testa, arrossamenti degli occhi e infiammazioni. E le parti interne, sia la faringe che la gola subito erano sanguinanti e emettevano un alito strano e maleodorante. E in seguito dopo questi sintomi sopraggiungevano starnuti e raucedine e in non molto tempo la malattia scendeva al petto con uno spasmo violento e ogni volta che  si stabiliva nello stomaco, lo rivolgeva, e sopraggiungevano svuotamenti di bile di tutti quei generi che sono stati catalogati dai medici, e questi avvenivano tra grandi sofferenze. Ai più capitavano vani sforzi di vomito che generavano, all’interno, violente convulsioni, le quali, in alcuni, cessavano subito, in altri invece anche dopo molto tempo. Il corpo, all’esterno, per chi lo toccava non era troppo caldo, né era pallido, ma rossastro, livido e fiorito di piccole pustole e di ulcere; ma le parti interne bruciavano così tanto da non riuscire a sopportare le vesti, nemmeno quelle più leggere, ne altro fuorché la nudità, e si sarebbero gettati con sommo piacere nell’acqua fredda.”

(Tucidide, La guerra del Peloponneso, II 47-54)

C’è una latente analogia nel modo in cui, secoli dopo, Camus approccia la peste (che poi è la morte) e la descrive, cercando di renderla il più comprensibile possibile per i suoi lettori: tramite l’oggettività. D’altra parte, non tutto può essere oggettivo, non tutto può essere spiegato. L’assurdo permane e strappa via a morsi la vita.

QUELLE RISPOSTE DA (NON) CHIEDERE A DIO

La morte in questo episodio tocca il suo più alto livello di assurdità. Non c’è modo di spiegarla, nessun modo di giustificarla razionalmente, ciò che resta è lo scandalo, l’incomprensione, l’amarezza. Quell’urlo innocente. Ed esso continua inesorabile a risuonare tanto nelle orecchie del medico, sconfitto nella sua battaglia contro la morte, quanto in quelle del prete, che crolla in ginocchio e implora Dio di salvare quell’anima innocente. Ma il corpo del bambino, assumendo la “grottesca posa di un crocifisso”, giace inerme in mezzo agli altri sofferenti.

E, beninteso, il dolore inflitto a quegli innocenti non aveva mai finito di sembrargli quello che in verità era, ossia uno scandalo.

Rieux non sa spiegarsi perchè un bambino debba morire, si sente vinto nella sua missione, che è la salvaguardia della vita. Un accenno di risposta, per quanto flebile, sembra invece giungerci da padre Paneloux:

[…]non si capisce la sofferenza dell’innocente. E in verità non c’era nulla sulla terra di più importante della sofferenza d’un bambino e dell’orrore che tale sofferenza si porta con sé e delle ragioni che bisogna trovarle. […] Gli sarebbe stato facile dire che l’eternità di delizie che aspettavano il bambino potevano compensarlo della sofferenza, ma in verità, lui non ne sapeva niente. Chi poteva affermare, infatti, che l’eternità d’una gioia possa compensare un attimo del dolore umano? […] Bisognava soltanto cominciare a camminare in avanti, nelle tenebre, un po’ alla cieca, e tentare di fare del bene. Ma per il resto bisognava restare, e accettare di rimettersene a Dio, anche per la morte dei bambini, e senza cercare un personale ausilio.

Le due contrapposte risposte di Rieux e di Padre Paneloux non sono in realtà troppo diverse: la morte di un innocente è e resta uno scandalo. Ma mentre Rieux si ferma qui, Padre Paneloux va avanti: lo scandalo c’è e rientra nell’assurdo, nell’inconcepibile, eppure proprio per questo va accettato, perché nella minorità dell’uomo non è possibile ricercare quelle spiegazioni che risiedono solamente in Dio. Il punto non è se porre o meno la domanda, ma accettare di non essere in grado di cogliere intellettualmente quella risposta.

D’altronde sminuire la sofferenza fisica, per un cristiano il cui Dio è morto in croce,  sarebbe assurdo, e, se Dio stesso è morto, forse solo in lui può esserci una risposta alle nostre angosce. Una risposta che però ci resta irraggiungibile, la cui eco appena ci tocca, e se accade, accade per grazia. Ciò che Camus ci fa notare di questo secondo approccio, tramite le parole di Rieux, è che questa risposta risiede in una grazia, in un dono: la fede nell’amore di Dio. Fede di cui il medico tuttavia non si sente partecipe e Camus con lui.

Così non si può che ritrarre questo bambino fin dall’inizio come una creatura inspiegabilmente destinata a soffrire e ad essere sconfitta dalla morte, senza possibilità di trovare una spiegazione a tale scandalo: l’amarezza con cui Camus infine afferma “Era un vinto, sin dal principio”, ci fa sentire tutta l’impotenza che Rieux e lo scrittore stesso provano di fronte all’assurdità della morte e, di conseguenza, della vita.

C’E’ TEMPO PER GLI EROI?

Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama.

Ciò che maggiormente spinge il lettore a farsi coinvolgere da questo romanzo è la possibilità concreta di immedesimarsi nei cittadini di Orano. Non ci sono tra di loro -nemmeno tra i protagonisti – eroi in grado di risolvere la situazione in un batter d’occhio. Ovviamente non parlo di superpoteri: a venire meno nell’immaginazione di Camus è proprio la presenza di quei personaggi grandiosi, tutti d’un pezzo, pronti ad arrogarsi il merito di aver salvato tutti quanti. Ciascuno dei personaggi porta dentro di sè spicchi di bene e ombre di male, non mancano cioè atti di sacrificio e di generosità, anzi questi in un certo senso abbondano. Tuttavia Camus non assegna loro un podio, calandoli invece in una quotidianità utopica.

Abbandonate le ideologie e le azioni compiute in nome di esse, lo scrittore punta la penna sulle piccole azioni quotidiane con cui si può fare del bene. Una volta mi è capitato di sentir parlare di piccoli miracoli della giornata, senza nessuna connotazione eroica o religiosa, ma basati sul semplice fare del bene. Camus si batte per portare la buone azioni degli uomini sul piano del quotidiano e della normalità. Solo in questo modo, dice, è possibile dare meno risalto al male e impedirgli così di propagarsi. Male e bene -nel romanzo come nella vita – vanno a braccetto e l’esaltazione di uno richiede di contro l’esaltazione dell’altro.

Riportare il sacrificio, la generosità, l’attenzione, l’attesa nella vita di ogni giorno, senza riservare corone d’alloro per chi se ne riveste, vuol dire assestare al male un colpo mortale. Finisce allora ad Orano, metafora di una qualsiasi delle tante città che vennero assediate e isolate nel corso della Seconda Guerra Mondiale, il tempo degli eroi. Finisce perchè in guerra muoiono uomini, non idee. Degli eroi gli abitanti di Orano non hanno bisogno: si vive alla giornata, dentro alle mura della città assediata dalla peste e isolata dal mondo, e nella giornata si cercano quei piccoli miracoli che permettono a ciascuno di andare avanti.

Dall’altra parte del mondo, qualche anno dopo, anche Raymond Carver rifiutava categoricamente gli eroi dell’occorrenza, a favore delle anime in disfacimento, degli uomini alla ricerca di una salvezza concreta, costruita sulla quotidianità. Di fatto “Per favore, non facciamo gli eroi” è una raccolta eterogenea di tutti gli scritti (saggi, riflessioni, racconti e poesie) dell’ultimo Carver, ma l’idea di uomo che vi è ritratta è molto simile a quella che troviamo in Camus. Per una recensione della miscellanea di Carver, clicca qui!

ORANO TRA ATTESA E SOLIDARIETA’

In verità, tutto per loro diventava presente; bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi.

La sottile inquietudine che si prova nel leggere questo romanzo è simile alla sensazione provata da un claustrofobico che si trovi rinchiuso in un ascensore. Qualcosa di simile offre un altro libro – anche qui parliamo di un altro paese, ma non proprio di altri tempi: Orano non somiglia forse alla Fortezza Bastiani de “Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati?

Sembra buffo dirlo, perchè Orano e la Fortezza sono due luoghi molto differenti. Nella prima il male c’è, zampetta concretamente nelle fogne della città, portando con sè la malattia. Nella Fortezza invece, il male è atteso come unico modo per sfuggire alla banalità di un’attesa che stinge gli animi e porta alla follia. L’attesa però è ciò che accomuna queste due narrazioni così diverse. L’attesa della fine, da una parte, l’attesa di un inizio dall’altro.

Quell’attesa che isola dal resto del mondo, rompendo amicizie, spezzando cuori, dividendo famiglie. Per costrizione, ad Orano, per una scelta che sa però di auto convincimento malato, alla Fortezza. Così, se si potesse scegliere, si vorrebbe senza dubbio vivere ad Orano, piuttosto che nella Fortezza, perchè al male si può sperare di fuggire, ma all’assurdità della vita, questo mai.

Ciò che salva gli abitanti di Orano dalla follia, insita in un’attesa segnata dal passare inesorabile eppure lentissimo dei giorni, è proprio la solidarietà. Quel rigurgito di istinto di auto conservazione che ci fa capire cosa intendesse Aristotele quando parlava dell’essere umano come di un “animale sociale”: l’uomo, per salvarsi, ha bisogno di appoggiarsi agli altri. In un momento in cui il male sembra in grado di dividere gli uomini gli uni dagli altri, solo la solidarietà aiuta a resistere, come è evidente nel comportamento di Rieux. Il medico infatti organizza, nel bel mezzo della tragedia, azioni di solidarietà collettiva che rivelano la profonda e indistruttibile speranza che al fondo della natura umana risieda il bene. E che da esso si possa attingere solo se stimolati dal bisogno concreto di dare e chiedere aiuto agli altri.

LOTTARE E VINCERE, ANCHE PERDENDO

Le ragioni di queste due lotte, con l’assurdo e con la morte, che Camus ingaggia si possono forse spiegare con la sua vita che si è scontrata con entrambi. Chi pensa di essere Camus? La sua autodefinizione, nel discorso per l’assegnazione del Nobel, è chiara:

“Un uomo quasi giovane, ricco soltanto dei suoi dubbi e di un’opera ancora in cantiere, che non sa rinunciare alla luce, alla felicità di esistere, alla vita libera.”

Un uomo insomma che la vita ha tentato di giocarsela, che ha accettato la sfida, che è stato protagonista. Un uomo che ha subito il dramma di una società che aspira all’immortalità, che ha subito la censura, l’omicidio della propria parola, e l’espulsione dalla propria patria, Algeri. Un uomo che ha cercato di vivere la storia senza idealizzarla in un concetto astratto, che trascenda dalla vita. E soprattutto un uomo che non ha mai smesso di lottare contro l’assurdo istinto della morte, imprescindibile, come afferma ne “Il mito di Sisifo”, nella nostra storia. Forse l’unico vero problema dell’uomo. Ma la morte anche nel suo caso è stata più veloce dei suoi piani e se l’è portato via assurdamente nel pieno della sua vita, quasi per vendetta contro un individuo che l’aveva frontalmente attaccata.

Martina Toppi

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